La rivoluzione verde di Wendell Berry. “Coltivare è un atto politico”

dipinto di greg newbold

Michele Serra La Repubblica UNA BORSA di studio può cambiare la vita. Nei primi anni Sessanta, poco più che ventenne, un americano del Kentucky trascorre parecchi mesi in Toscana, con moglie e figlio piccolo. Si chiama Wendell Berry, è un giovane letterato fortemente influenzato dalla tradizione ambientalista “romantica” americana, da Emerson a Thoreau. In quella tradizione esiste una «profonda frattura tra natura e cultura» (Michael Pollan), e il solo vero antidoto ai guasti della modernità e dell’urbanizzazione di massa è la natura incontaminata. Quella wilderness che tanta parte ha avuto nella formazione dello spirito della Frontiera e dell’individualismo “eroico” del Grande Paese. Il paesaggio agricolo toscano è, per il giovane Berry, una folgorazione. Le dimensioni dei fondi, la varietà delle colture, il riutilizzo parsimonioso delle risorse, il rispetto dei cicli naturali, non ultima l’armonia del visibile gli sembrano esemplari. Non la “natura” in quanto tale, ma il rapporto olistico che l’uomo coltivatore e allevatore riesce a stabilire con essa sarà, di lì in poi, la fonte ispiratrice di un’attività letteraria, saggistica, poetica e politica quasi inesauribile, che fa di Wendell Berry uno dei grandi punti di riferimento intellettuali dell’ambientalismo mondiale e degli ormai imponenti movimenti di produttori e consumatori di cibo “buono, pulito e giusto”.

Il grande successo di Slow Food negli Stati Uniti e le campagne di Michelle Obama contro l’obesità e la cattiva alimentazione affondano le loro radici anche nel lavoro di Wendell Berry. «Mangiare è un atto agricolo», forse la sua frase più paradigmatica, è anche il titolo della notevole raccolta di saggi, discorsi, riflessioni agronomico filosofiche che il pubblico italiano, grazie a un piccolo editore (Lindau), può finalmente valutare in tutta la sua forza polemica: se la definizione di “pensiero radicale” ha un senso, in Berry lo si ritrova pienamente. La sua critica della società industriale, nella quale «mangiatore e mangiato sono esiliati dalla realtà biologica, e il risultato è una specie di solitudine del tutto nuova nell’esperienza umana», non parte dalla fabbrica e dalla contraddizione tra capitale e lavoro salariato ma dai campi, dalla terra coltivata, dal trauma identitario che l’uomo patisce quando si ritrova separato dalla “gestione responsabile” del proprio spazio e del proprio tempo. Non sappiamo se Berry conosca il concetto marxiano di “alienazione”, ma siamo precisamente in quei paraggi: una parte cospicua della sua riflessione è volta a descrivere la progressiva perdita di senso di attività umane sempre più eterodirette, dettate da leggi economiche che non sanno obbedire che a se stesse. Ovviamente alcune delle osservazioni di Berry sono serenamente esposte all’accusa di essere passatiste o reazionarie. L’agricoltura preindustriale e pre-meccanizzata era anche fonte di privazioni, ristrettezze economiche, staticità culturale, gerarchie familiari che un lettore contemporaneo sente incombere come una minaccia, non certo come una garanzia. Ma neppure il lettore più diffidente e “modernista” riesce a eludere l’implacabile accusa politica che Berry muove, con passione e sapienza contagiose, alla inesorabile tendenza oligarchica e totalitaria che chiude in pochissime mani il destino — non solo alimentare — delle moltitudini; l’agricoltura delle gigantesche estensioni, delle monocolture, della semplificazione violenta di sistemi biochimici un tempo complessi e plurali, della sovrapproduzione e dello spreco scandaloso (il 40 per cento del cibo prodotto nel mondo viene buttato via, e smaltirlo è un problema e un ulteriore costo) incombe in ogni pagina con l’urgenza di una grande questione politica. Forse la questione politica per eccellenza.

Parafrasando Berry, possiamo dire che se «mangiare è un atto agricolo», coltivare è un atto politico. «Chi possiede la terra è chi possiede il Paese», scrive Berry, e dunque «difendere la piccola proprietà è come difendere la Costituzione americana ». L’autodeterminazione dei coltivatori, quella che anche grazie al lavoro di Berry si sarebbe poi chiamata “sovranità alimentare”, è la prima vittima dell’agroindustria, e la sua perdita è una perdita di democrazia e di libertà. La polemica di Berry è in questo senso perfettamente anticipatrice dei tanti movimenti radicali antioligarchici (del genere “occupy Wall Street”) che denunciano la concentrazione del potere economico in pochissime mani. E dunque leggere Berry significa rendersi conto di quanto divagante sia, almeno in Italia, il recente dibattito “agricolo”, specie quello ruotante attorno agli Ogm. Una puntigliosa rissa tra “progressisti” e “nostalgici” che snocciola dati scientifici certamente utili e importanti, ma trascura ab ovo (proprio non la vede) la questione strutturale della proprietà della terra, della formazione delle decisioni, della padronanza dei destini: insomma la questione del potere, di chi comanda, di chi “possiede il paese”. Il vecchio slogan socialista e ottocentesco «la terra a chi la lavora», in salsa americana, non ha un sbocco collettivista; è fortemente ancorato al mito della piccola proprietà; ma il risultato è ugualmente anti-totalitario e libertario, un mondo di liberi e di giusti: «Difendere la fattoria a conduzione familiare è un po’ come difendere la Costituzione ».

Infine, e a tutto vantaggio di Wendell Berry, va aggiunto che chiunque abbia a che fare con un pezzo di terra, siano le sue intenzioni le più speculative o le più contemplative, le più avide o le più nobili, è destinato ad accorgersi in breve tempo che il rapporto tra l’uomo e la terra è, secondo la definizione di Berry, «complesso e misterioso». Mai uguale a se stesso, mai “semplificato” e serializzato. Richiede conoscenza intima, umiltà, attenzione e cura (sono le facoltà che Berry riassume nel termine, quasi intraducibile, di husbandry , che sarebbe qualcosa come “maritaggio”). La terra richiede amore, parola che Berry usa senza peritarsi dell’eventuale effetto impudico. E viene in mente la Yourcenar di Memorie di Adriano : «Sentirsi responsabili della bellezza del mondo».

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