MORO, IL SEQUESTRO DELLA REPUBBLICA di Miguel Gotor

Miguel Gotor Il Fat­to Quo­ti­dia­no IL 16 MARZO 1978, il gior­no in cui il Par­la­men­to dove­va vota­re la fidu­cia al nuo­vo gover­no gui­da­to da Giu­lio Andreot­ti che, per la pri­ma vol­ta dal 1947, avreb­be avu­to il soste­gno ester­no del Pci, le Bri­ga­te ros­se rapi­ro­no in via Fani Aldo Moro, allo­ra pre­si­den­te del Con­si­glio nazio­na­le del­la Dc, e tru­ci­da­ro­no i cin­que uomi­ni del­la sua scor­ta (Raf­fae­le Ioz­zi­no, Ore­ste Leo­nar­di, Dome­ni­co Ric­ci, Giu­lio Rive­ra e Fran­ce­sco Ziz­zi). Quel gior­no entra­ro­no in azio­ne alme­no una deci­na di bri­ga­ti­sti che sareb­be­ro sta­ti arre­sta­ti tut­ti – l’ultima, Rita Algra­na­ti, nel 2004 – tran­ne Ales­sio Casi­mir­ri, tut­to­ra lati­tan­te in Nica­ra­gua. Alcu­ne testi­mo­nian­ze ocu­la­ri atte­sta­ro­no la par­te­ci­pa­zio­ne all’agguato anche di due indi­vi­dui su una moto Hon­da mai iden­ti­fi­ca­ti, una pre­sen­za però sem­pre nega­ta dai bri­ga­ti­sti. In quel­la tie­pi­da mat­ti­na roma­na che già anti­ci­pa­va una pri­ma­ve­ra ros­so san­gue, men­tre, il pre­si­den­te del con­si­glio inca­ri­ca­to Andreot­ti, rag­giun­to dal­la noti­zia del rapi­men­to di Moro, era aggre­di­to da cona­ti di vomi­to, ini­zia­va­no i 55 gior­ni più bui del­la sto­ria del­la Repub­bli­ca. Se i bri­ga­ti­sti aves­se­ro volu­to ucci­de­re Moro e basta, lo avreb­be­ro fat­to già il 16 mar­zo, insie­me con la scor­ta. In real­tà l’obiettivo del­la loro “pro­pa­gan­da arma­ta” era più raf­fi­na­to: eli­mi­na­re l’ostaggio dopo ave­re desta­bi­liz­za­to il qua­dro poli­ti­co e isti­tu­zio­na­le median­te il suo rapi­men­to, fun­zio­na­le a distrug­ger­ne l’immagine sul pia­no civi­le e mora­le affin­ché il suo pro­get­to di allar­ga­men­to del­la base demo­cra­ti­ca del­lo Sta­to non aves­se ere­di. Il gover­no, con il soste­gno del Pci, respin­se con fer­mez­za qual­sia­si trat­ta­ti­va pub­bli­ca sin dal­la gior­na­ta del 16 mar­zo secon­do un dop­pio prin­ci­pio: il rifiu­to di accet­ta­re un even­tua­le scam­bio di pri­gio­nie­ri, ceden­do così al ricat­to impo­sto dai bri­ga­ti­sti dopo ave­re ucci­so cin­que ser­vi­to­ri del­lo Sta­to; la rinun­cia a com­pie­re qual­sia­si atto che potes­se impli­ca­re un rico­no­sci­men­to giu­ri­di­co del­le Br in qua­li­tà di for­za com­bat­ten­te poi­ché ciò avreb­be signi­fi­ca­to legit­ti­ma­re la vio­len­za arma­ta come meto­do ordi­na­rio di lot­ta poli­ti­ca e pro­pi­zia­re nuo­vi seque­stri. Come i bri­ga­ti­sti ave­va­no pre­ven­ti­va­to, le let­te­re che il pri­gio­nie­ro comin­ciò a spe­di­re ai suoi fami­glia­ri, al papa Pao­lo VI e ai prin­ci­pa­li uomi­ni poli­ti­ci ita­lia­ni e auto­ri­tà del­lo Sta­to apri­ro­no un lace­ran­te dibat­ti­to tra le ragio­ni del­la fer­mez­za e quel­le del­la trat­ta­ti­va, che fece da corol­la­rio alla non meno insi­dio­sa discus­sio­ne se quel­le mis­si­ve fos­se­ro auten­ti­che o estor­te con la vio­len­za.

