Libia, viaggio al termine dell'umanità. L'Espresso entra in un centro di detenzione per i migranti

Centro di detenzione di Garian, Libia. Foto Alessio Romenzi/Unicef

Fran­ce­sca Man­noc­chi Espresso.repubblica.it «SE NON MI PAGANO, uno di que­sti gior­ni smet­to di fare il mio lavo­ro. Apro i luc­chet­ti, apro le gra­te e i can­cel­li e fac­cio usci­re tut­ti i migran­ti». Ibra­him ha trent’anni, è una guar­dia car­ce­ra­ria. Lavo­ra per il mini­ste­ro dell’Interno libi­co, nel­la sezio­ne anti immi­gra­zio­ne clan­de­sti­na. Il suo com­pi­to è sor­ve­glia­re uno dei cen­tri di deten­zio­ne affol­la­ti di migran­ti che per la leg­ge libi­ca sono con­si­de­ra­ti clan­de­sti­ni. Ibra­him non rice­ve lo sti­pen­dio da quat­tor­di­ci mesi, tre dei suoi cin­que fra­tel­li sono rima­sti inva­li­di duran­te la recen­te offen­si­va per libe­ra­re Sir­te dall’occupazione dell’Isis ma il mini­ste­ro del­la Dife­sa non ha sol­di per risar­ci­re le fami­glie dei dan­ni subi­ti in guer­ra e lui deve pren­der­si cura di tut­ti. «Non abbia­mo più sol­di, come pre­ten­do­no che io fac­cia bene il mio lavo­ro se non mi paga­no? Que­sta gen­te è solo un pro­ble­ma per noi, un gior­no di que­sti li fac­cio usci­re così tor­na­no nel­le mani dei traf­fi­can­ti, che se ne occu­pi­no loro» dice, men­tre apre uno dei luc­chet­ti del can­cel­lo all’entrata dell’edificio. Il cen­tro di deten­zio­ne di Garian si tro­va all’incrocio di tre zone con­trol­la­te da mili­zie in lot­ta tra loro, che sosten­go­no il gover­no uffi­cia­le di Fayez al Sar­raj e appog­gia­no Haf­tar a Ben­ga­si e la tri­bù dei War­sha­fa­na. Gli scon­tri lun­go la stra­da sono quo­ti­dia­ni. Per que­sto rag­giun­ge­re il cen­tro è dif­fi­ci­le e peri­co­lo­so, la via è costel­la­ta da deci­ne di check point. Nel cen­tro di deten­zio­ne di Garian sono reclu­se 1.400 per­so­ne, di cui 250 mino­ri. Vivo­no in edi­fi­ci di lamie­ra, chiu­si a chia­ve per 24 ore al gior­no. Dal via­le d’entrata il col­po d’occhio è stra­zian­te: dal­le gra­te di fer­ro del­le deci­ne di edi­fi­ci spran­ga­ti spor­go­no le mani di uomi­ni, ragaz­zi e bam­bi­ni impri­gio­na­ti da mesi. «Fate­ci usci­re di qui, stia­mo moren­do» da ogni por­ta risuo­na­no le stes­se paro­le. Timo­thy è scap­pa­to dal­la Nige­ria «per­ché c’è Boko Haram e io ave­vo pau­ra di mori­re», dice. Si tro­va nel cen­tro di deten­zio­ne di Garian da otto mesi, da solo. Avreb­be volu­to arri­va­re in Euro­pa, cer­ca­re lavo­ro e rico­min­cia­re a stu­dia­re. Ma il sogno di una vita miglio­re si è inter­rot­to a Tri­po­li, dove è sta­to arre­sta­to. «Nel deser­to non ave­va­mo abba­stan­za acqua né cibo. La gen­te mori­va, pen­sa­vo non ci fos­se nien­te di peg­gio, inve­ce il vero infer­no è qui: ci pic­chia­no ogni gior­no, ci minac­cia­no, per loro con­tia­mo meno degli ani­ma­li», dice sedu­to su uno dei mate­ras­si spor­chi del cen­tro di deten­zio­ne.

