Ndrangheta a Como, l’affiliazione: "Croce sulla schiena, poi bevono il sangue"

Davi­de Milo­sa Ilfattoquotidiano.it  MILANO – Dire “ami­co” non basta, ser­ve che sia “ami­co nostro”. Que­sto vale. Come anche il salu­to. “Non basta che ai cri­stia­ni si dica buo­na­se­ra (…) ma biso­gna anda­re a strin­ge­re la palet­ta a tut­ti, la palet­ta sareb­be la mano. Io non lo feci e per que­sto mi richia­ma­ro­no”. Far­si vede­re al bar, alle “man­gia­te”, è un obbli­go “per­ché il sole scal­da chi vede”. Sgar­ra­re è vie­ta­to. Anche se poi “cor­ret­ti non sia­mo nes­su­no che sia­mo mala­vi­to­si e gen­te di gale­ra”. Gen­te che in car­ce­re “si fa lava­re i pie­di dai maroc­chi­ni per­ché han­no man­ca­to di rispet­to”.

È la ndran­ghe­ta a chi­lo­me­tro zero, vis­su­ta gior­no dopo gior­no, per le vie del pae­se, ai tavo­li­ni dei bar, in auto ver­so l’ultimo chi­lo di cocai­na da traf­fi­ca­re, ver­so l’ennesimo com­pa­re da scan­na­re. Non a Pla­tì o a San Luca, ma in quel faz­zo­let­to di ter­ra lom­bar­da che dal Coma­sco cor­re ver­so la Sviz­ze­ra. Capan­no­ni, indu­strie, gran­di magaz­zi­ni e pic­co­li cen­tri. Il ter­re­no idea­le per far cre­sce­re la mala pian­ta. Paro­la per paro­la ecco l’ordinaria quo­ti­dia­ni­tà mafio­sa rac­con­ta­ta da Lucia­no Noce­ra, traf­fi­can­te, affi­lia­to con la dote del­la San­ta, in car­ce­re dal luglio 2014 pri­ma con l’accusa di dro­ga e poi con quel­la di aver scan­na­to “un cri­stia­no”. Noce­ra deci­de di col­la­bo­ra­re il 30 otto­bre 2014. Lo fa davan­ti al pm Mar­cel­lo Mus­so. In quel momen­to i “com­pa­ri” già cono­sco­no la sua deci­sio­ne. “Si sono incon­tra­ti per dire che ero un infa­me”. La sua veri­tà, però, la met­te­rà a ver­ba­le tra il gen­na­io e il feb­bra­io di quest’anno. Ad ascol­tar­lo ben quat­tro magi­stra­ti dell’antimafia mila­ne­se: Fran­ce­sca Cel­le, Ales­san­dra Dol­ci, Sara Ombra e Pao­lo Sto­ra­ri . “La mia affi­lia­zio­ne è avve­nu­ta nel 2004 nel car­ce­re di Como, mi por­tò avan­ti Lugi Vona”. 

I boss lo pre­mia­no per­ché nel 1994 si fa la gale­ra sen­za par­la­re. Noce­ra, ori­gi­na­rio di Gif­fo­ne, quan­do vie­ne bat­tez­za­to ha 36 anni. “Da sem­pre sono sta­to vici­no a gen­te affi­lia­ta, ero un con­tra­sto ono­ra­to. Pri­ma mi die­de­ro lo sgar­ro e poi la San­ta”. In due set­ti­ma­ne Noce­ra pas­sa dal­la socie­tà “mino­re” a quel­la “mag­gio­re”. Spie­ga: “Sul­la mino­re è sta­to bru­cia­to un san­ti­no, sul­la mag­gio­re c’era un bic­chie­re e tre mol­li­che di pane”. La cel­la è sta­ta puri­fi­ca­ta: “Io bat­tez­zo que­sto loca­le come lo bat­tez­za­ro­no i nostri cava­lie­ri di Spa­gna (…). Per il con­fe­ri­men­to del­la San­ta, Vona mi fece una cro­ce sul­la schie­na e bev­ve il san­gue che uscì”. L’affiliazione vie­ne festeg­gia­ta con una tor­ta che Noce­ra com­pra gra­zie ai sol­di per le spe­se del car­ce­re. Bat­te­si­mi nel­le gale­re lom­bar­de e poi deci­ne di affi­lia­ti in liber­tà. Come “Bar­to­li­no Iaco­nis”. Impren­di­to­re del­la risto­ra­zio­ne e del gio­co d’azzardo, Iaco­nis nel 2008, dopo l’omicidio di Fran­co Man­cu­so avve­nu­to ai tavo­li­ni di un bar di Bul­go­rel­lo, “si è riti­ra­to, per­ché, mi dice­va, è quat­tro anni che ho die­tro la Boc­cas­si­ni”. Gen­te inso­spet­ta­bi­le, dun­que. “Che va a lavo­ra­re e che poi gli pia­ce la ndran­ghe­ta, gli pia­ce il rispet­to ed esse­re affi­lia­ti”.

