Ndrangheta a Reggio Emilia: 160 arresti, in manette Pagliani (Fi), Gibertini, Iaquinta e uomini delle forze dell'ordine

Alessio Fontanesi Reggionline.it REGGIO EMILIA - Nella conferenza stampa indetta in mattinata presso la procura di Bologna, il procuratore antimafia di Bologna Roberto Alfonso ha ammesso che "il gruppo ndranghetista aveva il proprio epicentro a Reggio Emilia, dove sono stati accertati i fatti più gravi di questa inchiesta". Tra i numerosi arrestati figura anche Domenico Mesiano, autista dell'ex questore di Reggio Emilia Domenico Savi e trasferito ormai da circa un anno: per lui l'accusa è di associazione mafiosa e minacce a una giornalista del Resto del Carlino. Il nome di Mesiano è comparso di recente sulle prime pagine dei quotidiani locali all'interno di una lettera spedita in forma anonima all'allora candidato sindaco Luca Vecchi a meno di una settimana dal voto delle amministrative, poi stravinte proprio dall'attuale sindaco. Nella missiva c'era la ricostruzione delle parentele acquisite di Vecchi fino ai cugini di terzo e quarto grado della moglie e, tra queste, c'era anche quella con Mesiano che, sempre stando all'anonimo, a qualche giorno dal voto avrebbe contattato da un ufficio della questura un referente della comunità albanese reggiana per dire di votare proprio Vecchi. Ovviamente, la reazione del candidato fu molto dura con tanto di denuncia contro ignoti sporta in procura.

 

Gasparri presenta la candidatura di Pagliani
Gasparri presenta la candidatura di Pagliani

 

Il nome di Mesiano - al pari di quelli di Pagliani e di Iaquinta - era già uscito in altri contesti legati alla criminalità organizzata: quello dell'ormai famosa cena in un ristorante di Montecchio a cui avrebbero preso parte pregiudicati e imprenditori cutresi. Nei guai per concorso esterno anche l'ex presidente del Consiglio comunale di Parma ed ex assessore della giunta Vignali Giovanni Paolo Bernini: avrebbe aiutato le cosche a ottenere appalti. Di Bernini, berlusconiano della prima ora, con una lunga frequentazione in consiglio comunale, si era parlato anche quando. nelle vesti di consulente del ministro Lunardi, partecipò a una cena con Michele Zagaria dei Casalesi: una vicenda che non ebbe alcun risvolto penale. L'operazione Oltre 100 arresti nella maxi operazione Aemilia dei carabinieri contro la ndrangheta in Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte, Veneto, Calabria e Sicilia. Migliaia i militari impegnati con l'ausilio anche di elicotteri e ben 117 le persone raggiunte da altrettanti provvedimenti (7 mancano ancora all'appello) su disposizione delle magistrature. Altri 46 provvedimenti sono stati emessi dalle procure di Catanzaro e Brescia, per un totale di oltre 160 arresti con 100 milioni di euro di beni confiscati e 200 indagati in tutto. Gli arresti nel Reggiano A Reggio Emilia e provincia (Bibbiano, Montecchio, Brescello, Gualtieri e Reggiolo), ma pure nel Modenese, dalle 3 di questa notte gli uomini dell'Arma stanno mettendo in atto una trentina di arresti e perquisizioni varie. Sarebbero decine gli indagati e tanti gli imprenditori coinvolti, tra cui anche esponenti della politica locale reggiana. Il nome eccellente è quello del capogruppo di Forza Italia in Comune, l'avvocato Giuseppe Pagliani (foto qui sotto) molto noto a Reggio Emilia e che già qualche tempo fa fu coinvolto in una vicenda di ndrangheta. Per lui l’accusa è di concorso esterno in associazione mafiosa. I carabinieri sono giunti a casa sua, ad Arceto di Scandiano, intorno alle 7 di questa mattina e lo hanno portato nel carcere di via Settembrini.

