La strage silenziosa dei campi. Negli ultimi sei anni i braccianti morti sono più di 1.500

Anto­nel­lo Man­ga­no L'Espresso BECKY È MORTA tra le fiam­me. Sac­ko, pochi gior­ni fa, è sta­to ucci­so a fuci­la­te men­tre cer­ca­va del­le lamie­re per le barac­che. Pao­la è mor­ta di cal­do. Mar­cus di fred­do. Negli ulti­mi sei anni, alme­no 1.500 lavo­ra­to­ri sono dece­du­ti nei cam­pi: bru­cia­ti vivi negli incen­di dei ghet­ti, inve­sti­ti da un tre­no, ammaz­za­ti dal­la fati­ca o dai “padro­ni”. Da Nord a Sud, l’agricoltura nel nostro Pae­se ha il vol­to del­la guer­ra. Muo­io­no ita­lia­ni, rome­ni, afri­ca­ni, ara­bi. Di capo­ra­la­to, come i polac­chi in Puglia. Di mafia, come gli alge­ri­ni a Rosar­no. E ita­lia­ni, maga­ri per inci­den­ti col trat­to­re. Sto­rie che fini­sco­no nel­le cro­na­che loca­li per poi esse­re dimen­ti­ca­te in fret­ta, invi­si­bi­li alle sta­ti­sti­che uffi­cia­li, regi­stra­te come “difet­ti in iti­ne­re”. Fiam­me nel ghet­to «Fuo­co, fuo­co, fuo­co». Sono le due di not­te del 27 gen­na­io 2018. Chi si sve­glia all’improvviso. Chi pro­va a usci­re dal tor­po­re del son­no. La pla­sti­ca diven­ta incan­de­scen­te. I rifles­si del­le fiam­me illu­mi­na­no la not­te. Due­mi­la per­so­ne cor­ro­no più for­te che pos­so­no. Ma Bec­ky Moses, 26 anni, non ce la fa a usci­re dal­la barac­ca di legno, pla­sti­ca e car­to­ne. E muo­re arsa viva. Nel­la bara di zin­co fini­sco­no i pochi resti car­bo­niz­za­ti, por­ta­ti via tra le lacri­me del­le altre nige­ria­ne e gli sguar­di atto­ni­ti degli uomi­ni. Bec­ky vive­va nel ghet­to vici­no a Rosar­no, uno dei tan­ti dove vivo­no in con­di­zio­ni infer­na­li i brac­cian­ti impe­gna­ti nel­le rac­col­te. Aran­ce in Cala­bria, pomo­do­ri in Puglia.

Dal­la stes­sa barac­co­po­li, o da quel­lo che ne resta­va dopo il rogo, è par­ti­to dome­ni­ca scor­sa Sou­may­la Sac­ko, 29 anni, ori­gi­na­rio del Mali, per anda­re a cer­ca­re del­le lamie­re per le barac­che dei suoi com­pa­gni in una vici­na fab­bri­ca abban­do­na­ta. Qual­cu­no lo ha pun­ta­to col fuci­le e gli ha spa­ra­to col­pen­do­lo drit­to in testa. Più for­tu­na­ti sono sta­ti i due ragaz­zi che era­no con lui, pre­si anche loro di mira in que­sto tiro al ber­sa­glio, ma riu­sci­ti a scap­pa­re. E a denun­cia­re quan­to suc­ces­so. Le cam­pa­gne rosar­ne­si sono un gran­de cimi­te­ro. Rac­con­ta­no sto­rie di gha­ne­si dispe­ra­ti che si impic­ca­no nel­le fab­bri­che diroc­ca­te o di brac­cian­ti inve­sti­ti men­tre tor­na­no dal lavo­ro in bici su stra­de male illu­mi­na­te. Domi­nic Man Addiah, per esem­pio, è scap­pa­to alla guer­ra in Libe­ria per mori­re in Euro­pa. Dor­mi­va in auto ai bor­di del ghet­to di Rosar­no. Era il 2013 ed è mor­to di fred­do. Mar­cus era nato in Gam­bia e ave­va gira­to mez­zo mon­do pri­ma di arri­va­re nel­le cam­pa­gne cala­bre­si. Era mala­to: è mor­to alla fine del 2010 nell’ospedale di Lame­zia, pro­vin­cia di Catan­za­ro, assi­sti­to dai volon­ta­ri che han­no dovu­to comu­ni­ca­re la noti­zia ai fami­lia­ri in Afri­ca. La mor­te di Seki­ne, poi, è sem­pli­ce­men­te sen­za sen­so. Sia­mo anco­ra nel ghet­to, giu­gno 2016, tra gli spac­ci infor­ma­li che ven­do­no bur­ro di ara­chi­di e antidolori‚co in busti­ne. Un grup­po di agen­ti – sei tra poli­ziot­ti e cara­bi­nie­ri – inter­vie­ne per seda­re una ris­sa. Seki­ne Trio­re, 27 anni, è evi­den­te­men­te fuo­ri di testa, «in sta­to di alte­ra­zio­ne psi­co­fi­si­ca», anno­ta il ver­ba­le. La dina­mi­ca è con­tro­ver­sa. Avreb­be un col­tel­lo in mano, gli agen­ti lo aŽrontano. Lui ne col­pi­sce uno all’occhio, que­sto rea­gi­sce. Un pro­iet­ti­le tra­fo­ra l’addome. Seki­ne mori­rà poco dopo all’ospedale di Poli­ste­na. Il pro­ces­so – “ecces­so di legit­ti­ma dife­sa”, il rea­to ipo­tiz­za­to – è anco­ra alle udien­ze pre­li­mi­na­ri. Dopo quel­lo spa­ro si teme una rivol­ta. Ma ci sarà sol­tan­to un cor­teo con car­tel­li di car­to­ne.

