L’appello di Minniti ai partiti: “Patto prima delle elezioni, dite no ai voti delle mafie”

Mas­si­mo Gian­ni­ni Repubblica.it ROMA — «La mor­te di Rii­na non è la mor­te del­la mafia, che è cam­bia­ta, feri­ta, ma c’è…». Nel suo uffi­cio al Vimi­na­le, Mar­co Min­ni­ti scor­re le agen­zie, men­tre alla tv scor­ro­no le imma­gi­ni del “Capo dei capi”, e poi quel­le sbia­di­te di Pro­ven­za­no e Mes­si­na Dena­ro, di Andreot­ti e Cian­ci­mi­no, di Fal­co­ne e Bor­sel­li­no. Trent’anni di sto­ria ita­lia­na, lo Sta­to e l’anti-Stato. Pur­trop­po non sem­pre in con­flit­to tra loro. «Ma oggi — aggiun­ge il mini­stro degli Inter­ni — abbia­mo capi­to che scon­fig­ge­re la mafia non è più solo un prin­ci­pio, ma è diven­ta­to un obiet­ti­vo». Per que­sto Min­ni­ti lan­cia un appel­lo: «Le mafie vota­no e fan­no vota­re. Per la poli­ti­ca è dun­que venu­ta l’ora di fir­ma­re un “pat­to di civil­tà” in nome del­la demo­cra­zia: tut­ti i par­ti­ti sot­to­scri­va­no un impe­gno solen­ne, un rifiu­to espli­ci­to di ricer­ca­re e rice­ve­re il voto del­le mafie».

Maria Fal­co­ne com­men­ta la mor­te di Rii­na dicen­do «non gioi­sco ma non per­do­no». Lei gioi­sce, da mini­stro?
«Le paro­le di Maria Fal­co­ne riflet­to­no in pie­no l’atteggiamento del­lo Sta­to, che non gioi­sce per­ché espri­me una nor­ma­le pie­tà civi­le ver­so un mor­to, e soprat­tut­to non per­do­na per­ché non dimen­ti­ca cosa ha rap­pre­sen­ta­to quel mor­to nel­la nostra sto­ria».

Chi è sta­to, il Capo dei capi?
«Il sim­bo­lo di due mafie. Una mafia che in una pri­ma fase non rap­pre­sen­ta l’Anti-Stato, per­ché si infil­tra e cre­sce nel­le sue pie­ghe, con­di­zio­nan­do­lo gra­zie alle com­pli­ci­tà del siste­ma. In quel­la fase l’esistenza stes­sa del­la mafia vie­ne mes­sa in discus­sio­ne, addi­rit­tu­ra nega­ta. Poi arri­va una secon­da mafia che, dopo aver­lo infil­tra­to, lan­cia allo Sta­to la sfi­da stra­gi­sta, la minac­cia più dram­ma­ti­ca che il Pae­se abbia cono­sciu­to, insie­me al ter­ro­ri­smo. Il Capo dei capi ha gui­da­to entram­be le mafie: quel­la che si infil­tra e quel­la che sfi­da. Ma alla fine ha per­so».

Lei ne è sicu­ro?
«Sen­za alcun dub­bio. Tut­ti i pro­ta­go­ni­sti del­la “com­mis­sio­ne” di Cosa nostra non ci sono più. Pro­ven­za­no e Rii­na sono mor­ti, gli altri in gale­ra. La demo­cra­zia ha paga­to un prez­zo ter­ri­bi­le, ma alla fine ha pre­val­so, sen­za sna­tu­rar­si. Non ha cedu­to allo “Sta­to d’eccezione”. Nono­stan­te Capa­ci e Via D’Amelio, le bom­be del ’93, la stra­ge sfio­ra­ta all’Olimpico, Ciam­pi iso­la­to sull’Aurelia con la pau­ra del gol­pe. Fat­te le debi­te pro­por­zio­ni il maxi-pro­ces­so, ini­zia­to nell’86 e ter­mi­na­to nel ‘92, è come Norim­ber­ga: la demo­cra­zia, por­tan­do alla sbar­ra i suoi aguz­zi­ni, riaf­fer­ma se stes­sa».