Il 2016 è sta­to l’anno peg­gio­re di sem­pre nel Medi­ter­ra­neo: cir­ca 5mi­la per­so­ne sono anne­ga­te ten­tan­do di attra­ver­sa­re le 200 miglia che sepa­ra­no la Libia dall’Italia

Il 2016 è sta­to l’anno peg­gio­re di sem­pre nel Medi­ter­ra­neo: cir­ca 5mi­la per­so­ne sono anne­ga­te ten­tan­do di attra­ver­sa­re le 200 miglia che sepa­ra­no la Libia dall’Italia. Quat­tor­di­ci mor­ti accer­ta­te ogni gior­no, cui van­no aggiun­te le cen­ti­na­ia di cui nes­su­no saprà mai nul­la. Set­te­cen­to di que­sti mor­ti accer­ta­ti era­no bam­bi­ni. Le par­ten­ze non si sono mai inter­rot­te, nem­me­no in inver­no, a dimo­stra­zio­ne che il traf­fi­co di uomi­ni è un busi­ness sem­pre più soli­do che sostie­ne l’economia libi­ca, vit­ti­ma del caos poli­ti­co che non sem­bra tro­va­re una solu­zio­ne. Uni­cef, in un rap­por­to sul­la situa­zio­ne dei migran­ti in Libia che sarà dif­fu­so il pros­si­mo 27 feb­bra­io, rife­ri­sce che nel Pae­se si tro­va­no cir­ca 260 mila migran­ti, di cui 23 mila bam­bi­ni. Ma, si sot­to­li­nea nel docu­men­to, i dati rea­li sareb­be­ro alme­no tre vol­te supe­rio­ri. I più vul­ne­ra­bi­li, come sem­pre, i bam­bi­ni: nel solo 2016 in 26 mila han­no ten­ta­to di rag­giun­ge­re l’Europa su un gom­mo­ne, il dop­pio dell’anno pre­ce­den­te. Nove su die­ci mino­ri non accom­pa­gna­ti. La cor­ru­zio­ne ende­mi­ca fa gua­da­gna­re i traf­fi­can­ti. In Libia il gover­no non ha più sol­di, non paga gli sti­pen­di, e i cit­ta­di­ni han­no comin­cia­to ad assal­ta­re le sedi del­le ban­che. I traf­fi­can­ti sono gli uni­ci ad ave­re a dispo­si­zio­ne un flus­so inin­ter­rot­to di con­tan­te: i sol­di con cui i migran­ti vor­reb­be­ro paga­re “il bigliet­to” per una vita miglio­re. A Tri­po­li il respon­sa­bi­le del­le rela­zio­ni ester­ne del mini­ste­ro dell’Interno, Abdra­zaq Alsh­ne­ti, sostie­ne che i cen­tri di deten­zio­ne sono al col­las­so, non ci sono abba­stan­za sol­di per sfa­ma­re i migran­ti e quan­do non ci sono risor­se i cen­tri ven­go­no sigil­la­ti e i migran­ti rimes­si in liber­tà, alla mer­cé dei traf­fi­can­ti. «Voi pen­sa­te che il pro­ble­ma in Libia sia la poli­ti­ca, ma non si può pen­sa­re a un gover­no di uni­tà nazio­na­le sen­za un eser­ci­to nazio­na­le. Qui a spar­tir­si il bot­ti­no dei migran­ti non sono solo i traf­fi­can­ti ma le mili­zie arma­te che di fat­to con­trol­la­no il ter­ri­to­rio», sot­to­li­nea.

