La mafia c'è. Ma non si vede

Gio­van­ni Tizian L'Espresso È MAFIA. ANZI NO. Pri­ma la sen­ten­za del­la Cas­sa­zio­ne sul “Mon­do di mez­zo “di Mas­si­mo Car­mi­na­ti, la fu mafia Capi­ta­le, per inten­der­ci. Poi la cor­te d’Appello di Bolo­gna che can­cel­la il rea­to di asso­cia­zio­ne mafio­sa, rico­no­sciu­to in pri­mo gra­do, per il re del gio­co d’azzardo lega­le lega­to alla ndran­ghe­ta e ricon­du­ce il tut­to a una sem­pli­ce ban­da di delin­quen­ti lascian­do tut­ta­via l’aggravante del meto­do mafio­so per alcu­ni rea­ti. Giu­di­ci che smen­ti­sco­no altri giu­di­ci. E il cit­ta­di­no che fati­ca a orien­tar­si in que­sto con­ti­nuo alta­le­nar­si di giu­di­zi. Ne abbia­mo par­la­to con il Pro­cu­ra­to­re nazio­na­le anti­ma­fia Fede­ri­co Cafie­ro De Raho, che ha vis­su­to in pri­ma linea l’evoluzione del­le mafie. Pri­ma a Napo­li sul fron­te di Gomor­ra e dei clan diven­ta­ti miliar­da­ri con l’affare “mon­nez­za”, poi a Reg­gio Cala­bria dove ha toc­ca­to con mano la mas­so-ndran­ghe­ta mes­sa sul ban­co degli impu­ta­ti dall’aggiunto Giu­sep­pe Lom­bar­do. Gli sce­na­ri vis­su­ti da pro­ta­go­ni­sta da De Raho sono con­trad­di­stin­ti da orga­niz­za­zio­ni che fan­no par­te di siste­mi cri­mi­na­li più com­ples­si, nei qua­li il capi­ta­le rela­zio­na­le con­ta più del kala­sh­ni­kov.

Pro­cu­ra­to­re, pro­via­mo a par­ti­re dal­le basi per nul­la scon­ta­te oggi. Ci può spie­ga­re cos’è la mafia, cosa sono le mafie?
«Da un pun­to di vista tec­ni­co-giu­ri­di­co, il rea­to pre­vi­sto dal 416 bis deli­nea un’organizzazione che si distin­gue per l’utilizzo del meto­do mafio­so, men­tre l’associazione sem­pli­ce, puni­ta dal 416, non usa tale meto­do».

Dava­mo per scon­ta­to cosa si inten­des­se per meto­do mafio­so, ci sba­glia­va­mo.
«Il meto­do mafio­so por­ta con sé la for­za inti­mi­da­to­ria e di assog­get­ta­men­to, da que­sti ele­men­ti deri­va l’omertà, la pau­ra e la sog­ge­zio­ne di chi subi­sce le atti­vi­tà del grup­po cri­mi­na­le. Ma è pro­prio su que­sta linea inter­pre­ta­ti­va che si gio­ca la par­ti­ta. In pas­sa­to si rite­ne­va che l’esistenza del­la cosca mafio­sa fos­se deter­mi­na­ta soprat­tut­to dal­la ter­ri­to­ria­li­tà: è mafia se ha un ter­ri­to­rio di domi­nio defi­ni­to e cir­co­scrit­to sul qua­le espri­me la pro­pria for­za inti­mi­da­tri­ce. Da qui le con­fer­me in Cas­sa­zio­ne dell’esistenza del­la camor­ra, del­la ndran­ghe­ta e di Cosa nostra. For­za-ter­ri­to­rio, il bino­mio che ha pre­val­so per mol­ti anni. Ma nel tem­po i giu­di­ci si sono resi con­to che esi­sto­no orga­niz­za­zio­ni la cui for­za si può mani­fe­sta­re non per for­za su un ter­ri­to­rio o area geo­gra­fi­ca. Sono arri­va­te così le con­dan­ne per 416 bis di grup­pi cri­mi­na­li alba­ne­si, nige­ria­ni e cine­si, che agi­va­no con meto­do mafio­so sul­le loro comu­ni­tà e non tan­to sul ter­ri­to­rio cir­co­stan­te. Si è fat­to per­ciò un sal­to di qua­li­tà inter­pre­ta­ti­vo lad­do­ve si è rite­nu­to che pos­so­no esi­ste­re “pic­co­le mafie” diver­se da quel­le tra­di­zio­na­li. E que­sto ha per­mes­so di rico­no­sce­re come asso­cia­zio­ni mafio­se le cel­lu­le auto­no­me del­le mafie tra­di­zio­na­li fuo­ri del­le regio­ni meri­dio­na­li. Oppu­re pen­sia­mo alle “pic­co­le mafie” di Ostia, il per­cor­so di rico­no­sci­men­to del clan Fascia­ni ha segui­to giu­di­zi alta­le­nan­ti: pri­mo gra­do mafia, secon­do gra­do non lo era più, per la Cas­sa­zio­ne ritor­na a esse­re mafia e rin­via in Appel­lo. Que­sti esem­pi dimo­stra­no come ormai la giu­ri­spru­den­za dia più valo­re al meto­do del grup­po cri­mi­na­le che al ter­ri­to­rio».