Mes­sa così è faci­le. La trat­ta­ti­va Sta­to-mafia c’è sta­ta o no?
«Ci sono pro­ces­si in cor­so, aspet­tia­mo che si con­clu­da­no. Ma è un fat­to che per lun­go tem­po la poli­ti­ca ha fat­to fati­ca a con­si­de­ra­re la mafia l’avversario da com­bat­te­re. La mafia ne ha appro­fit­ta­to, si è sen­ti­ta così poten­te da sfi­da­re le isti­tu­zio­ni che pri­ma ave­va con­di­zio­na­to. Ma pro­prio quel­la sfi­da ha pro­dot­to una rot­tu­ra trau­ma­ti­ca: è nata nel Pae­se una coscien­za anti-mafia, l’idea che la mafia sia il nemi­co asso­lu­to del­la demo­cra­zia».

Come dice Sal­va­to­re Bor­sel­li­no, Rii­na si por­ta trop­pi segre­ti nel­la tom­ba. Dal bacio di Andreot­ti alle con­fes­sio­ni di Gra­via­no, che richia­ma in cau­sa Ber­lu­sco­ni.
«È vero, Rii­na si por­ta die­tro tan­ti segre­ti. Anche in que­sto caso le inda­gi­ni sono in cor­so, e da mini­stro degli Inter­ni non sta a me com­men­tar­le. Ma voglio dir­le una cosa: un gran­de Pae­se non deve mai rinun­cia­re alla rico­stru­zio­ne del­la pro­pria sto­ria. Non c’è demo­cra­zia, sen­za veri­tà».

Sta­va male da tem­po, ma «per coman­da­re gli basta­va uno sguar­do». Con­ta­va anco­ra, il boss dei Cor­leo­ne­si?
«Che aves­se anco­ra una capa­ci­tà di inter­ven­to ester­no, diret­to e cari­sma­ti­co, è testi­mo­nia­to dal­le atti­vi­tà inve­sti­ga­ti­ve di que­sti anni. Un capo mafia non ces­sa mai di esse­re un capo mafia. Per que­sto esi­ste il 41 bis».

E ades­so che suc­ce­de? Chi coman­da le cosche?
«Per capir­lo dob­bia­mo por­ci un’altra doman­da: cosa è avve­nu­to, nei 24 anni in cui Rii­na è sta­to al 41 bis? La sua mor­te, ovvia­men­te, non signi­fi­ca la mor­te del­la mafia. Cosa nostra non ha più il mono­po­lio del­la cri­mi­na­li­tà orga­niz­za­ta, che è una hol­ding gui­da­ta dal­la ‘ndran­ghe­ta, sen­za sot­to­va­lu­ta­re camor­ra e sacra coro­na uni­ta. Oggi il moto­re del­le mafie è il traf­fi­co inter­na­zio­na­le di stu­pe­fa­cen­ti. Nel 2016 l’Afghanistan, dopo 16 anni di pre­sen­za del­le for­ze inter­na­zio­na­li, ha bat­tu­to tut­ti i record nel­la pro­du­zio­ne di oppio».

Que­sto cosa vuol dire?
«Le mafie han­no ormai una per­fet­ta dimen­sio­ne glo­cal. For­ti radi­ci loca­li e “valo­ria­li”: pen­si al modo in cui i pira­ti vive­va­no la Tor­tu­ga come por­to sicu­ro, e al boss Pino Sca­du­to che a Baghe­ria ordi­na a suo figlio Pao­lo di ucci­de­re la sorel­la per­ché si inna­mo­ra di uno “sbir­ro”. For­te pro­ie­zio­ne sui mer­ca­ti glo­ba­li, attra­ver­so l’enorme mas­sa di dena­ro gene­ra­ta dal­le dro­ghe e movi­men­ta­ta da un’aristocrazia finan­zia­ria dif­fi­ci­le da sma­sche­ra­re. Dun­que, arcai­ci­tà nei prin­ci­pi e moder­ni­tà nel modus ope­ran­di. Rii­na è arri­va­to al con­fi­ne di que­sto con­nu­bio, poi è usci­to di sce­na. Ma ora la minac­cia non è affat­to sva­ni­ta: si è fat­ta solo più sofi­sti­ca­ta e com­ples­sa».

E come si fron­teg­gia?
«C’è una rispo­sta inter­na­zio­na­le, intan­to. Con la stra­ge di Dui­sburg abbia­mo capi­to che una fai­da fami­lia­re a San Luca in Cala­bria può ave­re un esi­to nel cuo­re del­la Ger­ma­nia indu­stria­liz­za­ta. Per que­sto è neces­sa­rio vara­re al più pre­sto una Pro­cu­ra euro­pea Anti-mafia e Anti-ter­ro­ri­smo ed eli­mi­na­re in fret­ta le asim­me­trie tra le diver­se legi­sla­zio­ni sull’attacco ai beni mafio­si».

