Ndrangheta in Toscana: bunker, grandi appalti e lo strano caso dei soldi tra Calabria e Mugello

Aintont.wordpress.com  LUCCA – Il 9 ottobre 2013, gli uomini del Reparto operativo dei carabinieri di Lucca scoprono quello che è, con ogni probabilità, il primo bunker della ndrangheta in Toscana. A Spianate di Altopascio, infatti, viene sequestrata una villa appartenente a Giuseppe Lombardo, affiliato ai Facchineri, storica ndrina di Reggio Calabria (primo processo nel 1916) operante anche in Lombardia. Nell’operazione vengono arrestate altre 12 persone oltre al boss, che gli inquirenti definiscono come il referente delle organizzazioni criminali calabresi in Toscana, dove è riuscito a costituire ben due distinte associazioni per delinquere: un gruppo finalizzato alla realizzazione di estorsioni, incendi e minacce ai danni di aziende della Lucchesia, soprattutto di proprietà di imprenditori calabresi; un altro dedito al traffico di stupefacenti, che insieme all’infiltrazione nel settore edile e in quello del trattamento dei rifiuti rappresenta il core business della ndrangheta trapiantata in Toscana. Reggio Calabria, ma anche Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia. È da queste province che, secondo il rapporto del primo semestre 2009 della Direzione Investigativa Antimafia, arriva la ndrangheta in Toscana.

Famiglie come quella dei Crea di Rizziconi, dei Farao-Marincola di Cirò Marina (“Peppe ‘u bandito”, numero 3 della cosca, venne arrestato a Pisa nel 2008 dopo una lunga latitanza tra la Lucchesia e Serravalle Pistoiese) o dei Mancuso di Limbadi. Accertata inoltre la presenza di esponenti della cosca Morabito di Africo e dei Libri, arrivati anche grazie al soggiorno obbligato di “don Mico”. Nel 2002, l’ex boss venne intercettato nell’abitazione di Prato in cui scontava gli arresti domiciliari durante un colloquio con Matteo Alampi, arrestato lo scorso agosto a Nizza in un’operazione volta a definire gli interessi della cosca omonima negli appalti pubblici e nella gestione di alcune discariche. “Nella provincia di Massa Carrara”, evidenziava nell’audizione del gennaio 2013 in Commissione parlamentare antimafia Luigi Varratta, ex prefetto a Reggio Calabria e Crotone e dal 2012 prefetto di Firenze, “vi è un’indagine interessante che riguarda l’esecuzione dei lavori del secondo lotto della Strada dei marmi, a dimostrazione dell’interesse della criminalità organizzata calabrese nei confronti degli appalti per i grandi lavori pubblici”. Calabria-Mugello, dove spariscono i soldi Pietro Tagliaferri è un imprenditore, proprietario dell’azienda agricola “Moriano” del valore stimato di 2 miliardi e 350 milioni di lire. Nel 2001 un debito di 19 milioni di lire porta la società alla vendita all’asta, per un miliardo e 90 milioni di lire. Dietro all’operazione, denuncia fin da subito Tagliaferri, ci sarebbe la ndrangheta, che si sarebbe schermata dietro alcune società formalmente pulite – come la Astrid s.r.l., capitale sociale di tredicimila lire di cui versati 3.900 – per riciclare denaro. Il processo per riciclaggio viene imbastito nei confronti di Domenico De Sensi, perito agrario di Lamezia Terme, che avrebbe materialmente acquistato l’azienda agricola.

A Catanzaro viene invece condannato in primo grado – poi assolto in appello – Giuseppe De Sensi, fratello del perito e funzionario dell’assessorato all’agricoltura della Regione Calabria, accusato di truffa aggravata nel conseguimento di fondi europei destinati all’ovicoltura regionale che, secondo gli inquirenti, sarebbero stati parzialmente dirottati all’acquisto di alcune società nel Mugello. A fine novembre, inoltre, anche Domenico De Sensi viene assolto perché, dicono i giudici, “il fatto non sussiste”. Nessuna spiegazione, dunque, per quello che il 27 novembre scorso il quotidiano La Nazione definiva “strano giro di soldi che dalla Calabria finiva in Mugello”. “Fra l’altro”, riporta un articolo del 30 ottobre 2013 del quotidiano Repubblica, “la gestione dell’azienda di Moriano desta gravi preoccupazioni. Da alcuni mesi decine di maiali vivono nel fango della fattoria, senza alloggi adeguati. Il cattivo odore è insopportabile e c’è chi sospetta che sia un sistema spiccio per convincere i proprietari confinanti a cedere a basso prezzo i loro terreni”.

 

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