La Consulta sull’ergastolo: «Permessi anche ai mafiosi»

Dino Mar­ti­ra­no Cor­rie­re del­la Sera ROMA – Un «uno-due» mici­dia­le si abbat­te sull’antimafia. Dopo la sen­ten­za del­la Cas­sa­zio­ne, che can­cel­la il meto­do mafio­so dal pro­ces­so alla cosid­det­ta «Mafia Capi­ta­le», arri­va la sen­ten­za del­la Cor­te Costi­tu­zio­na­le che allen­ta l’ergastolo osta­ti­vo: i giu­di­ci del­le leg­gi can­cel­la­no così il divie­to asso­lu­to per gli erga­sto­la­ni osta­ti­vi, che non col­la­bo­ra­no con la giu­sti­zia, di acce­de­re ai per­mes­si pre­mio duran­te la deten­zio­ne.

La Cor­te pre­sie­du­ta da Gior­gio Lat­tan­zi depo­si­te­rà la sen­ten­za nel­le pros­si­me set­ti­ma­ne. Ma ha anti­ci­pa­to, attraver­so il suo uffi­cio stam­pa, l’incostituzionalità dell’articolo 4 bis dell’Ordinamento peniten­zia­rio: in par­ti­co­la­re la par­te in cui non pre­ve­de la con­ces­sio­ne di per­mes­si premio in assen­za di col­la­bo­razio­ne con la giu­sti­zia, «anche se sono sta­ti acqui­si­ti elemen­ti tali da esclu­de­re sia l’attua­li­tà del­la par­te­ci­pa­zio­ne all’associazione cri­mi­na­le sia (…) il peri­co­lo di ripri­sti­no dei col­le­ga­men­ti con la cri­mi­na­lità orga­niz­za­ta». Il palet­to la scia­to dal­la Con­sul­ta pre­ve­de che il «con­dan­na­to abbia dato pie­na pro­va di par­te­ci­pa­zio­ne al per­cor­so rie­du­ca­ti­vo». Così, in vir­tù del­la sen­ten­za, «la pre­sun­zio­ne del­la “peri­co­losità socia­le” del dete­nu­to non col­la­bo­ran­te non è più assoluta ma diven­ta rela­ti­va e quin­di può esse­re supe­ra­ta dal magi­stra­to di sor­ve­glianza, la cui valu­ta­zio­ne caso per caso deve basar­si sul­le relazio­ni del car­ce­re non­ché sui pare­ri del­la Pro­cu­ra anti­ma­fia anti­ter­ro­ri­smo e del Comi­ta­to pro­vin­cia­le per l’ordine e la sicurez­za pub­bli­ca».

La deci­sio­ne del­la Cor­te, che arri­va a ridos­so dal­la sen­ten­za del­la Cor­te euro­pea dei dirit­ti dell’Uomo («Inu­ma­na e degra­dan­te la pena che non pre­ve­da una pos­si­bi­li­tà di rilascio»), ha fat­to infu­ria­re il lea­der del­la Lega Mat­teo Salvini che ha azzar­da­to l’ipotesi di un ricor­so: «È una sen­ten­za che gri­da ven­det­ta. Vedia­mo di capi­re con i nostri uffi­ci se sia pos­si­bi­le fare un ricor­so». E così Ste­fa­no Cec­can­ti (Pd) ha dovu­to ram­men­ta­re all’ex vice­pre­mier l’articolo 137 del la Costi­tu­zio­ne che non ammet­te «alcu­na impu­gna­zione» con­tro le deci­sio­ni del­la Cor­te. Pro­te­sta­no For­za Ita­lia e Fra­tel­li d’Italia. Nico­la Mor­ra (M5S), pre­si­den­te dell’Antimafia, par­la di «scon­fit­ta». Al coro di no si aggiun­ge anche il segre­ta­rio dem Nico­la Zingaret­ti: «Sen­ten­za stra­va­gante, non con­di­vi­do». Il Guar­dasigil­li Alfon­so Bona­fe­de (M5S) è pron­to ad «ana­liz­za­re le pos­si­bi­li con­se­guen­ze». Il pm anti­ma­fia Nino Di Mat­teo esor­ta la poli­ti­ca «a rea­gi­re». Di segno oppo­sto le rea­zio­ni dei radi­ca­li e di Nes­su­no Tocchi Cai­no. «La Cor­te — ha det­to Patri­zio Gon­nel­la (Antigone) — ha riba­di­to che la pena deve, sem­pre e comun­que, ten­de­re alla rie­du­ca­zio­ne del con­dan­na­to». Arti­co­lo 27 del la Costi­tu­zio­ne.

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