Il problema di "Cetto c’è, senzadubbiamente" è che fa ridere le persone sbagliate

Gio­van­ni De Ste­fa­no Rollingstones.it All’entrata del mul­ti­sa­la Adria­no tep­pe di tee­na­ger roma­ni in libe­ra usci­ta, in atte­sa di vede­re Joker per la ter­za vol­ta, sevi­zia­no degli esem­pla­ri di bici elet­tri­ca Jump. Con egua­le sen­so del­la dia­let­ti­ca tra attua­li­tà e fin­zio­ne cine­ma­to­gra­fi­ca, nume­ro­si padri, accom­pa­gna­ti dai figli, cer­ca­no di taglia­re la fila per un bigliet­to di Cet­to c’è, sen­za­dub­bia­men­te.

Fin dal­le pri­me bat­tu­te del film — scrit­to e inter­pre­ta­to da Anto­nio Alba­ne­se (con Pie­ro Guer­re­ra) e diret­to da Giu­lio Man­fre­do­nia (con sprez­zo del peri­co­lo) — è toc­can­te vede­re tan­te figu­re geni­to­ria­li riem­pi­re di nuo­vo le sale, final­men­te accan­to ai loro figli, che tra­du­co­no e sin­ghioz­za­no, sin­ghioz­za­no e tra­du­co­no: dal qua­lun­qui­smo all’italiano, dall’Italia del­la comi­ci­tà un tan­to al pilu del Cet­to dell’età aurea del­la Gialappa’s all’Italia di oggi, orfa­na del­la sati­ra; dal­la comi­ci­tà fal­lo­cen­tri­ca e irri­pe­ti­bi­le del caz­zu caz­zu, iu iu a quel­la con­di­vi­sa e cen­su­ra­ta dei meme su Insta­gram e del­le clip di Tik Tok. Se, per i figli, i trig­ger del­le risa­te sono i vio­len­ti sob­bal­zi ghi­gnan­ti dei padri — qua­si una cla­que — quel­li dei geni­to­ri sono, a loro vol­ta, le urla e le paro­lac­ce che pro­ven­go­no dagli ampli­fi­ca­to­ri. Figlie e mogli qua­si non per­ve­nu­te, non sap­pia­mo se a fare shop­ping in segno di pro­te­sta o nel­le altre sale per il sor­ri­so di Timo­thée Cha­la­met nell’ultimo Woo­dy Allen o il sen­so dell’umorismo di Ales­san­dro Sia­ni nell’ultimo Ales­san­dro Sia­ni (ci si augu­ra).

Dopo aver pre­so di mira la clas­se poli­ti­ca di orien­ta­men­to meri­dio­na­li­sta e con­ser­va­to­re in Qua­lun­que­men­te(2011, pri­mo epi­so­dio del­la saga); dopo esser­si occu­pa­to dell’imprenditorialità bor­der­li­ne e bor­der­less di spi­ri­to cosmo­po­li­ta e a voca­zio­ne cri­mi­na­le (Tut­to tut­to nien­te nien­te, 2012), set­te anni dopo, in Cet­to c’è, Alba­ne­se con­ti­nua il suo viag­gio nel cata­lo­go degli impo­sto­ri ita­lia­ni, un inte­ro bestia­rio di poli­ti­can­ti, traf­fi­can­ti di dro­ga, nemi­ci di fami­glia, che — pun­tual­men­te e sin­te­ti­ca­men­te — si incar­na nel suo anti-eroi­co La Qua­lun­que.

Il sog­get­to di Cet­to c’èrispon­de a un que­si­to che in tan­tis­si­mi ci sia­mo posti, ma a cui nes­su­no ave­va pro­va­to a dare una solu­zio­ne così sem­pli­ce e genia­le: in che dire­zio­ne potreb­be con­ti­nua­re a sca­va­re la poli­ti­ca ita­lia­na, dopo aver toc­ca­to l’attuale fon­do? Il meri­to di Alba­ne­se e Guer­re­ra con­si­ste nel fat­to che, doven­do rap­pre­sen­ta­re l’ennesimo caz­za­ro in gra­do di pren­de­re il pote­re con mez­zi non con­ven­zio­na­li, per non ripe­ter­si, per for­ni­re sem­pre nuo­vi spun­ti alla real­tà, han­no pen­sa­to di vira­re ver­so l’ancien régi­me.