Eppu­re le ulti­me sen­ten­ze, la Cas­sa­zio­ne su Car­mi­na­ti e la Cor­te d’Appello a Bolo­gna…
«Ovvia­men­te non mi espri­mo sul giu­di­zio dato dai giu­di­ci. Aspet­te­re­mo le moti­va­zio­ni e capi­re­mo solo allo­ra se la Cor­te ha intra­pre­so un diver­so orien­ta­men­to. Tut­ta­via dob­bia­mo tene­re in con­si­de­ra­zio­ne un altro ele­men­to. Ci tro­via­mo sem­pre più spes­so a inve­sti­ga­re sul­le mafie silen­ti, orga­niz­za­zio­ni sto­ri­che che però si impon­go­no nel mer­ca­to sen­za alcu­na minac­cia. Pen­sia­mo alle mafie tra­di­zio­na­li radi­ca­te nel Nord Ita­lia, che ope­ra­no sen­za atti di vio­len­za espli­ci­ta e si impon­go­no nel tes­su­to eco­no­mi­co con la cor­ru­zio­ne, con la for­za dell’appartenenza a un grup­po. Non, dun­que, l’intimidazione clas­si­ca».

Un model­lo che in real­tà ricor­da la mafia rac­con­ta­ta da Leo­nar­do Scia­scia ne “Il gior­no del­la civet­ta”. Il pote­re lega­le a brac­cet­to con quel­lo mafio­so. Un siste­ma uni­co, una mafia tra­spa­ren­te, che si vede e non si vede. Per col­pir­lo ser­vo­no nuo­ve leg­gi?
«Fer­mo restan­do il 416 bis, che dal 1982 ci per­met­te di con­tra­sta­re con effi­ca­cia i clan nel­le loro diver­se decli­na­zio­ni, dovrem­mo cer­ca­re di guar­da­re anche come que­ste ulte­rio­ri evo­lu­zio­ni cri­mi­na­li pos­so­no esse­re afron­ta­re nel miglio­re modo pos­si­bi­le».