E le mor­ti dei brac­cian­ti non avven­go­no solo d’estate. Tra Ros­sa­no e Cori­glia­no, ogni inver­no, oltre die­ci­mi­la lavo­ra­to­ri dell’Est arri­va­no per la rac­col­ta del­le cle­men­ti­ne. Nel novem­bre del 2012 lo scon­tro tra un tre­ni­no die­sel e un fur­go­ne con sei rume­ni di ritor­no dai cam­pi è spa­ven­to­so: l’impatto lascia un ammas­so di lamie­re e san­gue. Poi arri­va­no due dit­te di pom­pe fune­bri: «Li abbia­mo visti pri­ma noi», dico­no, e si con­ten­do­no i cor­pi a cal­ci e pugni. Un cada­ve­re roto­la sul ter­re­no. I paren­ti del­le vit­ti­me non ne pos­so­no più: «Met­te­te la testa in un vaso. Ver­go­gna­te­vi. C’è il nostro san­gue qui». Per i con­giun­ti è l’inizio di una trafila del dolo­re: non avran­no nean­che il risar­ci­men­to Inail. A Fog­gia inve­ce gli afri­ca­ni ricor­da­no le fiamme del mar­zo 2017. Allo­ra i mor­ti furo­no due: Mama­dou Kona­te e Nou­hou Doum­bia, 33 e 36 anni, entram­bi del Mali. Uno ha vis­su­to gli ulti­mi istan­ti sul­la sua bran­da, avvol­to dal­le amme, l’altro men­tre cer­ca­va la sal­vez­za sul­la por­ta del­la barac­ca. Il ven­to ha pro­pa­ga­to il fuo­co. Pote­va esse­re una stra­ge. «Se la sono cer­ca­ta», secon­do alcu­ni: non ave­va­no obbe­di­to all’ordinanza di sgom­be­ro del ghet­to e sono rima­sti osti­na­ta­men­te lì, dove le con­di­zio­ni sono orri­bi­li ma anche dove i capo­ra­li ven­go­no a por­ta­re lavo­ro. Cen­ti­na­ia di desa­pa­re­ci­dos Asssiati o car­bo­niz­za­ti, a basto­na­te e a col­tel­la­te, inve­sti­ti da un Tir o col­pi­ti da infar­to. Per­si­no anne­ga­ti nei vasco­ni per la rac­col­ta dell’acqua. Ales­san­dro Leo­gran­de – per una stra­na male­di­zio­ne mor­to d’infarto a 40 anni lo scor­so novem­bre – ave­va rac­col­to in un libro le testi­mo­nian­ze dei paren­ti dei polac­chi scom­par­si: 119 dal 2000 al 2006. Inghiot­ti­ti dal­le cam­pa­gne puglie­si. Atti­ra­ti da con­na­zio­na­li e schia­viz­za­ti a mor­te.