Uno dei fun­zio­na­ri lun­go il cor­ri­do­io dell’anonimo uffi­cio libi­co dice l’altra metà del­la veri­tà, la metà che Alsh­ne­ti non ha potu­to rac­con­ta­re. È un poli­ziot­to e ha pau­ra per la pro­pria inco­lu­mi­tà. «Ci sono deci­ne e deci­ne di pri­gio­ni su cui non abbia­mo alcun con­trol­lo, tre­di­ci solo a Tri­po­li, gesti­te da poten­ti mili­zie arma­te. Qui a Tri­po­li una del­le bri­ga­te più poten­ti è la Sha­ri­kan, nes­su­no può avvi­ci­nar­si alle zone che con­trol­la­no. Fin­go­no di arre­sta­re i migran­ti clan­de­sti­ni e li ten­go­no nei loro cen­tri, sen­za cibo e sen­za acqua, pren­do­no loro i sol­di, li sfrut­ta­no, abu­sa­no del­le don­ne e poi li tra­spor­ta­no nel­la zona di Gara­bul­li per far­li par­ti­re con i gom­mo­ni, con la com­pli­ci­tà di par­te del­la guar­dia costie­ra. Noi non abbia­mo pote­re su que­ste pri­gio­ni, non pos­sia­mo avvi­ci­nar­ci per­ché rischia­mo di esse­re ucci­si». Secon­do il rap­por­to Uni­cef, «i cen­tri di deten­zio­ne gesti­ti dal­le mili­zie non sono altro che cam­pi di lavo­ro for­za­to, pri­gio­ni di for­tu­na gesti­te da grup­pi arma­ti. Per le miglia­ia di don­ne e bam­bi­ni migran­ti in car­ce­re è un infer­no fat­to di stu­pri, vio­len­ze, sfrut­ta­men­to ses­sua­le, fame e abu­si rei­te­ra­ti». A cen­to chi­lo­me­tri da Tri­po­li si tro­va il cen­tro di deten­zio­ne di Al Khoms, un ammas­so di cemen­to in mez­zo al nul­la: sul lato destro sono rag­grup­pa­te le don­ne, su quel­lo sini­stro gli uomi­ni. Ogni ala pos­sie­de un can­cel­lo ser­ra­to da un chia­vi­stel­lo, non c’è cor­ren­te né acqua. Il gover­no uffi­cia­le non paga e quin­di spes­so non arri­va nem­me­no da man­gia­re. Le cel­le sono sovraf­fol­la­te, sul­le coper­te ammas­sa­te a ter­ra dor­mo­no anche in die­ci in una stan­za di pochi metri qua­dra­ti. All’entrata l’odore che ema­na dai bagni ren­de l’aria irre­spi­ra­bi­le, nel­la sezio­ne maschi­le gli sca­ri­chi dell’acqua sono rot­ti e le feci inva­do­no metà dei pavi­men­ti.

Aishat è scap­pa­ta dal­la Costa d’Avorio. Era già in mare quan­do il moto­re del gom­mo­ne si è rot­to e la guar­dia costie­ra libi­ca ha arre­sta­to lei e le 120 per­so­ne a bor­do. «Ci han­no por­ta­to nel car­ce­re di Zawia, era­va­mo in 1.200, ammas­sa­ti a cen­ti­na­ia in ogni stan­za. Era­va­mo così stret­ti che non riu­sci­va­mo a sdra­iar­ci tut­ti, dove­va­mo dor­mi­re a turno.Ci han­no tol­to tut­to: scar­pe, magliet­te, ovvia­men­te i sol­di e i tele­fo­ni. E han­no comin­cia­to a ricat­tar­ci. Uti­liz­za­va­no i tele­fo­ni che ci ave­va­no sot­trat­to per con­tat­ta­re i nostri cono­scen­ti in Libia e chie­de­re sol­di in cam­bio del nostro rila­scio». Un riscat­to in una cate­na di vio­len­za e minac­ce. Due anni dopo l’avvio dell’operazione Sophia, che ha sal­va­to miglia­ia di vite nel Medi­ter­ra­neo, l’Europa ha deci­so di cam­bia­re approc­cio. Duran­te l’ultimo ver­ti­ce di Mal­ta, lo scor­so 3 feb­bra­io, il pre­si­den­te del Con­si­glio euro­peo, Donald Tusk, ha det­to chia­ra­men­te che l’obiettivo è chiu­de­re la rot­ta del Medi­ter­ra­neo cen­tra­le affi­dan­do alla guar­dia costie­ra libi­ca il pat­tu­glia­men­to del­le coste per fer­ma­re i gom­mo­ni in par­ten­za, aumen­ta­re il nume­ro dei cen­tri di deten­zio­ne per migran­ti e soste­ne­re il rim­pa­trio volon­ta­rio. L’investimento pre­vi­sto è di 400 milio­ni di euro, l’Italia avrà un ruo­lo deter­mi­nan­te in que­sta par­ti­ta, tan­to che il pre­mier Al Sar­raj ha fir­ma­to con il pre­si­den­te del Con­si­glio, Pao­lo Gen­ti­lo­ni, un memo­ran­dum di inte­sa che rical­ca quel­li del 2008 (Maro­ni) e 2012 (Can­cel­lie­ri): tan­ti sol­di in cam­bio di pat­tu­glia­men­to del­le coste e con­trol­lo del­le fron­tie­re. Ma oggi, nel­la Libia in costan­te guer­ra civi­le, chi deve pat­tu­glia­re le coste e con­trol­la­re le fron­tie­re è diret­ta­men­te coin­vol­to nel traf­fi­co di uomi­ni. Lo gesti­sce, ci gua­da­gna.