E la rispo­sta nazio­na­le?
«Fal­co­ne dice­va che la mafia, come tut­te le cose uma­ne, ha un ini­zio e una fine. Ebbe­ne, io pen­so che pro­prio l’uscita di sce­na di Rii­na, sul pia­no sto­ri­co e sim­bo­li­co, san­ci­sca il sal­to di qua­li­tà che abbia­mo fat­to in que­sti anni. Oggi abbia­mo final­men­te com­pre­so che la pio­vra non si deve “con­te­ne­re”, ma scon­fig­ge­re per sem­pre. Il prin­ci­pio enun­cia­to da Fal­co­ne è diven­ta­to un obiet­ti­vo rea­li­sti­co, final­men­te rag­giun­gi­bi­le. Non doma­ni, non dopo­do­ma­ni, ma pos­sia­mo riu­scir­ci, se fac­cia­mo tut­ti assie­me la nostra par­te».

E chi deve fare la sua par­te, se non lo Sta­to?
«Que­sta guer­ra si vin­ce con il con­cor­so di tre “eser­ci­ti”. Il pri­mo, cer­to, è lo Sta­to. Non dob­bia­mo abban­do­na­re per un solo atti­mo la lot­ta. Que­sto signi­fi­ca ricer­ca dei lati­tan­ti: è essen­zia­le arre­sta­re Mat­teo Mes­si­na Dena­ro. Signi­fi­ca attac­co ai capi­ta­li mafio­si: era essen­zia­le appro­va­re il nuo­vo Codi­ce anti-mafia. E signi­fi­ca sovra­ni­tà, cioè con­trol­lo del ter­ri­to­rio su cui le mafie gio­ca­no la par­ti­ta dia­bo­li­ca del con­sen­so: per que­sto sia­mo inter­ve­nu­ti a Ostia, per­ché non pos­so­no esser­ci zone fran­che».

Pro­prio Ostia è la pro­va che le zone fran­che esi­sto­no ecco­me.
«Dome­ni­ca a Ostia si rivo­ta: pro­vi a pen­sa­re a cosa sareb­be suc­ces­so se il bal­lot­tag­gio si fos­se svol­to con Rober­to Spa­da a pie­de libe­ro. La bat­ta­glia è con­ti­nua a sen­za quar­tie­re: ai pri­mi di novem­bre abbia­mo fat­to un’operazione qua­si mili­ta­re a Scam­pia, per riaf­fer­ma­re il pri­ma­to del­lo Sta­to…».

In quel­le zone il vero Sta­to sono i clan o Casa­Pound.
«Spes­so è così. Infat­ti lo Sta­to da solo, con i suoi appa­ra­ti, non basta. Per que­sto ser­ve il secon­do “eser­ci­to”: i cit­ta­di­ni. Sen­za par­te­ci­pa­zio­ne popo­la­re que­sta guer­ra non si vin­ce».

Man­ca l’esercito più impor­tan­te: la poli­ti­ca.
«La poli­ti­ca è il vero cuo­re del pro­ble­ma. Lan­cio un appel­lo: è venu­ta l’ora di fir­ma­re una sor­ta di “pat­to di civil­tà”. Tut­te le for­ze poli­ti­che che si pre­sen­ta­no nel­le varie com­pe­ti­zio­ni elet­to­ra­li si impe­gni­no a non ricer­ca­re e a rifiu­ta­re il voto del­le mafie. E sareb­be bel­lo che que­sto avve­nis­se con un atto pub­bli­co, solen­ne e fon­da­ti­vo di un nuo­vo rap­por­to tra la poli­ti­ca e il Pae­se».

La pro­po­sta è magni­fi­ca. Pec­ca­to solo che in Sici­lia le liste elet­to­ra­li fos­se­ro inzep­pa­te di “impre­sen­ta­bi­li”.
«Per que­sto ora ser­ve un impe­gno di fron­te all’Italia. Rom­pia­mo que­sto scel­le­ra­to “pat­to fau­stia­no”. Le mafie offro­no voti e pote­ri alla poli­ti­ca. Ma in cam­bio, pro­prio come a Fau­st, gli ruba­no l’anima. Que­sto non dob­bia­mo con­sen­tir­lo mai più».

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