Anche a Rosar­no, negli anni 90, in tan­ti han­no per­so la vita sen­za un per­ché. Ma a dif­fe­ren­za del­la Puglia, ucci­si da ita­lia­ni e non da con­na­zio­na­li. Il moti­vo? Dif­fi­ci­le da deci­fra­re. In que­gli anni non c’erano né Ong sul ter­ri­to­rio, né una par­ti­co­la­re atten­zio­ne media­ti­ca. Le cam­pa­gne del pro­fon­do Sud era­no let­te­ral­men­te al buio. In pochis­si­mi ave­va­no a cuo­re la sor­te di lavo­ra­to­ri sen­za vol­to, nome, docu­men­ti. I loro cada­ve­ri spa­ri­va­no nel fan­go dei cam­pi, sep­pel­li­ti in caso­la­ri, ucci­si a fuci­la­te. Un bilan­cio è impos­si­bi­le. Tra i pochi nomi sot­trat­ti all’oblio, due ragaz­zi di 20 anni. Abdel­ga­ni Abid e Sari Mabi­ni, alge­ri­ni. Atti­ra­ti in auto con la pro­mes­sa di un lavo­ro in cam­pa­gna e ucci­si a bru­cia­pe­lo in una zona iso­la­ta. Era il 1992. Saran­no solo i pri­mi di una lun­ga serie di mor­ti e feri­ti. Ucci­si dal­la fati­ca Per lo Sta­to, Pao­la si occu­pa­va di “dire­zio­ne azien­da­le e con­su­len­za gestio­na­le”. Alme­no è quel­lo che dico­no i regi­stri Inail. Inve­ce sta­va da mat­ti­na a sera con la testa ver­so l’alto e le mani pro­te­se a puli­re i grap­po­li d’uva. E non era nean­che assun­ta diret­ta­men­te, ma “som­mi­ni­stra­ta” da un’agenzia inte­ri­na­le. Il vol­to moder­no del capo­ra­la­to. A 49 anni, si alza­va ogni not­te alle tre, pren­de­va un auto­bus da San Gior­gio Joni­co alle cam­pa­gne di Andria e toglie­va i chic­chi più pic­co­li dai grap­po­li. Quel­li che impe­di­sco­no agli altri di cre­sce­re. Tec­ni­ca­men­te si chia­ma aci­nel­la­tu­ra. È uno dei lavo­ri più pesan­ti e peg­gio paga­ti in agri­col­tu­ra. In Puglia, tra­di­zio­nal­men­te, è un lavo­ro da don­ne. Mani deli­ca­te e poche pre­te­se. «Meno di tren­ta euro a gior­na­ta, nono­stan­te i con­trat­ti pro­vin­cia­li sta­bi­li­sca­no un sala­rio di 52 euro», dico­no i sin­da­ca­li­sti. Quel gior­no, sot­to il ten­do­ne, c’erano qua­ran­ta gra­di. Il dolo­re alla cer­vi­ca­le era for­te, ma con quel lavo­ro è nor­ma­le. Poi lo sve­ni­men­to, occhi sbar­ra­ti, le urla del­le col­le­ghe. Mezz’ora sul ter­re­no. A pren­der­la non è venu­ta l’ambulanza, ma diret­ta­men­te il car­ro fune­bre. Il 13 luglio del 2015 gli ita­lia­ni sco­pro­no un mon­do nuo­vo. Mori­re di sfrut­ta­men­to non è solo que­stio­ne da afri­ca­ni che vivo­no nel­la “clan­de­sti­ni­tà”. Riguar­da anche una fet­ta di mon­do “nor­ma­le”: ita­lia­ni assun­ti da agen­zie inte­ri­na­li.