«La guar­dia costie­ra fa fin­ta di non vede­re. Qual­cu­no è minac­cia­to, qual­cu­no è coin­vol­to», dice una del­le guar­die car­ce­ra­rie di Al Salad­din, cen­tro di deten­zio­ne alla peri­fe­ria di Tri­po­li: «Ci sono guar­die costie­re che recu­pe­ra­no i migran­ti in mare e li ven­do­no alle mili­zie che li tra­spor­ta­no nel­le pri­gio­ni ille­ga­li. I migran­ti sono i ban­co­mat di que­sto Pae­se. L’Europa vede, ne è con­sa­pe­vo­le, eppu­re ha pre­fe­ri­to spo­sta­re il pro­ble­ma sul­le nostre spal­le anzi­ché far­se­ne cari­co. Pre­fe­ri­sce non vede­re i mor­ti». Ma la con­ta dei mor­ti cre­sce, gior­no dopo gior­no. Negli ulti­mi tre mesi – tra novem­bre e la fine di gen­na­io – alme­no 1350 migran­ti sono anne­ga­ti nel Medi­ter­ra­neo: secon­do l’Unicef, è un nume­ro tre­di­ci vol­te mag­gio­re dei deces­si ripor­ta­ti nel­lo stes­so perio­do del­lo scor­so anno. Due­cen­to sono bam­bi­ni. «Il nume­ro cre­scen­te di bam­bi­ni disper­so in mare sot­to­li­nea la pres­san­te neces­si­tà per i gover­ni su entram­be le spon­de del Medi­ter­ra­neo per fare di più per tener­li al sicu­ro» dice il Vice Diret­to­re Ese­cu­ti­vo di Uni­cef Justin For­syth. «Han­no biso­gno di un inter­ven­to urgen­te ora».

Bilal ha 24 anni, vie­ne dal Niger. Oggi si tro­va nel cen­tro di deten­zio­ne di Al Salad­din a Tri­po­li. L’edificio dove oggi c’è la pri­gio­ne di Al Salad­din è sta­to per anni una sala rice­vi­men­ti per matri­mo­ni. Al suo inter­no le trac­ce dei fasti di un’epoca pas­sa­ta: un’insegna dora­ta sul­la pare­te ricor­da che un tem­po quel­le mura sono sta­te testi­mo­ni di dan­ze e ban­chet­ti. Pro­mes­se di una vita in dive­ni­re, miglio­re. Anche Bilal l’avrebbe desi­de­ra­ta. Ma oggi ha la tuber­co­lo­si, il suo viso è segna­to dal­la malat­tia, sca­va­to dal­la fame. Respi­ra a sten­to e non cam­mi­na. Da sei mesi è chiu­so a chia­ve in una stan­za sen­za luce, sen­za aria. Il con­so­la­to del Niger gli ha pro­cu­ra­to un foglio di via. Ma nes­su­no paga il volo di rien­tro dei rim­pa­tri (cosid­det­ti) volon­ta­ri. E nes­su­no cura la sua malat­tia. Tut­ti gli ospe­da­li libi­ci han­no rifiu­ta­to di rico­ve­rar­lo. I medi­ci han­no rifiu­ta­to di recar­si nel cen­tro per mesi. Il sor­ve­glian­te del cen­tro di deten­zio­ne ha pro­va­to a chia­ma­re tut­ti i nume­ri di orga­niz­za­zio­ni uma­ni­ta­rie che ave­va, ma non è arri­va­to nes­su­no a cura­re un ragaz­zo in cer­ca di una vita miglio­re, impri­gio­na­to nel caos libi­co, sem­pre più inu­ma­no.

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