A intor­bi­di­re le acque con­cor­se la pre­sen­za in entram­bi i fron­ti di quan­ti disprez­za­va­no Moro e la sua poli­ti­ca di accor­do con i comu­ni­sti al pun­to da guar­da­re con cini­ca indif­fe­ren­za alla sua scom­par­sa. Moro, infat­ti, era desti­na­to qua­si sicu­ra­men­te a diven­ta­re capo del­lo Sta­to nell’autunno 1978, a coro­na­men­to dell’accordo rag­giun­to tra la Dc e il Pci, un’intesa forie­ra di ulte­rio­ri svi­lup­pi che lo avreb­be­ro visto nel ruo­lo di supre­mo garan­te isti­tu­zio­na­le. Senon­ché, anche tra i segua­ci del­la trat­ta­ti­va pub­bli­ca, in par­ti­co­la­re tra gli espo­nen­ti del movi­men­to extra-par­la­men­ta­re, si cela­va­no quan­ti, sof­fian­do sul fuo­co del­la neces­si­tà di un nego­zia­to pale­se che por­tas­se allo scam­bio dei pri­gio­nie­ri e a un rico­no­sci­men­to del­le Br, offri­va­no una como­da spon­da all’iniziativa bri­ga­ti­sta, ali­men­tan­do un pre­ve­di­bi­le irri­gi­di­men­to tra le par­ti che avreb­be por­ta­to alla sop­pres­sio­ne dell’ostaggio. L’esecutivo e l’antiterrorismo, sup­por­ta­to da un esper­to sta­tu­ni­ten­se, Ste­ve Piec­ze­nick, invia­to sul­lo sce­na­rio di cri­si dal Dipar­ti­men­to di Sta­to, adot­ta­ro­no una stra­te­gia a tre livel­li: sul pia­no poli­ti­co, quel­lo pub­bli­co e pro­pa­gan­di­sti­co, sosten­ne­ro la linea del­la fer­mez­za; riser­va­ta­men­te atti­va­ro­no un cana­le di comu­ni­ca­zio­ne con il mon­do bri­ga­ti­sta (così come con­si­glia­to da Piec­ze­nick) che si ser­vì dell’intermediazione dell’ex lea­der di Pote­re ope­ra­io Fran­co Piper­no e dei suoi rap­por­ti con ambien­ti gior­na­li­sti­ci de L’Espresso e con alti diri­gen­ti socia­li­sti. Costo­ro pro­va­ro­no a imba­sti­re un nego­zia­to intor­no a un atto uni­la­te­ra­le di cle­men­za del­lo Sta­to nei riguar­di di un dete­nu­to mala­to e costrui­ro­no una cate­na di con­tat­ti che rag­giun­se cer­ta­men­te la pri­gio­ne giac­ché Moro ne accen­nò in una del­le sue let­te­re. Sul pia­no segre­to, dopo ave­re con­sul­ta­to il 3 apri­le i segre­ta­ri dei par­ti­ti di mag­gio­ran­za e quin­di anche Ber­lin­guer che die­de il suo assen­so, il pre­si­den­te del Con­si­glio Andreot­ti si dis­se dispo­ni­bi­le a paga­re un riscat­to per otte­ne­re la libe­ra­zio­ne di Moro. Oggi sap­pia­mo con cer­tez­za che la rac­col­ta di que­sta som­ma coin­vol­se la fami­glia pon­ti­fi­cia e Pao­lo VI in per­so­na, lega­to a Moro sin dai tem­pi del­la Fuci. Pro­prio duran­te il seque­stro, Casi­mir­ri, pre­sen­te con sua moglie in via Fani e appar­te­nen­te a un’influente fami­glia di cit­ta­di­ni del Vati­ca­no, ven­ne fer­ma­to dal­le for­ze dell’ordine, ma rila­scia­to. Col pas­sa­re dei gior­ni l’operazione Moro rive­lò una dupli­ce dimen­sio­ne simi­le a un gomi­to­lo che inve­ce di scio­glier­si si ingar­bu­glia­va sem­pre