Indagato il pm antimafia Mollace. “Favoreggiamento alla ndrangheta”

Gui­do Ruo­to­lo Lastampa.it ROMA – Un col­po di sce­na, un altro. Per Reg­gio Cala­bria e l’antimafia è una maz­za­ta. E anche un nuo­vo capi­to­lo dei vele­ni che han­no intos­si­ca­to il Palaz­zo di Giu­sti­zia. È inda­ga­to dal­la pro­cu­ra anti­ma­fia di Catan­za­ro Fran­ce­sco Mol­la­ce, uno dei pila­stri sto­ri­ci del­la pro­cu­ra anti­ma­fia, sosti­tu­to pro­cu­ra­to­re gene­ra­le di Reg­gio Cala­bria da meno di due mesi è in ser­vi­zio alla pro­cu­ra gene­ra­le pres­so la Cor­te d’appello di Roma (e qual­cu­no ipo­tiz­za la pre­ci­pi­to­sa deci­sio­ne di tra­sfe­rir­si det­ta­ta per evi­ta­re il car­ce­re). L’ipotesi di rea­to che vie­ne ipo­tiz­za­ta nei con­fron­ti dell’alto magi­stra­to è cor­ru­zio­ne in atti giu­di­zia­ri, con l’aggravante di aver favo­ri­to la ’ndran­ghe­ta. L’inchiesta dei pm Giu­sep­pe Bor­rel­li, Gerar­do Domi­n­jan­ni e Dome­ni­co Gua­ra­scio è una costo­la di quel­la sugli auto­ri del­la stra­te­gia stra­gi­sta con­tro lo Sta­to del 2010, la cosca Lo Giu­di­ce, che fece esplo­de­re ordi­gni sot­to il por­to­ne del­la pro­cu­ra gene­ra­le (3 gen­na­io) e nell’atrio del palaz­zo del pro­cu­ra­to­re gene­ra­le Sal­va­to­re Di Lan­dro (25 ago­sto). Infi­ne, il 5 otto­bre, fu ritro­va­to un bazoo­ka sot­to la pro­cu­ra di Giu­sep­pe Pigna­to­ne.

Per que­sti atten­ta­ti si sta cele­bran­do il pro­ces­so a Catan­za­ro, aven­do indi­vi­dua­ti gli auto­ri. Sono diver­se le let­tu­re sul pos­si­bi­le moven­te. Quel­la più accre­di­ta­ta: il pro­cu­ra­to­re gene­ra­le Di Lan­dro si era da poco inse­dia­to, facen­do sal­ta­re imme­dia­ta­men­te que­gli accor­di non scrit­ti tra avvo­ca­ti e sosti­tu­ti pro­cu­ra­to­ri gene­ra­li, che pra­ti­ca­va­no il pat­teg­gia­men­to occul­to in Appel­lo. E, dun­que, le bom­be come richie­sta a Di Lan­dro di ripri­sti­na­re que­gli accor­di. Fran­ce­sco Mol­la­ce è sta­to lo sto­ri­co tito­la­re del­le inchie­ste che han­no riguar­da­to i fra­tel­li Lo Giu­di­ce, e nes­su­na di que­ste inda­gi­ni è mai arri­va­ta a pro­ces­so. Ma c’é, ci sareb­be anche dell’altro. Vie­ne ipo­tiz­za­to dagli inqui­ren­ti uno scam­bio cor­rut­ti­vo tra il magi­stra­to e la cosca di Nino Lo Giu­di­ce. Sì, il «nano», il man­dan­te del­le bom­be del 2010. Il dot­tor Mol­la­ce – che non ha volu­to com­men­ta­re le indi­scre­zio­ni sul­le inda­gi­ni che lo riguar­da­no – avreb­be tenu­to la sua bar­ca nel can­tie­re nava­le di Nino Spa­nò, il pre­sta­no­me del­la cosca Lo Giu­di­ce. A pro­ces­so Spa­nò ha dichia­ra­to che la rata men­si­le per la bar­ca del magi­stra­to Mol­la­ce veni­va paga­ta in con­tan­ti e che lui non la con­ta­bi­liz­za­va.

«Don Cic­cio, cer­ca­te don Cic­cio che mi deve difen­de­re». Quel­lo che è impor­tan­te è ricor­da­re che que­sta inter­cet­ta­zio­ne è agli atti del­la inchie­sta, genui­na. Il boss comu­ni­ca al suo avvo­ca­to di con­tat­ta­re Mol­la­ce, e sem­bra dire che è il suo garan­te. Per l’accusa, que­sta inter­cet­ta­zio­ne è una pro­va deci­si­va, che met­te in secon­do pia­no la inter­pre­ta­zio­ne e l’attendibilità del pen­ti­to Nino Lo Giu­di­ce che pri­ma chia­ma in cau­sa il pro­cu­ra­to­re aggiun­to nazio­na­le anti­ma­fia, Alber­to Cister­na, poi eva­de dal rifu­gio pro­tet­to lascian­do un memo­ria­le nel qua­le ritrat­ta tut­to (infi­ne è sta­to cat­tu­ra­to).