Mormile, è ancora mistero sul delitto dell’educatore carcerario rivendicato dalla Falange Armata

Sandra Rizza Il Fatto quotidiano QUELLA MATTINA dell’11 aprile 1990, a Carpiano, nella bassa milanese, due killer della ndrangheta si appostano in sella a una Honda 600 sulla provinciale 40: hanno avuto l’ordine di uccidere uno “sbirro”. Alla guida della moto c’è Nino Cuzzola; dietro di lui, Tonino Schettini, con una 38 special in mano, aspetta il bersaglio che deve arrivare a bordo di un’Alfa Romeo. “Quando arriva la macchina – racconterà Schettini – lo seguiamo, c’è il semaforo, lui rimane fermo in coda, ci affianchiamo e io gli sparo…”. Così muore, 25 anni fa, Umberto Mormile, educatore del penitenziario milanese di Opera, assassinato con sei colpi di pistola per ordine del capo della ndrangheta Domenico “Mico” Papalia, detenuto con una condanna all’ergastolo per l’uccisione del boss Antonio D’Agostino: ce l’ha a morte con il secondino e ha incaricato il fratello Antonio, all’epoca in libertà, di organizzare l’esecuzione. Perché?

Cinque giorni dopo l’agguato, Armida Miserere, direttrice del carcere di Lodi, legata sentimentalmente a Mormile, scrive al pm titolare delle indagini: “L’ipotesi più logica – dice – è che Umberto sia stato ucciso perché ostacolo a un grande progetto”. Quale? Oggi, l’esecuzione di Mormile, il primo delitto firmato dalla “Falange Armata”, la misteriosa sigla che ha rivendicato le sanguinose tappe della stagione stragista 92-93, è considerato un episodio significativo nelle indagini sulla trattativa Stato-mafia: per i pm di Palermo, l’ambiguo contesto delle carceri che ha determinato la fine dell’educatore è lo stesso nel quale si sarebbe dispiegato un pezzo del dialogo sotterraneo tra i boss e le istituzioni. E a distanza di un quarto di secolo, l’avvocato Fabio Repici (che domani alle 16 ricorda l’esecuzione di Carpiano nell’incontro organizzato a Casa Professa dalle Agende Rosse con Stefano Mormile, fratello di Umberto, il magistrato Giovanni Spinosa, ex pm delle indagini sulla “Banda della Uno Bianca”, e il giornalista Giuseppe Lo Bianco) ha chiesto a don Luigi Ciotti di inserire tra le vittime di mafia anche l’educatore di Opera: “È doveroso – ha scritto Repici – proprio ora che la magistratura sta cercando di svelare lo scenario destabilizzante che c’è dietro Falange Armata e Protocollo Farfalla, lo stesso che armò la mano di chi uccise Mormile”.

Mico, che da dietro le sbarre aveva rapporti con gli 007.Ma chi è “Mico” Papalia, il boss di Platì che ordina la fine dell’educatore? E perché ce l’ha con lui? Il suo nome compare nella lettera di addio del mafioso Nino Gioè, vittima di un misterioso suicidio a Rebibbia nel luglio ‘93. Ma anche in un’informativa della Dia, che nel 1994 lo inserisce tra gli ndranghetisti in con- tatto a Milano con ambienti legati alla masso- neria. I due sicari lo indicano come il mandante, ma dei tre processi celebrati sul delitto Mormile nessuno riesce a mettere realmente a fuo- co il movente, al punto che oggi la verità giu- diziaria appare tarata su una ricostruzione mi- nimalista, che ha contribuito a offuscare la me- moria dell’educatore assassinato. Il primo procedimento è il rito abbreviato che condanna il killer Schettini, pentito e reo confesso, a 14 anni. Il secondo, davanti alla Corte d’assise di Milano, si conclude in appello nel 2005 con la condanna all’ergastolo di Antonio Papalia e Franco Coco Trovato, entrambi boss della ndrangheta a Milano, ritenuti gli organizzatori dell’omicidio, e con la pena di 14 anni in- flitta a Cuzzola, l’autista dell’Honda.

In aula Schettini racconta che Antonio Papalia aveva dato all’educatore 30 milioni di lire per ottenere pareri favorevoli che servivano al fratello ergastolano a lavorare fuori dal carcere. Poi spiega che Mormile, per non compromettersi, aveva restituito i soldi e che “Mico” Papalia, offeso, aveva giurato di vendicarsi. Una tesi giudicata dai familiari della vittima un vero e proprio depistaggio. Ma Cuzzola, anche lui pentito, racconta un altro retroscena: Antonio Papalia era infuriato perché Mormile aveva scoperto che “Mico”, nel carcere di Parma, si incontrava con uomini dei servizi segreti e usufruiva di permessi che non gli spettavano. Un movente che sembra accendere i riflettori sui contatti sotterranei tra 007 e detenuti, ma che non viene preso in considerazione neppure nel terzo processo  concluso nel 2008 con l’ergastolo per Domenico Papalia. Sei mesi dopo l’uccisione dell’educatore, il 27 ottobre 1990, un uomo telefona all’Ansa di Bologna e attribuisce l’omicidio a una sigla fino ad allora sconosciuta: “Falange Armata carceraria’’. Perché questo ritardo nella rivendicazione?

La telefonata arriva pochi giorni dopo un evento che ha mandato in fibrillazione il cuore delle istituzioni: il 9 ottobre, nel covo di via Montenevoso a Milano, è stata ritrovata una versione “allargata” del memoriale Moro. Ci sono 53 nuove pagine con argomenti inediti, tra cui la descrizione di Gladio. Il 24 ottobre Andreotti comunica al Parlamento l’esistenza della struttura Stay behind. Secondo la denuncia del 1993 fatta da Francesco Paolo Fulci, ex direttore del Cesis, almeno 16 telefonisti della Falange Armata erano membri della VII divisione del Sismi, quella responsabile di Gladio. Se Fulci dice la verità, un filo diretto collega il Sismi alla Falange Armata che firma le stragi ‘92-‘93.

Ma che c’entra l’educatore di Opera? Cuzzola racconta che fu proprio Antonio Papalia a fare la telefonata all’Ansa di Bologna. E se è così, la sigla Falange Armata non poteva certo essere un’invenzione del boss, ma la prova del suo coinvolgimento in operazioni dei servizi, co- me forse Mormile aveva scoperto. Solo un anno dopo, il 4 gennaio del ‘91, la Falange Armata rivendica la strage del Pilastro, l’esecuzione di tre carabinieri a Bologna da parte della banda dei fratelli Savi, quelli della “Uno Bianca”. Una perizia rivelerà che una delle pistole utilizzate al Pilastro è la stessa 38 special che ha ucciso Mormile: ma la connessione rimarrà soltanto agli atti, dato i due omicidi non sono mai stati messi in relazione.

L’educatore era il testimone di quell’impasto tra 007 e criminalità organizzata coagulato ne- gli ambienti carcerari che avrebbe avuto libertà di azione nel periodo della trattativa? Era questo “il grande progetto” a cui alludeva Armida Miserere? Un mistero mai chiarito. Il 19 aprile 2003 la direttrice del carcere di Sulmona viene trovata cadavere con un colpo di pistola alla testa. Il volto è coperto da un cuscino, ma il caso viene archiviato come suicidio. Accanto al corpo, la foto di Umberto Mormile: l’uomo per cui invano aveva chiesto giustizia.

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