di più: pro­ce­det­te come un nor­ma­le seque­stro di per­so­na, tut­ta­via, in ragio­ne del­la qua­li­tà dell’ostaggio, ebbe anche un rilie­vo spio­ni­sti­co- infor­ma­ti­vo, fun­zio­na­le a rac­co­glie­re noti­zie segre­te o riser­va­te riguar­dan­ti la sicu­rez­za nazio­na­le e atlan­ti­ca del­lo Sta­to. Ciò avven­ne attra­ver­so l’espediente media­ti­co del “pro­ces­so al regi­me demo­cri­stia­no”. Gli ori­gi­na­li di que­sto inter­ro­ga­to­rio (il “memo­ria­le”) sono a tutt’oggi scom­par­si, men­tre si sono recu­pe­ra­te, uffi­cial­men­te sol­tan­to nel 1990 den­tro l’intercapedine di un covo bri­ga­ti­sta a Mila­no già per­qui­si­to nell’ottobre 1978 dal­le for­ze dell’ordine e da allo­ra rima­sto sot­to seque­stro giu­di­zia­rio, del­le foto­co­pie dei mano­scrit­ti, incom­ple­te, ma di sicu­ro auto­gra­fe di Moro. Il tar­di­vo ritro­va­men­to di que­ste car­te, avven­ne sol­tan­to dopo la cadu­ta del muro di Ber­li­no e la fine del­la guer­ra fred­da, ma l’interrogatorio risul­tò taglia­to del­le par­ti riguar­dan­ti, fra le altre cose, la fuga di Her­bert Kap­pler, il gol­pe Bor­ghe­se e il con­flit­to ara­bo-israe­lia­no, inclu­so l’accordo di intel­li­gen­ce dell’ottobre 1973, cui l’ostaggio ave­vaac­cen­na­to più vol­te in modo crip­ti­co in alcu­ne let­te­re invia­te a sele­zio­na­ti e infor­ma­ti desti­na­ta­ri. Si trat­ta­va di una serie di vicen­de intor­no alle qua­li nel 1978 era­no in cor­so deli­ca­te inchie­ste giu­di­zia­rie che coin­vol­ge­va­no i ver­ti­ci mili­ta­ri e dei ser­vi­zi segre­ti ita­lia­ni e stra­nie­ri (ad esem­pio il pro­ces­so Bor­ghe­se e quel­lo rela­ti­vo ad “Argo 16”). Di con­se­guen­za le par­ti espun­te riguar­da­va­no dei fat­ti anco­ra aper­ti sul pia­no giu­di­zia­rio (di cui la cono­scen­za del­le rive­la­zio­ni di Moro nel 1978 avreb­be potu­to con­di­zio­na­re l’esito) oppu­re epi­so­di rela­ti­vi ai rap­por­ti inter­na­zio­na­li dell’Italia con Pae­si ami­ci, ad esem­pio con la Ger­ma­nia ove­st, Israe­le, la diri­gen­za pale­sti­ne­se, tute­la­ti da un vin­co­lo di segre­tez­za che si svol­ge­va lun­go il taglien­te filo del­la ragio­ne di Sta­to. Quel­la ragio­ne di Sta­to cui Moro ave­va fat­to espli­ci­to rife­ri­men­to nel­la sua pri­ma let­te­ra a Fran­ce­sco Cos­si­ga il 29 mar­zo, lad­do­ve ave­va spie­ga­to che “nel­le cir­co­stan­ze sopra descrit­te entra in gio­co, al di là di ogni con­si­de­ra­zio­ne uma­ni­ta­ria che pure non si può igno­ra­re, la ragio­ne di Sta­to. Soprat­tut­to que­sta ragio­ne di Sta­to nel mio caso signi­fi­ca […] che io mi tro­vo sot­to un domi­nio pie­no e incon­trol­la­to, sot­to­po­sto a un pro­ces­so popo­la­re che può esse­re oppor­tu­na­men­te gra­dua­to […] con il rischio di esse­re chia­ma­to o indot­to a par­la­re in manie­ra che potreb­be esse­re sgra­de­vo­le e peri­co­lo­sa”.