Car­mi­na­ti e il suo “mon­do di mez­zo” rien­tra­no in que­sto pro­ces­so evo­lu­ti­vo?
«Da quel che abbia­mo visto a Roma col­pi­sce l’altalena di giu­di­zi. Si trat­te­rà di capi­re che inter­pre­ta­zio­ne han­no dato i giu­di­ci di Cas­sa­zio­ne agli ele­men­ti rac­col­ti. Anche per­ché è uti­le sot­to­li­nea­re come sia sta­ta pro­prio la Cas­sa­zio­ne in que­sti ulti­mi anni a spo­sta­re l’attenzione dal con­cet­to di ter­ri­to­rio occu­pa­to al meto­do usa­to, dan­do più valo­re a quest’ultimo nel rico­no­sci­men­to del 416 bis. Le mafie del nostro tem­po aggre­ga­no pez­zi di eco­no­mia sana, alla qua­le offro­no ser­vi­zi ille­ga­li. Così entra­no e con­qui­sta­no set­to­ri pro­dut­ti­vi. Una vol­ta inil­tra­va­no con le estor­sio­ni, l’imposizione per entra­re negli appal­ti. Oggi acce­do­no con il meto­do dell’accordo, facen­do risul­ta­re quest’ultimo van­tag­gio­so. Sep­pu­re pos­sa sem­bra­re meno inva­si­va, con­di­zio­na pesan­te­men­te la vita del­le per­so­ne. Pen­sia­mo per esem­pio agli impren­di­to­ri per­be­ne che non scen­do­no a pat­ti e resta­no esclu­si dal giro di appal­ti e com­mes­se. Che cos’è que­sta se non mafia?».

Nep­pu­re la Ban­da del­la Maglia­na lo era secon­do la Cas­sa­zio­ne. Eppu­re c’erano omi­ci­di, seque­stri, dro­ga, rap­por­ti con appa­ra­ti devia­ti del­lo Sta­to, con le mafie tra­di­zio­na­li.
«In que­gli anni però i giu­di­ci uti­liz­za­va­no l’interpretazione più restrit­ti­va del 416 bis. Fon­da­ta soprat­tut­to sul­la ter­ri­to­ria­li­tà».

Ma quin­di a Roma la mafia non c’è?
«Nel­la Capi­ta­le c’è una capil­la­re pre­sen­za mafio­sa, con deci­ne di clan che usa­no la cit­tà come lava­tri­ce di dena­ro spor­co. Quin­di c’è ed è for­te».

Risa­lia­mo la peni­so­la. Nel pro­ces­so d’Appello di Bolo­gna con­tro il re del gio­co d’azzardo lega­le (ex nar­co­traf­fi­can­te lega­to alla ndran­ghe­ta) i giu­di­ci han­no sta­bi­li­to che si trat­ta­va di asso­cia­zio­ne sem­pli­ce, lascian­do però l’aggravante del meto­do mafio­so per alcu­ni rea­ti. In pri­mo gra­do, inve­ce, il tri­bu­na­le ave­va rico­no­sciu­to il 416 bis. In secon­do gra­do, in pra­ti­ca, si rico­no­sce il meto­do per qual­che sin­go­lo fat­to ma non per l’intera orga­niz­za­zio­ne.
«Anche per la sen­ten­za di Bolo­gna dovre­mo atten­de­re le moti­va­zio­ni. Pos­sia­mo intan­to dire che il meto­do è ciò che con­trad­di­stin­gue l’associazione. Non è faci­le scin­de­re il meto­do dall’organizzazione».

Cer­to è dif­fi­ci­le far­lo com­pren­de­re ai cit­ta­di­ni non addet­ti ai lavo­ri.
«Gio­van­ni Fal­co­ne dice­va: “Cosa nostra è for­te per­ché ha rap­por­ti con la poli­ti­ca e con i pote­ri eco­no­mi­ci”. Per sma­sche­ra­re la par­te “invi­si­bi­le” del­le mafie è neces­sa­rio met­te­re insie­me ele­men­ti che ven­go­no da anni di inda­gi­ni, valo­riz­za­re quei det­ta­gli che in pri­ma bat­tu­ta sem­bra­va­no mar­gi­na­li».

Invi­si­bi­li. Un altro con­cet­to com­ples­so da spie­ga­re al mio vici­no di casa.
«Esi­sto­no livel­li occul­ti, riser­va­ti, all’interno di un’organizzazione, sco­no­sciu­ti agli stes­si ailia­ti, ai mano­va­li dei clan».