Que­sta vol­ta a esse­re pre­si di mira sono, infat­ti, gli ari­sto­cra­ti­ci del nostro Sud, qua­lo­ra deci­des­se­ro di risol­ve­re la que­stio­ne meri­dio­na­le ripren­den­do il pote­re attra­ver­so stru­men­ti di comu­ni­ca­zio­ne inno­va­ti­vi e figu­re lea­de­ri­sti­che improv­vi­sa­te, pos­si­bil­men­te par­ve­nu da più gene­ra­zio­ni. Chi meglio di Cet­to La Qua­lun­que? Sul­la car­ta, dun­que, nien­te meno che un’agghiacciante, pro­met­ten­tis­si­ma fusion tra neo­bor­bo­ni­ci e Cin­que­stel­le.

Il nostal­gi­co del Regno del­le Due Sici­lie (che qui diven­ta del­le Due Cala­brie) come meta­fo­ra del popu­li­sta paz­zoi­de, nel 2019, è dav­ve­ro tan­ta roba: come se si insi­nuas­se che i Cin­que­stel­le al pote­re e i nobi­li deca­du­ti oggi potes­se­ro esse­re in fon­do con­san­gui­nei, come se aves­se­ro fat­to entram­bi, da due dire­zio­ni diver­se, il giro com­ple­to dell’arco costi­tu­zio­na­le e si fos­se­ro ritro­va­ti insie­me al Qui­ri­na­le. Del resto, la cro­na­ca ci ha inse­gna­to che, per pren­de­re il pote­re in un’Italia così mal mes­sa, non c’è dif­fe­ren­za tra nobi­li o ple­bei, boc­co­nia­ni o fuo­ri­cor­so del­la vita: basta esse­re la per­so­na sba­glia­ta al momen­to giusto.La comu­ni­ca­zio­ne del film, seb­be­ne non abbia nep­pu­re sfio­ra­to le vet­te che fece­ro vin­ce­re a quel­la per Qua­lun­que­men­teil pri­mo pre­mio per la miglior pro­mo­zio­ne al Trai­lers Film­Fe­st (il pro­get­to com­pren­de­va fin­ta cam­pa­gna elet­to­ra­le per Cet­to, con tan­to di fin­ti mani­fe­sti, fin­to sim­bo­lo, fin­to sito, fin­to pro­gram­ma, fin­ta rac­col­ta fir­me, veri model­li per diver­si par­ti­ti a veni­re), anche in que­sto caso era sta­ta quan­to­me­no bril­lan­te. Cet­to c’ènon è anda­to in sala sen­za esse­re dota­to del­la piat­ta­for­ma Pileau, ispi­ra­ta al pen­sie­ro del filo­so­fo Jean-Jean Pileau — il cui mot­to sareb­be "Pri­ma voti e poi riflet­ti" — con in home un que­si­to solo, ma buo­no: Repub­bli­ca o demo­cra­zia?

Ma se le pre­mes­se era­no inte­res­san­ti come una disto­pia all’italiana, nel­lo svol­gi­men­to il film è noio­so, pur­trop­po, come un cine­pa­net­to­ne mal lie­vi­ta­to. Se doves­si­mo fare la top 3 del­le bat­tu­te miglio­ri del film, suo­ne­reb­be più o meno così: 3) Viva la Monar­chia e ‘n t’u culu a Cavour!; 2) C’è pure il let­to a bal­drac­chi­no! (visi­tan­do per la pri­ma vol­ta il palaz­zo avi­to); 1) Viva la Monar­chia e ‘n t’u culu a Cavour! (ripe­tu­ta fino all’ossessione).

Nono­stan­te que­sto, tan­to la pen­na degli sce­neg­gia­to­ri è blan­da e osten­ta­ta­men­te vol­ga­re nei con­fron­ti del­le sce­ne clou, quan­to è sfer­zan­te quan­do fa cri­ti­ca socia­le di quel­la for­ma di tea­tro­te­ra­pia che è nel­la real­tà un qua­lun­que cir­co­lo di nobi­li del­la pro­vin­cia ita­lia­na, a tan­ti anni dal 1948. Per chi non aves­se mai mes­so pie­de in un luo­go del gene­re, que­sto film costi­tui­sce qua­si una pro­va di cine­ma veri­tà. Quan­do Man­fre­do­nia insce­na il “Cir­co­lo dei Gio­va­ni Bor­bon­ci­ni di Cala­bria”, coi suoi ritrat­ti tut­ti ugua­li alle pare­ti, le sue scac­chie­re inta­glia­te, le sue riva­li­tà inter­ne e con­flit­tua­li­tà ester­ne, Cet­to c’èsem­bra un adat­ta­men­to di Gesual­do Bufa­li­no.