Una gior­na­ta deci­si­va del seque­stro Moro fu il 18 apri­le 1978, quan­do, a pochi minu­ti l’uno dall’altro, avven­ne­ro due epi­so­di alta­men­te desta­bi­liz­zan­ti. Una fuga d’acqua, volu­ta­men­te pro­vo­ca­ta da una mano anco­ra igno­ta, fece sco­pri­re il covo di via Gra­do­li, abi­ta­to da Mario Moret­ti, ossia da colui che sta­va inter­ro­gan­do l’ostaggio. Il nome di Gra­do­li, un pae­se in pro­vin­cia di Viter­bo, era emer­so già il 2 apri­le in una sedu­ta spi­ri­ti­ca orga­niz­za­ta da un grup­po di pro­fes­so­ri bolo­gne­si, fra cui Roma­no Pro­di, Alber­to Clò e Mario Bal­das­sar­ri. Le inda­gi­ni avreb­be­ro dimo­stra­to che la poli­zia già il 18 mar­zo ave­va inter­ro­ga­to gli occu­pan­ti dell’abitazione adia­cen­te il covo di via Gra­do­li. L’appartamento in quei gior­ni era abi­ta­to da un’informatrice del­la poli­zia e dal suo sedi­cen­te fidan­za­to che, solo negli anni Novan­ta, dopo lo scan­da­lo dei fon­di neri del Sisde, si sareb­be sco­per­to esse­re sta­to nel 1978 domi­ci­lia­to in uno stu­dio com­mer­cia­li­sta col­le­ga­to a socie­tà immo­bi­lia­ri di coper­tu­ra dei ser­vi­zi situa­te nel­lo stes­so sta­bi­le e in via Gra­do­li. L’espediente inve­sti­ga­ti­vo del­la sedu­ta spi­ri­ti­ca, a vol­te uti­liz­za­to dagli psi­co­de­tec­ti­ve angloa­me­ri­ca­ni per nascon­de­re le ori­gi­ni del­le infor­ma­zio­ni, sareb­be ser­vi­to a copri­re una fon­te che, a rischio del­la sua stes­sa vita, sta­va segre­ta­men­te col­la­bo­ran­do con le auto­ri­tà e che vole­va, per ragio­ni poli­ti­che più che uma­ni­ta­rie, deter­mi­na­re il fal­li­men­to dell’operazione Moro, ma non l’arresto di Moret­ti e degli altri bri­ga­ti­sti, i qua­li resta­va­no dei “com­pa­gni che sba­glia­no”. Sem­pre il 18 apri­le un comu­ni­ca­to apo­cri­fo, rea­liz­za­to da un abi­le fal­sa­rio lega­to alla ban­da del­la Maglia­na e in rap­por­ti con i ser­vi­zi segre­ti ita­lia­ni, di nome Anto­nio Chi­chia­rel­li, annun­cia­va che il cada­ve­re di Moro gia­ce­va nei fon­da­li del lago del­la Duches­sa, in Abruz­zo. Oggi, sul­la scor­ta del­le dichia­ra­zio­ni rila­scia­te dal magi­stra­to Clau­dio Vita­lo­ne, vici­no ad Andreot­ti, nel pro­ces­so per l’omicidio del gior­na­li­sta Car­mi­ne Peco­rel­li che vide entram­bi impu­ta­ti e poi assol­ti, sap­pia­mo che le for­ze dell’antiterrorismo con­fe­zio­na­ro­no il fal­so comu­ni­ca­to per otte­ne­re una pro­va dell’esistenza in vita di Moro, neces­sa­ria al pro­se­gui­men­to del­la trat­ta­ti­va. Le Bri­ga­te ros­se, per smen­ti­re il comu­ni­ca­to, ven­ne­ro costret­te a divul­ga­re il 20 apri­le una foto dell’ostaggio con una copia de La Repub­bli­ca del 19 apri­le e indi­ca­ro­no in “Andreot­ti e i suoi com­pli­ci” i veri auto­ri del depi­stag­gio, coglien­do dun­que nel segno. Il fal­so comu­ni­ca­to ser­vì assai pro­ba­bil­men­te