L’omicidio Scopelliti, la Santa e gli Invisibili

Piero Gaeta Gazzetta del Sud REGGIO CALABRIA — I due volti della ndrangheta. Quello spavaldo e ostentato nella sua violenza criminale e quello riservato e nascosto e per questo ancora più pericoloso. Due facce della stessa pericolosissima medaglia. E in questo processo osmotico fra la componente riservata e la componente percepibile da tutti, si inseriscono le dichiarazioni di tre storici”pentiti” di ndrangheta: Paolo lannò, Giuseppe Lombardo e Nino Fiume. Tutti e tre, in tempi diversi, hanno riferito della “evoluzione” della ndrangheta da entità fisica a diabolica cupola invisibile. Quasi un’operazione alchemica, in cui il male perde i suoi connotati fisici per diventare astrazione pura e quindi ancora più difficile da individuare e combattere. Le dichiarazioni dei collaboratori sono state poi messe a sistema dal pm antimafia Giuseppe Lombardo (oggi procuratore aggiunto della Dda reggina) nella monumentale inchiesta “Mamma Santissima” che ha individuato”gli invisibili” della ndrangheta e li ha portati nell’aula bunker del viale Calabria davanti al Tribunale. Era il 24 marzo 1997 quando il collaboratore Giuseppe Lombardo parlò della «…”cupola” che governa tutti gli interessi illeciti nella città e che è costituita da esponenti della mafia, della politica, della massoneria e dell’imprenditoria». E disse anche quando è nata: «Dopo la pacificazione, esattamente tra il 1992 e il 1993». E indicò ai magistrati anche il nome del «capo assoluto» in Pasquale Condello cl. 1950 “Il supremo”; e aggiunse anche che «referente politico l’onorevole Amedeo Matacena …».

Che Lombardo indichi gli anni 1992-1993 come quelli della nascita della “cupola” —  secondo il pm così come si legge negli atti di “Mandamento” — ha «una spiegazione logica stringente seposta in relazione alla riappacificazione». Dai collaboratori si apprende che Pasquale Condello aveva ricevuto da Paolo De Stefano l’investitura a vertice assoluto della ndrangheta cittadina. ll De Stefano era, tuttavia, morto, vittima dell’attentato mafioso dell’ottobre del 1985: era l’attentato che, quale risposta a quello subito due giorni prima da Antonino lmerti, aveva aperto la seconda guerra di ndrangheta, protrattasi, sul piano dello scontro militare, ininterrottamente fino al 1991. «Dunque — annota il pm — proprio nel 1991 iniziano le trattative di pace (si richiamano, al riguardo, le dichiarazioni di Roberto Moio, che descrivono il suo attivismo a tal riguardo): sicché può dirsi che è questo il periodo in cui hanno avuto inizio le consultazioni dirette a raggiungere nuovi accordi, posto che, stando al narrato di Fiume, i precedenti erano decaduti con la morte del sostituto procuratore generale presso la Suprema Corte di Cassazione Antonino Scopelliti (19/8/1991)». Secondo i magistrati inquirenti, dunque l’omicidio Scopelliti, «sembra segnare, a livello temporale, una frattura del sistema, evidentemente perché consumato in violazione di quei patti. Ed esso coincide, peraltro, con la fase finale della seconda guerra di mafia. Si coglie, allora, dopo il periodo di conflittualità, il ritorno alla necessità di valersi di strutture riservate». Come la Santa appunto, e come la stessa Cupola.

Il passo successivo di questa nuova realtà riservata della ndrangheta lo si coglie dalle parole di Nino Fiume nel processo “Meta”, altra “creatura” del pm Giuseppe Lombardo che ha disegnato la nuova geografia della ndrangheta reggina. Con le sue dichiarazioni Nino Fiume segna «una linea di continuità con le vicende dei moti». Egli indicava che se, durante il «periodo dello sciopero di Reggio, che… dei Moti», i De Stefano avevano siglato dei «patti con persone di un certo livello, che pur essendo esclusi dai poteri legislativi avevano le capacità economiche per poter entrare in determinate situazioni», che prevedevano «una sorta di giuramento che, a patto che non fossero commessi crimini contro le istituzioni, si sarebbero aiutati tra di loro», tali patti cadevano «…dopo la guerra, per certi aspetti, perché era morto il Giudice Scopelliti…». Secondo le dichiarazioni di Fiume le «regole» a presidio della pax mafiosa le «impose Mico Libri», dovevano essere tutelati, in quanto il vecchio patriarca, custode delle regole, aveva vietato «di attentare contro qualcuno delle forze dell’ordine o qualche Giudice»: si ristabilivano, in sostanza, gli «accordi» antecedenti all’omicidio Scopelliti e con quello violati.

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