Ndrangheta, chi protegge i Piromalli? Dopo l’omicidio Musco a Gioia Tauro, la sorella accusa: c’è chi protegge le cosche non solo in Calabria, ma anche a Roma

Gianfrancesco Turano L'Espresso  GIOIA TAURO – Un silenzio assordante. Nessuna telefonata da nessuno. Prevale la paura». Marida Musco, sorella del barone Livio Musco, commenta così gli effetti dell’inchiesta dell’“Espresso” sull’assassinio del fratello, ucciso con due colpi di pistola nel palazzo di famiglia in centro a Gioia Tauro il 23 marzo 2013. L’indagine su esecutori e mandanti di un caso derubricato come delitto passionale ha fatto registrare soltanto un passo avanti. La scorsa settimana è stata perquisita la casa romana del generale Ettore Musco, capo del servizio segreto militare dal 1952 al 1955 e padre di Livio.

Su richiesta della Procura di Palmi, la polizia è entrata nella casa di via Giosué Borsi ai Parioli in cerca della Beretta 7,65 appartenuta al generale, morto nel 1990. Dell’arma non è stata trovata traccia, ma gli inquirenti pensano che possa essere in mano a uno degli altri cinque figli dell’ex capo del Sifar. Il calibro è lo stesso della pistola usata per l’omicidio anche se inizialmente si è parlato di una 6,35: un’arma di piccolo calibro e, per così dire, da dilettanti. La casa di via Borsi fa parte dell’asse patrimoniale che Ettore Musco ha lasciato ai figli e che risulta bloccato da oltre vent’anni per una lite tra gli eredi. Gli eredi stessi, però, negano che la controversia legale possa essere all’origine dell’assassinio di Livio, che aveva già subito un attentato nel novembre 2012 con una bomba sulla sua auto parcheggiata davanti al palazzo familiare. L’indagine sull’avvertimento tipicamente mafioso non aveva avuto effetti e dopo l’avvertimento è arrivata la condanna a morte. Il movente? Secondo chi lo conosceva bene, Livio Musco, 74 anni, era un uomo dal carattere troppo loquace per la città in cui aveva scelto di vivere. Gioia Tauro è la capitale storica della ndrangheta, dominata dal clan Piromalli, una cosca che ha capacità uniche di infiltrarsi nelle attività imprenditoriali e nella politica, oltre a controllare il territorio della Piana di Gioia con pugno di ferro.

Dopo avere accumulato un enorme patrimonio fondiario a danno dei latifondisti borbonici come i Musco, i Piromalli e i loro clan satelliti hanno diversificato i loro investimenti verso Nord. Proprio la casa del generale Musco ai Parioli è stata oggetto di offerte economiche molto consistenti (5 milioni di euro) da parte dell’agenzia immobiliare di Teodoro Mazzaferro, uno dei cognomi di maggiore tradizione fra le ndrine gioiesi. La vendita è stata bloccata dall’opposizione di Marida Musco. Per la sua ostinazione la sorella minore di Livio si è già sentita paragonare alla baronessa Elisa Cordopatri, che non ha avuto paura di affrontare il crimine organizzato calabrese dopo l’assassinio del marito, proprietario terriero della Piana. Per avere tentato di mandare avanti senza condizionamenti l’azienda agricola di famiglia, anche Marida Musco ha subito furti, danneggiamenti e intimidazioni di ogni genere dai monopolisti dell’economia locale. Dopo avere incassato il suo rifiuto a cedere l’appartamento di via Giosuè Borsi, i Piromalli non hanno rinunciato alla piazza romana. Si sono semplicemente spostati di qualche via e hanno affidato 14 milioni di euro a Gianfranco Lande, il Madoff dei Parioli protagonista di un crac da 300 milioni e minacciato di morte dagli investitori calabresi delusi dai risultati della gestione del broker romano. «Devo constatare», conclude la baronessa Musco, «che i Piromalli sono stati instradati qui a Roma e che alcuni di loro continuano ad essere protetti da un muro di gomma»

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