anche ad accre­di­ta­re pres­so il Vati­ca­no la figu­ra di Chi­chia­rel­li, l’autore, come inter­me­dia­rio segre­to, affin­ché il riscat­to rac­col­to dal papa non finis­se nel­le mani dei bri­ga­ti­sti a finan­zia­re la lot­ta arma­ta, ben­sì in quel­le di un per­so­nag­gio con­trol­la­to dagli appa­ra­ti del­lo Sta­to anche se lega­to alla cri­mi­na­li­tà comu­ne. Il pia­no del gover­no e dell’antiterrorismo fal­lì per­ché il Vati­ca­no dovet­te subo­do­ra­re l’inganno e non con­se­gnò il dena­ro. L’accaduto, però, indus­se Pao­lo VI a rivol­ge­re il 22 apri­le un acco­ra­to appel­lo “agli uomi­ni del­le Bri­ga­te ros­se” affin­ché rila­scias­se­ro Moro “sen­za con­di­zio­ni”. Evi­den­te­men­te per­ché quel­le fino ad allo­ra pat­tui­te si era­no rive­la­te men­da­ci e fos­se pos­si­bi­le così rial­lac­cia­re i fili di una trat­ta­ti­va non con degli impo­sto­ri, ma con quan­ti effet­ti­va­men­te dete­ne­va­no il pri­gio­nie­ro. Ogni sfor­zo del papa, capo di uno Sta­to este­ro impe­gna­to in un duro quan­to nasco­sto scon­tro con il gover­no ita­lia­no che mal tol­le­ra­va quell’ingerenza uma­ni­ta­ria i cui effet­ti desta­bi­liz­zan­ti avreb­be­ro avu­to san­gui­no­se rica­du­te sul­le for­ze dell’ordine e sui cit­ta­di­ni ita­lia­ni, fu inu­ti­le, come rive­la­no le ulti­me strug­gen­ti let­te­re di Moro alla moglie Noret­ta: “Vor­rei capi­re con i miei pic­co­li occhi mor­ta­li come ci si vedrà dopo. Se ci fos­se luce, sareb­be bel­lis­si­mo […]”; “Ora improv­vi­sa­men­te, quan­do si pro­fi­la­va qual­che esi­le spe­ran­za, giun­ge incom­pren­si­bil­men­te l’ordine di ese­cu­zio­ne”. Incom­pren­si­bil­men­te. E già. Gli ulti­mi gior­ni di Moro riman­go­no oscu­ri non sol­tan­to per le incon­grui­tà nel­le ver­sio­ni for­ni­te dai seque­stra­to­ri, ma anche per­ché l’ostaggio in diver­se let­te­re e in una lun­ga par­te del memo­ria­le si mostrò cer­to di esse­re a un pas­so dal­la libe­ra­zio­ne tan­to da spin­ger­si a rin­gra­zia­re i bri­ga­ti­sti per il loro atto di magna­ni­mi­tà (“io desi­de­ro dare atto che alla gene­ro­si­tà del­le Bri­ga­te Ros­se devo, per gra­zia, la sal­vez­za del­la vita e la resti­tu­zio­ne del­la liber­tà”). Rispet­to alla ver­sio­ne uffi­cia­le accer­ta­ta in nume­ro­se inchie­ste giu­di­zia­rie (l’ultima è tut­to­ra in cor­so men­tre una nuo­va Com­mis­sio­ne di inchie­sta par­la­men­ta­re ha inda­ga­to in que­sta legi­sla­tu­ra) e in segui­to riba­di­ta in alcu­ni libri di memo­rie scrit­ti dai bri­ga­ti­sti, la tre­pi­da­zio­ne dimo­stra­ta in quel­le ore agli ambien­ti del­la fami­glia pon­ti­fi­cia, da auto­re­vo­li ed esper­ti espo­nen­ti poli­ti­ci e dal­lo stes­so pri­gio­nie­ro appa­ri­reb­be sul pia­no logi­co del tut­to ingiu­sti­fi­ca­ta, ma evi­den­te­men­te rin­via a un’altra dimen­sio­ne del­la sto­ria rima­sta occul­ta.

