Ndrangheta in Piemonte, confermate condanne per associazione mafiosa

Andrea Giam­bar­to­lo­mei Ilfattoquotidiano.it TORINO – Anche nel Bas­so Pie­mon­te c’è la ndran­ghe­ta e ora a riba­dir­lo c’è una sen­ten­za del­la Supre­ma Cor­te. Mar­te­dì sera la V sezio­ne del­la Cor­te di Cas­sa­zio­ne ha respin­to i ricor­si dei 17 impu­ta­ti con­dan­na­ti dal­la Cor­te d’appello di Tori­no per asso­cia­zio­ne a delin­que­re di stam­po mafio­so. Diven­ta così defi­ni­ti­va la sen­ten­za del 10 dicem­bre 2013, con cui veni­va ribal­ta­ta l’assoluzione degli inda­ga­ti fini­ti in car­ce­re nel 2011 con l’operazione “Alba­chia­ra”. Per la Dda diret­ta dal pro­cu­ra­to­re aggiun­to San­dro Ausiel­lo si trat­ta del­la secon­da sen­ten­za defi­ni­ti­va favo­re­vo­le nel giro di otto gior­ni dopo quel­la sul pro­ces­so “Mino­tau­ro”.

Tut­to nasce da un’indagine dei cara­bi­nie­ri del Ros che ha sve­la­to l’esistenza di una loca­le di ndran­ghe­ta atti­va nel­le zone tra Asti, Alba, Bosco Maren­go, Novi Ligu­re e Som­ma­ri­va del Bosco. All’origine c’era un’intercettazione dell’indagine “Cri­mi­ne” regi­stra­ta in un agru­me­to a Rosar­no dove il boss Dome­ni­co Oppe­di­sa­no rice­ve­va i rap­pre­sen­tan­ti del­le loca­li di ndran­ghe­ta arri­va­ti da altre par­ti dell’Italia e del mon­do. Qui il 30 ago­sto 2009 ave­va rice­vu­to anche Roc­co Zan­grà e Miche­le Gariuo­lo, due com­pa­ri “pie­mon­te­si” che gli chie­de­va­no l’autorizzazione per apri­re una nuo­va loca­le di ndran­ghe­ta ad Alba (Cuneo) e per distac­car­si da quel­la capeg­gia­ta dal capo Roc­co Pro­ne­stì. L’indagine vie­ne por­ta­ta avan­ti dal­la Dda di Tori­no (pm Rober­to Spa­ra­gna, Moni­ca Abba­te­co­la ed Enri­co Arnal­di di Bal­me) e sfo­cia negli arre­sti del 21 giu­gno 2011. 

Ven­go­no dimo­stra­ti lega­mi con la “casa madre” in Cala­bria e con le loca­li in Ligu­ria, gli incon­tri e i riti di affi­lia­zio­ne, ma scar­seg­gia­no i rea­ti com­piu­ti dal grup­po cri­mi­na­le e per que­sto il pro­ces­so diven­ta com­pli­ca­to. Al ter­mi­ne del rito abbre­via­to l’8 otto­bre 2012 il gup del tri­bu­na­le di Tori­no Mas­si­mo Sca­ra­bel­lo assol­ve i 17 impu­ta­ti per­ché ritie­ne che il rea­to prin­ci­pa­le di cui era­no accu­sa­ti, il 416 bis, non pos­sa esse­re con­te­sta­to in quan­to man­ca il meto­do mafio­so, “lo sfrut­ta­men­to, per il rag­giun­gi­men­to degli sco­pi, del­le con­di­zio­ni di assog­get­ta­men­to e di omer­tà deri­van­ti dal­la for­za inti­mi­da­tri­ce del vin­co­lo asso­cia­ti­vo”, scri­ve nel­le moti­va­zio­ni. L’unico a esse­re con­dan­na­to è il boss Pro­ne­stì, ma solo per deten­zio­ne di armi. Seb­be­ne il “capo loca­le” aves­se rico­no­sciu­to di aver fat­to par­te del­la ndran­ghe­ta e si fos­se dis­so­cia­to, non era basta­to a con­vin­ce­re il gup dell’esistenza di un’organizzazione cri­mi­na­le basa­ta nel Bas­so Pie­mon­te. Poco più di un anno dopo però la Cor­te d’appello ribal­ta la deci­sio­ne.

Secon­do i giu­di­ci di secon­do gra­do c’erano le pro­ve per rite­ne­re quel­la loca­le una strut­tu­ra auto­no­ma e capa­ce di inti­mi­di­re. A dimo­strar­lo era il “dis­si­dio” avve­nu­to duran­te una riu­nio­ne del­la com­mis­sio­ne ter­ri­to­ria­le del Comu­ne di Ales­san­dria tra uno degli impu­ta­ti, Giu­sep­pe Cari­di, un ex con­si­glie­re del Pdl affi­lia­to alla ndran­ghe­ta dal 28 feb­bra­io 2010, e il poli­ti­co dell’Idv Pao­lo Bel­lot­ti. Quest’ultimo cri­ti­ca­va la gestio­ne del­la com­mis­sio­ne fat­ta da Cari­di per faci­li­ta­re l’approvazione di deli­be­re con cui veni­va­no faci­li­ta­ti i lavo­ri di un’impresa edi­le di Ser­gio Romeo, altro impu­ta­to del pro­ces­so, inte­res­sa­to alla spe­cu­la­zio­ne edi­li­zia di Val­le San Bar­to­lo­meo, una fra­zio­ne di Ales­san­dria. In quell’occasione Bel­lot­ti die­de a Cari­di del “qua­qua­ra­quà” e l’affiliato, di tut­ta rispo­sta, gli lan­ciò una sedia. 

Per i magi­stra­ti del­la Cor­te d’appello “non pare fuo­ri luo­go coglie­re in que­sta vicen­da l’esistenza di quel­la for­za inti­mi­da­tri­ce che il vin­co­lo asso­cia­ti­vo pro­dus­se sui con­so­cia­ti o quan­to meno sui poli­ti­ci di ori­gi­ne cala­bre­se”, quel­li che con­si­glia­ro­no a Bel­lot­ti di non denun­cia­re l’episodio. Inol­tre “la for­za di inti­mi­da­zio­ne si desu­me dal suo esse­re sta­ta l’associazione arma­ta”, si leg­ge anco­ra nel­le moti­va­zio­ni dell’appello. Per uti­liz­za­re una simi­li­tu­di­ne sfrut­ta­ta dai pm e dai giu­di­ci, “Alba­chia­ra” è sta­ta una sor­ta di ope­ra­zio­ne su un can­cro pri­ma che que­sto diven­tas­se una meta­sta­si.

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