Nella Calabria scoraggiata il lavoro è una chimera che nessuno più cerca

Rober­to Raho la Repub­bli­ca REGGIO CALABRIA – Al cen­tro per l’impiego, quar­tie­re Tor­ri­cel­li Pesca­to­ri, peri­fe­ria Sud di Reg­gio Cala­bria, ogni mat­ti­na si for­ma­no code inter­mi­na­bi­li. Ten­sio­ni, insul­ti, scat­ti d’ira sono fre­quen­tis­si­mi. Qual­che vol­ta arri­va­no le minac­ce. Deci­ne e deci­ne di uomi­ni e don­ne ven­go­no divi­si in tre liste d’attesa: il col­lo­ca­men­to ordi­na­rio, quel­lo “mira­to” (per i disa­bi­li), la garan­zia gio­va­ni. Qua­si sem­pre dopo un paio d’ore un fun­zio­na­rio annun­cia che, per quel gior­no, non potran­no esse­re esa­mi­na­te più del­la metà del­le pra­ti­che in atte­sa. Altre urla, altri momen­ti di ten­sio­ne. Gli uni­ci con un filo di spe­ran­za sono i ragaz­zi che pro­va­no a vin­ce­re la lot­te­ria di garan­zia gio­va­ni: ma il cata­lo­go dell’offerta for­ma­ti­va non è anco­ra pron­to. Il pro­get­to è par­ti­to da un paio d’anni, ma nes­su­no ha mai vera­men­te tro­va­to un lavo­ro. Alme­no un ter­zo dei gio­va­ni che si pre­sen­ta­no agli spor­tel­li fan­no par­te del­la cate­go­ria degli “inoc­cu­pa­ti”: non han­no mai lavo­ra­to un gior­no nel­la loro vita o, più pro­ba­bil­men­te, han­no lavo­ra­to in nero. I dispe­ra­ti sono i cin­quan­ten­ni, espul­si dal mer­ca­to del lavo­ro da uno dei mil­le fal­li­men­ti di pic­co­le azien­de del­la zona. Devo­no pas­sa­re di qui per esse­re “pro­fi­la­ti” dai (qua­li­fi­ca­tis­si­mi) con­su­len­ti del lavo­ro e psi­co­lo­gi del cen­tro per l’impiego.

Il cosid­det­to pat­to di ser­vi­zio è la con­di­zio­ne neces­sa­ria per acce­de­re alla dote lavo­ro: un cor­so di for­ma­zio­ne qua­li­fi­can­te o un tiro­ci­nio di sei ore al gior­no. Quat­tro­cen­to euro per sei mesi. Spe­ran­ze di un lavo­ro vero: zero. Ben­ve­nu­ti a Reg­gio Cala­bria, la capi­ta­le del­lo sco­ra­men­to. Più di quan­to non dica­no le cifre uffi­cia­li dell’Istat, secon­do cui è la pro­vin­cia con il più bas­so tas­so di occu­pa­zio­ne d’Italia: il 37,5% (il 29,5% tra le don­ne). Eppu­re, secon­do le sta­ti­sti­che, il 22,2% di Reg­gio Cala­bria non è il record nazio­na­le del­la disoc­cu­pa­zio­ne: van­no peg­gio Cro­to­ne (con il 29%) e alcu­ne pro­vin­ce sici­lia­ne. Come si spie­ga que­sta appa­ren­te con­trad­di­zio­ne, quel­lo spa­zio vuo­to tra il 37,5% di occu­pa­ti e il 22,2% di disoc­cu­pa­ti? Con lo sco­ra­men­to, appun­to: miglia­ia di cala­bre­si sono spa­ri­ti dai radar del mer­ca­to del lavo­ro. Sen­za pro­spet­ti­ve, sen­za spe­ran­ze, una occu­pa­zio­ne non la cer­ca­no nean­che più. Non van­no al cen­tro per l’impiego, non han­no un pro­fi­lo, non entra­no nel­le sta­ti­sti­che. E infat­ti nei pri­mi nove mesi del 2017 i disoc­cu­pa­ti risul­ta­va­no in calo di 2.400 uni­tà. Soprat­tut­to don­ne. Men­tre il dato del­la disoc­cu­pa­zio­ne gio­va­ni­le (63,2%, con­tro il 58% di fine 2016) è impres­sio­nan­te. Qui non ci sono azien­de che assu­mo­no, non c’è mer­ca­to, non c’è ripre­sa. C’è, quel­lo sì, tan­to lavo­ro nero.