Pagliani non è l'unico nome eccellente nella parte reggiana dell'inchiesta. Arrestato anche il boss Nicolino Sarcone, che precedenti indagini avevano inquadrato come il reggente della cosca Grande Aracri a Reggio Emilia. Già condannato in primo grado per associazione mafiosa, di recente è stato destinatario di un sequestro che gli aveva bloccato beni per 5 milioni di euro. Gli inquirenti lo hanno etichettato come uno dei "capi promotori" dell'organizzazione insieme all'altro "reggiano" arrestato, Alfonso Diletto (che supervisionava la Bassa) e ad Antonio Gualtieri, che agiva però anche su Piacenza. Misure cautelari anche contro il giornalista reggiano Marco Gibertini (già in manette nei mesi scorsi per un'altra maxi inchiesta su fatturazioni false), oltre all'imprenditore edile Giuseppe Iaquinta padre del calciatore ex Juventus Vincenzo e già colpito da interdittiva antimafia. Oltre a loro manette anche per l'ex carabinieri del nucleo radiomobile reggiano Domenico Salpietro e il suo collega, anche egli ex militare, Alessandro Lupezza che prestò servizio al comando provinciale. L'indagine A coordinare l'inchiesta è la procura distrettuale antimafia di Bologna, con i procuratori Alfonso e Mescolini che hanno ottenuto dal gip Alberto Ziroldi un'ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 117 persone ritenute responsabili, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, estorsione, usura, porto e detenzione illegali di armi, intestazione fittizia di beni, reimpiego di capitali di illecita provenienza, emissione di fatture per operazioni inesistenti e altro. Tutti i reati sono aggravati dal fatto di aver favorito l'attività dell'associazione mafiosa. Come detto, contestualmente le procure di Catanzaro e Brescia - in inchieste collegate - hanno emesso altri 46 provvedimenti di fermo per gli stessi reati. Il fulcro di questa indagine ruota attorno alla cosca Grande Aracri, originaria di Cutro ma ben radicata ad esempio nel Reggiano e della quale è stato delineato il quadro complessivo degli assetti organizzativi.

Le varie propaggini extraregionali sparse tra Emilia Romagna e Lombardia sono subordinate al boss detenuto Nicolino Grande Aracri, ma tutte hanno ampia autonomia nel perseguimento dei diversificati interessi. E' stata comprovata poi la capacità della consorteria di attuare una pervasiva infiltrazione del tessuto economico e imprenditoriale nei settori dell’edilizia, dei trasporti, del movimento terra e dello smaltimento dei rifiuti tanto nel territorio d’origine - Calabria - quanto nelle aree di proiezione (l'Emilia soprattutto, da cui il nome dell'operazione) mediante una sistematica pressione estorsiva esercitata nei confronti di imprenditori locali e finalizzata a imporre, nella fase di esecuzione delle opere, la scelta di subappaltatori e fornitori fra quelli di riferimento dell’organizzazione criminale. In particolare, le investigazioni hanno messo in luce gli interessi del sodalizio nei lavori collegati alla realizzazione di rilevanti interventi di riedificazione a seguito del terremoto che ha interessato l’Emilia Romagna nel 2012, ai quali le ditte mafiose hanno avuto accesso anche grazie alle cointeressenze mantenute con i titolari di un’importante azienda edile modenese assegnataria di appalti pubblici per lo smaltimento delle macerie. Dall’inchiesta è emerso, inoltre, come i proventi illeciti delle articolazioni emiliane venivano in parte trasferiti alla cosca crotonese di Grande Aracri mediante il metodico ricorso alla falsa fatturazione per operazioni inesistenti attuata dalle società calabresi riconducibili ai Grande Aracri e, in parte, reimpiegati in loco nell’erogazione di prestiti a tassi usurari in pregiudizio di imprenditori e nell’avvio di considerevoli iniziative immobiliari intestate a prestanome nelle province di Mantova e Parma.

Tra le attività criminali svolte dall’organizzazione anche la ricettazione di imbarcazioni di lusso del valore di svariati milioni di euro, oggetto di appropriazione indebita commessa in Italia e reimmessa nei mercati nautici di Turchia e Croazia. Le indagini hanno altresì appurato il tentativo dell’organizzazione di evitare le verifiche antimafia della prefettura di Reggio Emilia e di influenzarne gli orientamenti, anche attraverso una serie di iniziative mediatiche che sarebbero state promosse dallo stesso Pagliani che, secondo l'accusa, "si metteva a disposizione dell'organizzazione, che di cambio lo aiutava a raccogliere voti. Riferiva loro delle riunioni in prefettura a Reggio Emilia e si riuniva con loro", come nel caso della cena di Montecchio già citata. Era inoltre consapevole dello "status criminale di Sarcone".

 

 

Tra le carte dell'indagine 'Aemilia' contro la 'ndrangheta, c'è una cena a cui partecipò Giuseppe Pagliani, consigliere comunale di Forza Italia a Reggio Emilia, raggiunto oggi da ordinanza di custodia in carcere. L'incontro avvenne in un ristorante della periferia della città emiliana, il 21 marzo 2012. Alla riunione parteciparono elementi come Nicolino e Gianluigi Sarcone, Alfonso Diletto, Alfonso Paolini e Giuseppe Iaquinta. Per dirla con il procuratore di Bologna Roberto Alfonso fu l'occasione in cui "si consacrò e si definì l'accordo tra la politica e l'organizzazione mafiosa". Secondo gli investigatori Pagliani, all'epoca capogruppo Pdl in consiglio provinciale, promise sostegno alle rivendicazioni di chi lamentava 'persecuzioni' ad opera del prefetto di Reggio Emilia e discriminazioni nei confronti della comunità calabrese.  In cambio avrebbe ricevuto il sostegno alla sua battaglia politica di contrapposizione alla presidente della Provincia, Sonia Masini e altri personaggi pubblicI schierati apertamente a sostegno del prefetto.