Potrem­mo scri­ve­re dell’ingenuità di una sce­neg­gia­tu­ra che descri­ve una Cala­bria che le poli­cy di Melo La Qua­lun­que, figlio lega­li­ta­rio di Cet­to, han­no reso una pic­co­la Sviz­ze­ra, sul­le cui piste cicla­bi­li e peco­re tagliaer­ba il padre, tor­na­to dall’esilio in Ger­ma­nia, costrui­sce la sua agen­da poli­ti­ca di con­tro­ri­vo­lu­zio­ne. Il popu­li­smo, anche quel­lo che mostra una fac­cia ben peg­gio­re di quel­la di Cet­to, par­te sem­pre dall’insoddisfazione del­la gen­te, non da un mon­do sur­real­men­te iper­fun­zio­na­le, in cui anche i sin­da­ci tim­bra­no il car­tel­li­no. Potrem­mo rosi­ca­re per inte­ri para­gra­fi sull’occasione di ave­re avu­to a dispo­si­zio­ne, per i tito­li di coda, un Gué Peque­no in car­ne, ossa e tuta filo­mo­nar­chi­ca, e usar­ne il poten­zia­le solo per met­ter­gli in boc­ca un ritor­nel­lo come: “Io sono Gué, Dio sal­vi me”. Ma non sareb­be que­sto il pun­to.

Il vero pro­ble­ma di Cet­to c’è non è nean­che che non fa ride­re, anche se fa ride­re poco. È che fa ride­re, pro­ba­bil­men­te, le per­so­ne sba­glia­te, nel modo sba­glia­to. Quan­do la fin­zio­ne tira trop­po la cor­da del­la real­tà, arri­va­no i pro­ble­mi del­la sati­ra. Non si può per­do­na­re a un’opera di sati­ra poli­ti­ca di fare ride­re meno del­la poli­ti­ca a cui si ispi­ra. Del resto anche Alec Bald­win, sce­glien­do Trump come sog­get­to, per quan­to la sua imi­ta­zio­ne fos­se ecce­zio­na­le, si auto­con­dan­nò a non poter esse­re più diver­ten­te dell’originale. La fin­zio­ne di Alba­ne­se, dopo l’exploit di Qua­lun­que­men­te, non è riu­sci­ta a sta­re al pas­so con la real­tà. La pri­ma ver­sio­ne tele­vi­si­va e poi cine­ma­to­gra­fi­ca di Cet­to face­va ride­re per­ché era una cari­ca­tu­ra del­la poli­ti­ca. Oggi la poli­ti­ca è un ritrat­to sbia­di­to di Cet­to, come quei temi a scuo­la che ci asse­gna­va­no su un libro di cui non ave­va­mo in bor­sa il Bigna­mi. Il fat­to che Cet­to c’è, al net­to di un’idea di fon­do straor­di­na­ria, sia anche scrit­to con par­ti­co­la­re stan­chez­za, non aiu­ta.

Non resta che augu­rar­ci che Cet­to c’è resti la ter­za par­te di una qua­dri­lo­gia in atte­sa di un vero epi­lo­go, maga­ri anco­ra una vol­ta cam­pio­ne di incas­si, ma scrit­to con più atten­zio­ne e sen­so di respon­sa­bi­li­tà rispet­to al vero tar­get di ope­re del gene­re, vale a dire il pub­bli­co che pri­ma ride e poi riflet­te, e non al poten­zia­le elet­to­re di un lea­der come Cet­to. In que­sto rischio di sovrap­po­si­zio­ne fra tar­get rea­le e tar­get fit­ti­zio c’è il più gran­de, imper­do­na­bi­le equi­vo­co di un pro­dot­to che avreb­be potu­to esse­re un pic­co­lo capo­la­vo­ro di sati­ra poli­ti­ca e inve­ce non è che uno stan­co eser­ci­zio di denun­cia del popu­li­smo poli­ti­co attra­ver­so del popu­li­smo cine­ma­to­gra­fi­co.

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*


Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.