E anco­ra: “Qui uno che ha fat­to un rea­to non lo tro­va, per­ché è gen­te che dal lune­dì al saba­to va a lavo­ra­re e poi alla dome­ni­ca fan­no i malan­dri­ni”. Gen­te nor­ma­le all’apparenza. “Come Bru­no Mer­cu­ri che a casa non ha nean­che il per­mes­so di anda­re in bagno se non vuo­le la moglie e fuo­ri fa il malan­dri­no, però a casa deve met­te­re le pan­to­fo­le”. Quel­la di Noce­ra è una ver­sio­ne che scon­cer­ta e che rime­sco­la alcu­ne cer­tez­ze inve­sti­ga­ti­ve. Su tut­te il fat­to che dal clan si esce solo con la mor­te. “Mio zio – spie­ga il col­la­bo­ra­to­re – appar­te­ne­va alla ndran­ghe­ta, poi ha paga­to e non ha più volu­to (…). Suo figlio ave­va l’ordine che se arri­va­va Miche­le Chin­da­mo (capo loca­le a Fino Mor­na­sco, ndr) di dir­gli che non c’era e lui era die­tro le ten­de”. Il ragio­na­men­to è chia­ro: “Cic­cio Scar­fò era un capo eppu­re si è riti­ra­to e basta”. Dina­mi­che e asset­ti. E così se “a Bul­go­rel­lo c’è un buon ordi­ne”, il “cri­mi­ne”, ovve­ro la strut­tu­ra di gover­no del­le cosche, “l’ha sem­pre tenu­to Maria­no Comen­se” alme­no fino “a quan­do resta in vita il vec­chio e cioè Sal­va­to­re Musca­tel­lo”.

Nel rac­con­to ci sono luo­ghi e tan­ti bar. Veri e pro­pri uffi­ci del­la ndran­ghe­ta, sca­va­ti nei muri dei pic­co­li pae­si lom­bar­di. Che fan­no i mafio­si ai tavo­li­ni? Gio­ca­no come sem­pli­ci pen­sio­na­ti. “A Padro­ne e sot­to – dice Noce­ra -, è un gio­co cala­bre­se con la bir­ra”. Tra un bic­chie­re e l’altro, poi, arri­va la pro­po­sta di apri­re una ndri­na. “Te la fac­cia­mo apri­re qua a Lura­te Cac­ci­vio, ti pigli a chi vuoi tu”. Noce­ra rifiu­ta per­ché “a me i casi­ni non piac­cia­no, a me pia­ce fare le mie cose, star­me­ne nell’ombra”. Da sem­pre fa “bat­tu­te” (traf­fi­ci, ndr) con “il mate­ria­le” (la dro­ga, ndr). Come quan­do fece arri­va­re una Bmw a “un poli­ti­co alba­ne­se per fare pas­sa­re l’erba, pri­ma che cades­se il gover­no e che bru­cias­se­ro le pian­ta­gio­ni”. O come quan­do traf­fi­ca­va con la Sviz­ze­ra e “il mate­ria­le” glie­lo paga­va­no in fran­chi. Noce­ra lavo­ra con la dro­ga ma assi­cu­ra di non aver mai fat­to estor­sio­ni. Noce­ra scan­na “un cri­stia­no”, ma si pre­oc­cu­pa dei cani che, dice, “van­no cura­ti”. E a pro­po­si­to di “cri­stia­ni”, impres­sio­na il rac­con­to dell’omicidio di Sal­va­to­re Deia­na scom­par­so nel 2009 e ritro­va­to cada­ve­re il feb­bra­io scor­so in una buca sca­va­ta nei boschi dell’Olgiatese.

Deia­na sarà ucci­so nel­le cuci­ne del­la piz­ze­ria “Qua e là” per un debi­to di dro­ga e per aver spa­ra­to al suo cre­di­to­re. “Era il gior­no del­la festa del­la don­na – spie­ga Noce­ra – . Lo por­ta­ro­no in cuci­na per pip­pa­re e gli dis­se­ro: que­sta è l’ultima alba che vedi. Lui rispo­se: sì. Lo accol­tel­la­ro­no, ma non vole­va mori­re, for­se era per la cocai­na che c’aveva in cor­po. Poi han­no ripu­li­to la cuci­na”. Pri­ma di Deia­na è toc­ca­to a Fran­co Man­cu­so. Era il 2008. Dopo di lui, nel 2014, Erne­sto Alba­ne­se vie­ne scan­na­to nei boschi e sepol­to den­tro a un can­tie­re. Ben­ve­nu­ti al nord.