Ndrangheta, “prima lo scannano poi la grigliata”. Profondo Nord, il racconto di un imprenditore che ha partecipato a un feroce omicidio

Davide Milosa Il Fatto Quotidiano MILANO – Alta Lombardia, a sud di Como. Le banche svizzere a un passo. Terra ricca. Borghesia operosa. Lavoro e famiglia. La politica? Di stampo leghista. Una sera di quasi estate. L’8 giugno 2014. Località Cinq Fò, comune di Guanzate. Oltre il torrente Lura, i boschi. Zanzare, umidità, sudore. Le undici di sera. Quattro uomini si muovono attorno a un’auto. Sono ombre rabbiose. Nel bagagliaio una persona chiede scusa. È ferita. Uno dei quattro dice: “Lui stasera non torna a casa”. Un altro ringhia: “Ti facciamo vedere cos’è la ndrangheta”. Parola di Luciano Nocera, calabrese di Giffone, affiliato con la dote della Santa. Oggi Nocera è un collaboratore di giustizia.

La Lombardia come la Calabria, il Comasco come l’Aspromonte. La vittima è Ernesto Albanese, originario di Polistena, trafficante di cocaina tra Fino Mornasco e Milano. La sera dell’8 giugno smetterà per sempre di trafficare. Il corpo sarà ritrovato solo l’ottobre successivo. I suoi assassini finiranno in galera. Tra loro c’è Rodolfo Locatelli, piccolo imprenditore, figlio di quella borghesia operosa, che a un certo punto deraglia e sceglie la malavita. Sarà lui a confessare. Lui a raccontare in un verbale choc quell’omicidio. Minuto per minuto come Ernesto Albanese fu prelevato, scannato, lasciato dissanguare ore e alla fine sepolto. Chili di calce sul corpo nudo, dopo che i suoi carnefici sul luogo della fossa hanno festeggiato con una grigliata imperiale. Locatelli inizia a parlare il 9 ottobre 2014 nel carcere del Bassone a Como.

“Sono andato ad aspettare Albanese con una mazza (…) Alle 23 è uscito. L’ho colpito al corpo e al viso. Lui è rimasto in piedi, gli ho subito intimato di salire sulla sua auto in quanto avrei dovuto portarlo da alcune persone che lo cercavano. Lui ha detto che erano tutte tarantella del panzone”. Il panzone è Luciano Nocera. A quell’ora, la strada è deserta. Paese dopo paese, Locatelli porta Albanese in un parcheggio in località Cinq Fo’. Pochi minuti dopo lo raggiungono altri due: sono Andrea Internicola e Franco Virgato, balordi della zona, manovalanza delle ndrine. “Virgato aveva una pistola che ha subito puntato alla testa di Albanese dicendo: ti ammazzo. Quello si è messo in ginocchio chiedendo scusa”. I killer si spostano nel bosco. Virgato, però, torna indietro per andare a prendere Nocera. “Nell’attesa – spiega Locatelli – Internicola, chinandosi all’in – terno del bagagliaio ha colpito più volte Albanese con il calcio di una calibro 9. Ho capito che sarebbe stato ucciso per averlo detto Internicola: lui stasera non torna a casa”. Pochi minuti e Nocera è sul posto. Ha un coltello da cucina in mano. “Come stai maiale?”, dice. Nocera colpisce e passa l’arma. Albanese viene trascinato fuori. “Stava con la schiena nel bagaglio e i piedi fuori (…). Virgato ha preso il coltello, ha colpito prima alle gambe, poi alla schiena e all’addome, dicendo che avrebbe dovuto soffrire a lungo. Albanese implorava e chiedeva di smetterla (…). Virgato lo colpiva sempre più in fretta”. A quel punto la vittima cade a terra. “Soffriva molto e perdeva molto sangue. Si rigirava, sbatteva le gambe e riusciva ad alzarsi con il busto quattro o cinque volte ricadendo”.

Locatelli resta sul posto, mentre gli altri vanno a prendere le pale. “Al – banese è morto davanti a me. Diceva: non ce la faccio più. E mi invitava a colpirlo. Ho appoggiato il coltello alla sua gola ma non ho avuto il coraggio. Mi sono accorto che era morto perché non rispondeva. Ho avvicinato il telefonino e gli ho illuminato il viso, non respirava più (…). Ho rigirato il corpo che si era ripiegato su un lato finendo con la faccia nel sangue. Ho detto una preghiera”. Albanese ora è morto. Non urla, non chiede aiuto. Bisogna scavare la fossa. Il terreno dei boschi, però, è troppo duro. Si decide di nasconderlo. “Lo abbiamo ricoperto in qualche modo”. Per ore il corpo sta lì a dissanguarsi. “La sera del 9 giugno sono stato convocato per una mangiata”. La grigliata si tiene nel giardino di una villetta in costruzione a Guanzate. L’im – mobile è intestato a Locatelli. “Virgato e Internicola mi dissero che avremmo fatto una grigliata e che dopo saremmo andati a prendere il cadavere”. Locatelli così va a comprare la carne. “Quando sono arrivato ho iniziato a preparare il fuoco, poi mi hanno mostrato lo scavo sul retro. Quello era il luogo dove sarebbe stato messo Albanese”.

“Nel caricare il cadavere – dice Locatelli – abbiamo dovuto forzare un piede rompendo la caviglia destra (…). L’auto è stata avvicinata a motore spento, con un taglierino ho tolto i vestiti ad Albanese. Prima di seppellirlo qualcuno ha detto: così impari a fare il buffone (…). È stata buttata della calce sopra e sotto il cadavere”. Locatelli chiude il verbale: “Il gruppo di Nocera lo ha ucciso per dimostrare la sua supremazia criminale nella zona”. Muore Albanese, muore Salvatore Deiana. Sempre nel Comasco. Ucciso nel 2009 ritrovato nel 2015. Spiega Nocera: “Deiana lo accoltellarono, lui non voleva morire per la cocaina che aveva in corpo. Dopo hanno pulito la cucina”. Così ammazza la ndrangheta in Lombardia.

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