Il fal­li­men­to del nego­zia­to segre­to ha con­tri­bui­to ad ali­men­ta­re un’area di opa­ci­tà e di reci­pro­co ricat­to che ha con­di­zio­na­to i sog­get­ti coin­vol­ti nel­la vicen­da: le linee del­la fer­mez­za e dlla trat­ta­ti­va e quel­la del­la reti­cen­za si sono para­dos­sal­men­te raf­for­za­te per sem­pre gra­zie alla scom­par­sa di Moro. Resta il fat­to che il pri­gio­nie­ro è mor­to e che gli ori­gi­na­li dei suoi scrit­ti sono spa­ri­ti: un epi­lo­go sghem­bo e for­se bef­far­do di una sto­ria tra­gi­ca nel­la sua asciut­ta fero­cia, che ben pre­sto, gra­zie alla pen­na di Leo­nar­do Scia­scia, si sareb­be tra­sfor­ma­ta nel cosid­det­to Affai­re Moro. Il 9 mag­gio 1978 i seque­stra­to­ri abban­do­na­ro­no il cada­ve­re di Moro nel cuo­re del cen­tro sto­ri­co di Roma, ai bor­di del ghet­to ebrai­co, a poche cen­ti­na­ia di metri dal­la sede nazio­na­le del Pci. Vale a dire in una del­le zone più con­trol­la­te al mon­do dai ser­vi­zi segre­ti al tem­po del­la guer­ra fred­da. L’operazione Moro vide la con­ver­gen­za di inte­res­si, a livel­lo inter­na­zio­na­le, tra il bloc­co orien­ta­le e quel­lo occi­den­ta­le e, a livel­lo nazio­na­le, tra un fron­te rea­zio­na­rio (lega­to all’oltranzismo atlan­ti­co, alla destra anti­co­mu­ni­sta e ad ambien­ti­mas­so­ni­ci pros­si­mi alla P2) e i grup­pi rivo­lu­zio­na­ri del “par­ti­to arma­to” intor­no a una comu­ne matri­ce sov­ver­si­va. Il prin­ci­pa­le obiet­ti­vo era con­ti­nua­re a desta­bi­liz­za­re l’Italia per sta­bi­liz­zar­la in sen­so cen­tri­sta e mode­ra­to nell’ambito degli equi­li­bri con­so­li­da­ti del­la guer­ra fred­da sta­bi­li­ti a Jal­ta che non pote­va­no tol­le­ra­re muta­zio­ni di sor­ta. A cau­sa del­la con­ver­gen­za di que­ste for­ze, che pure agi­ro­no in modo auto­no­mo l’una dall’altra, l’operazione Moro può esse­re con­si­de­ra­ta il pun­to più dram­ma­ti­co rag­giun­to dal­la stra­te­gia del­la ten­sio­ne in Ita­lia. Una set­ti­ma­na dopo la fine di Moro si votò per le ele­zio­ni ammi­ni­stra­ti­ve in alcu­ne cit­tà: la Dc aumen­tò i suoi voti, men­tre il Pci, per la pri­ma vol­ta dal 1953 arre­trò. Sol­tan­to allo­ra l’operazione Moro poté dir­si con­clu­sa: l’Italia sareb­be soprav­vis­su­ta, sen­za però esse­re più la stes­sa. All’indomani del­la scom­par­sa dell’uomo poli­ti­co, i suoi con­giun­ti rila­scia­ro­no uno scar­no comu­ni­ca­to: “La fami­glia desi­de­ra che sia pie­na­men­te rispet­ta­ta dal­le auto­ri­tà del­lo Sta­to e di par­ti­to la pre­ci­sa volon­tà di Aldo Moro. Ciò vuol dire: nes­su­na mani­fe­sta­zio­ne pub­bli­ca, o ceri­mo­nia o discor­so, nes­sun lut­to nazio­na­le, né fune­ra­le di Sta­to o meda­glia alla memo­ria. La fami­glia si chiu­de nel silen­zio e chie­de silen­zio. Sul­la vita e sul­la mor­te di Aldo Moro giu­di­che­rà la sto­ria”. Uno schiaf­fo a for­ma di epi­taf­fio a sug­gel­lo di una tra­ge­dia ita­lia­na che, quarant’anni dopo, non ha smes­so di inter­ro­ga­re la coscien­za poli­ti­ca e civi­le del nostro Pae­se.

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