L’estate del 2015 sarà ricor­da­ta per le tem­pe­ra­tu­re sopra la media. E per i cadu­ti. Mor­ti di fati­ca da Car­ma­gno­la, pro­vin­cia di Tori­no, a Vit­to­ria, vici­no Ragu­sa. Alme­no, la fine di Moha­med Abdul­lah è ser­vi­ta a qual­co­sa: rac­con­ta­re il per­cor­so dei pomo­do­ri dal capo­ra­la­to alle nostre tavo­le. Il suda­ne­se è mor­to di infar­to nei pres­si di Nar­dò. Nel cor­so del­le inda­gi­ni, i cara­bi­nie­ri di Lec­ce han­no segui­to a ritro­so il per­cor­so degli ortag­gi. Una pic­co­la dit­ta del lec­ce­se assol­da­va un capo­ra­le, che for­ma­va le squa­dre per la rac­col­ta. I pomo­do­ri finivano a una coo­pe­ra­ti­va di Andria che rifor­ni­va mar­chi impor­tan­ti: una vici­no Par­ma, una nei pres­si di Bolo­gna, un altro nel napo­le­ta­no e più in là no al mer­ca­to ingle­se. Invi­si­bi­li alle sta­ti­sti­che La “Spoon river” dei cam­pi ita­lia­ni è fat­ta di uomi­ni e don­ne sen­za vol­to. Ma anche di nume­ri eva­ne­scen­ti. Pren­dia­mo il 2015. Secon­do l’Inail, sono mor­te sol­tan­to tre­di­ci per­so­ne nei cam­pi. Eppu­re quell’anno si è regi­stra­ta una vera eca­tom­be. Dove sono fini­ti Ste­fan, Pao­la, Moha­med, Zaka­ria, Vasi­le, Arcan­ge­lo, Ioan? Non li tro­via­mo sot­to la voce agri­col­tu­ra, ma tra i 336 dece­du­ti non asse­gna­ti a una cate­go­ria, inse­ri­ti nel som­mer­so. Del resto, i rap­por­ti dell’Ispettorato del lavo­ro dico­no che – nel set­to­re pri­ma­rio – il 50 per cen­to del­le impre­se ispe­zio­na­te risul­ta irre­go­la­re. Ma allo­ra quan­ta gen­te è mor­ta nei cam­pi? Secon­do l’Osservatorio Indi­pen­den­te di Bolo­gna mor­ti sul lavo­ro nel 2015 sono sta­ti 518. In agri­col­tu­ra si regi­stre­reb­be il 37 per cen­to del tota­le degli inci­den­ti mor­ta­li. La di˜erenza rispet­to ai dati uffi­cia­li la spie­ga Car­lo Sori­cel­li, ani­ma dell’Osservatorio, un metal­mec­ca­ni­co bolo­gne­se in pen­sio­ne che da die­ci anni con­ta tut­ti gli infor­tu­ni mor­ta­li, spul­cian­do ogni gior­no la stam­pa: «L’Inail con­si­de­ra solo i pro­pri assi­cu­ra­ti, esclu­den­do par­ti­te Iva, arti­gia­ni, libe­ri pro­fes­sio­ni­sti che han­no altre assi­cu­ra­zio­ni».

L’Osservatorio inse­ri­sce nel­le sue sta­ti­sti­che anche tut­ti gli inci­den­ti “in iti­ne­re”, cioè andan­do o tor­nan­do dal luo­go di lavo­ro. Ma su una cosa sono tut­ti d’accordo. Muo­io­no soprat­tut­to gli ita­lia­ni. Nel­la fascia del som­mer­so – sem­pre rela­ti­va al 2015 – i dati Inail par­la­no di 272 ita­lia­ni dece­du­ti su 336 (l’81 per cen­to). Al secon­do posto i rume­ni (27 casi). Ter­zi, a gran­de distan­za, gli india­ni (9). Anche l’Osservatorio con­fer­ma che la stra­gran­de mag­gio­ran­za dei mor­ti è ita­lia­na. Un dato rima­ne costan­te: una vit­ti­ma su cin­que – in tut­te le cate­go­rie – è ucci­sa dal trat­to­re. «Il ter­re­no può nascon­de­re insi­die paz­ze­sche: spes­so sem­bra asciut­to ma sot­to è impre­gna­to d’acqua. Il peso del trat­to­re in un ter­re­no in pen­den­za è mici­dia­le», dice Sori­cel­li. Così un agri­col­to­re di Ses­sa­me, pro­vin­cia di Asti, è mor­to deca­pi­ta­to: pri­ma il ribal­ta­men­to, poi un filare che gli tran­cia il capo. È il mag­gio del 2017. Si trat­ta sol­tan­to di uno dei tan­tis­si­mi casi di una stra­ge invi­si­bi­le che coin­vol­ge in gran par­te ita­lia­ni. La mag­gior par­te dei qua­li oltre i 50 anni. I nume­ri – rac­col­ti dall’osservatorio bolo­gne­se – sono spa­ven­to­si. Cen­to­tren­tot­to mor­ti nel 2017, oltre 1.400 negli ulti­mi die­ci anni. Per evi­ta­re alme­no que­sta mat­tan­za baste­reb­be poco. Per esem­pio la leg­ge euro­pea che pre­ve­de uno specico paten­ti­no. Ma l’applicazione è sta­ta ritar­da­ta più vol­te. L’ultima, giu­sto un anno fa.

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