Rici­clag­gio, cor­ru­zio­ne, eva­sio­ne. Rea­ti spia del­la pre­sen­za mafio­sa ma che la mag­gio­ran­za del­le per­so­ne non per­ce­pi­sce come allar­man­ti.
«Non è sem­pli­ce far com­pren­de­re la com­ples­si­tà di clan che non spa­ra­no. Però le rica­du­te del­le mafie d’afari sono sot­to i nostri occhi, così come i loro inve­sti­men­ti. Pen­sia­mo ai miliar­di di euro river­sa­ti nel­le nostre cit­tà che pro­ven­go­no dai traf­fi­ci di cocai­na. Que­sto è inqui­na­men­ti dell’economia. C’è un fiu­me di dena­ro che non riu­scia­mo sem­pre a inter­cet­ta­re».

Dopo la sen­ten­za di Cas­sa­zio­ne su Car­mi­na­ti, alcu­ni han­no esul­ta­to: è “solo cor­ru­zio­ne”, in fon­do sia­mo a Roma, “da sem­pre è così”. La maz­zet­ta non fa pau­ra?
«Dovreb­be far­ne mol­ta inve­ce. Distrug­ge l’economia, ridu­ce la liber­tà degli impren­di­to­ri, dei cit­ta­di­ni. Tra­sfor­ma i dirit­ti in favo­ri con­ces­si al miglior offe­ren­te. Chi non paga resta fuo­ri, fal­li­sce, muo­re. E non è un caso che nel­le inda­gi­ni sul­la cor­ru­zio­ne si stia­no usan­do stru­men­ti anti­ma­fia. Anche per­ché sem­pre più di fre­quen­te sco­pria­mo che sono le cosche a usa­re la cor­ru­zio­ne per olia­re mec­ca­ni­smi del­la pub­bli­ca ammi­ni­stra­zio­ne».

Le inda­gi­ni sul­la mas­so­ne­ria e le mafie, pen­sia­mo a Reg­gio Cala­bria, le inchie­ste sul siste­ma mes­so in pie­di da Anto­nel­lo Mon­tan­te die­tro il para­ven­to del­la lega­li­tà, mafia Capi­ta­le e le inda­gi­ni sul gio­co d’azzardo lega­le, come quel­la di Bolo­gna. C’è un filo inter­pre­ta­ti­vo uni­co?
«Il trat­to comu­ne è la com­ples­si­tà. Sono feno­me­ni che sfug­go­no allo ste­reo­ti­po del padri­no. Si inse­ri­sco­no in con­te­sti più ampi, di siste­mi cri­mi­na­li che inte­ra­gi­sco­no e si raf­for­za­no. Un tem­po era sui­cien­te guar­da­re alla strut­tu­ra del­la cosca, oggi andreb­be­ro osser­va­ti i set­to­ri eco­no­mi­ci di alto livel­lo, ma qui rico­no­sce­re la mafia diven­ta anco­ra più dif­fi­ci­le. La coni­sca del­le atti­vi­tà, pic­co­le e medie, di pro­prie­tà del­le cosche non è del tut­to indi­ca­ti­va del­la vera per­va­si­vi­tà del­le orga­niz­za­zio­ni».

Cioè?
«Biso­gna inve­sti­re di più sul­le inda­gi­ni che pun­ta­no ai gran­di mec­ca­ni­smi eco­no­mi­ci e finan­zia­ri. Andreb­be a van­tag­gio di chi in quel set­to­re rispet­ta le rego­le ed è taglia­to fuo­ri da chi inve­ce costrui­sce impe­ri con altri meto­di».

Non le sem­bra che l’attenzione di tut­ti sia note­vol­men­te cala­ta sul­la que­stio­ne mafio­sa?
«Che si par­li poco di mafia mi sem­bra evi­den­te. Quan­do Mario Dra­ghi era a capo di Ban­ki­ta­lia, nel­la sua rela­zio­ne fina­le denun­cia­va l’asfissiante pres­sio­ne del­le mafie sull’economia ita­lia­na. Dra­ghi ci sta­va dicen­do: il Pae­se ha una gran­de zavor­ra, le mafie. Da allo­ra, tut­ta­via, i fat­ti indi­ca­no che nul­la è cam­bia­to. Le mafie si sono rai­na­te ulte­rior­men­te e con­ti­nua­no a infet­ta­re il mer­ca­to e i gan­gli vita­li del­le isti­tu­zio­ni».

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