«Nel chi­lo­me­tro abbon­dan­te di cor­so Gari­bal­di (il cen­tro di Reg­gio, quel­lo con le gran­di cate­ne com­mer­cia­li, ndr) lavo­ra­no alme­no due­cen­to com­mes­se in nero: tem­po pie­no, sei gior­ni alla set­ti­ma­na, 300–400 euro al mese», spie­ga Aldo Libri, segre­ta­rio del Sul, il sin­da­ca­to di base che qui va per la mag­gio­re. Per il resto il tes­su­to dell’economia e del lavo­ro è fra­gi­lis­si­mo, con­sun­to, lace­ra­to da deci­ne e deci­ne di cri­si e fal­li­men­ti. I gran­di dato­ri di lavo­ro sono sostan­zial­men­te tre: pri­mo fra tut­ti il set­to­re pub­bli­co (Sta­to, Regio­ne e Cit­tà metro­po­li­ta­na), con tut­te le sue zone d’ombra e i con­di­zio­na­men­ti reci­pro­ci con i poten­ta­ti loca­li. I clan del­la ndran­ghe­ta qui non spa­ra­no da anni, pre­fe­ri­sco­no dedi­ca­re le ener­gie alla gestio­ne del pote­re e alla finan­za. Poi, sul fron­te pri­va­to, il por­to di Gio­ia Tau­ro e la Hita­chi Rail, che nel 2015 ha rile­va­to le sto­ri­che Offi­ci­ne Mec­ca­ni­che Cala­bre­si (Ome­ca) e, nel­la zona dell’aeroporto, pro­du­ce le cas­se dei vago­ni fer­ro­via­ri. Di recen­te ha vin­to una com­mes­sa impor­tan­te per la metro­po­li­ta­na di Cope­na­ha­gen. Il por­to è in ago­nia: i tem­pi in cui pro­du­ce­va metà del Pil del­la Cala­bria sono lon­ta­nis­si­mi. Le maz­za­te del­la cri­si e la guer­ra sor­da tra i suoi due azio­ni­sti (Msc, in pie­no con­flit­to di inte­res­si, per­ché oltre che azio­ni­sta è anche l’unico clien­te del por­to, e Con­tship) han­no cau­sa­to una pro­gres­si­va ridu­zio­ne del traf­fi­co e il declas­sa­men­to del por­to a sem­pli­ce ter­mi­nal. Nes­su­na inte­ra­zio­ne con il ter­ri­to­rio: non c’è un polo per la lavo­ra­zio­ne del­le mer­ci, i con­tai­ner sem­pli­ce­men­te arri­va­no, ven­go­no sca­ri­ca­ti, rica­ri­ca­ti e ripar­to­no, qua­si sem­pre via nave. Il traf­fi­co fer­ro­via­rio è azze­ra­to, quel­lo via gom­ma ai mini­mi ter­mi­ni.

«Il traf­fi­co — spie­ga uno dei rap­pre­sen­tan­ti sin­da­ca­li dei por­tua­li — si è ridot­to intor­no a 34–36mila movi­men­ti a set­ti­ma­na. Potrem­mo far­ne il dop­pio, se ci fos­se­ro altre com­pa­gnie e se i mez­zi che usia­mo non fos­se­ro così mal­con­ci. Con 3 chi­lo­me­tri di ban­chi­na, i fon­da­li pro­fon­di e la pos­si­bi­li­tà di acco­glie­re con­tem­po­ra­nea­men­te anche quat­tro navi di gran­di dimen­sio­ni, que­sto è un por­to con gran­di poten­zia­li­tà» . Spre­ca­te. Lo scor­so anno 380 por­tua­li sono sta­ti licen­zia­ti e par­cheg­gia­ti in una agen­zia sus­si­dia­ta con i fon­di pub­bli­ci per tre anni. Quei sol­di (cir­ca 20 milio­ni) avreb­be­ro potu­to esse­re spe­si per l’ammodernamento e il rilan­cio. E il 2018? «Non abbia­mo nes­su­na cer­tez­za, non c’è visi­bi­li­tà» . Anco­ra, lo sco­ra­men­to. Appe­na più vita­le la pic­co­la impren­di­to­ria pri­va­ta, ma i nume­ri sono minu­sco­li: un’impresa su tre è com­mer­cia­le, poco meno del 15% agroa­li­men­ta­re (dove si regi­stra­no i miglio­ri segna­li di dina­mi­smo, con la lavo­ra­zio­ne di pro­dot­ti lega­ti alla ter­ra e alle tra­di­zio­ni loca­li). Il mani­fat­tu­rie­ro è poca cosa, le azien­de del turi­smo meno di quel­le che le bel­lez­ze natu­ra­li auto­riz­ze­reb­be­ro ad atten­der­si. E infi­ne l’edilizia, per mol­ti anni per­no dell’economia loca­le. Duran­te gli anni del­la cri­si, una stra­ge. «Giran­do la pro­vin­cia — dice Giu­sep­pe Nuce­ra, pre­si­den­te degli indu­stria­li di Reg­gio Cala­bria — non si vedo­no più di quat­tro-cin­que gru. L’edilizia è in sta­to coma­to­so» .

Nuce­ra, che si è inse­dia­to l’estate scor­sa (il suo pre­de­ces­so­re è incap­pa­to in guai giu­di­zia­ri), non ha esau­ri­to il suo baga­glio di spe­ran­ze e buo­ni pro­po­si­ti: «Stia­mo lavo­ran­do con le uni­ver­si­tà, Luiss, Boc­co­ni, Poli­tec­ni­co di Tori­no, per rac­con­ta­re ai gio­va­ni stu­den­ti cala­bre­si le oppor­tu­ni­tà del loro ter­ri­to­rio, per invo­gliar­li a inve­sti­re qui le loro ener­gie. Stia­mo pro­van­do a scom­met­te­re sul­la pia­na di Gio­ia Tau­ro: nel retro­por­to ci sono etta­ri di aree attrez­za­te pron­te per acco­glie­re nuo­ve azien­de. Qual­che impren­di­to­re, anche dal Nord, sta venen­do a veder­le. Insie­me alla costa joni­ca è la nostra miglio­re spe­ran­za per attrar­re inve­sti­men­ti» . E per pro­va­re a ripor­ta­re a casa una gene­ra­zio­ne, quel­la tra i 25 e i 40 anni: i gio­va­ni che han­no risa­li­to la peni­so­la o sono fug­gi­ti all’estero a stu­dia­re o lavo­ra­re (e che non di rado si sono por­ta­ti die­tro le fami­glie d’origine). «Se rico­min­cias­se­ro, alme­no loro, a spe­ra­re nel­la Cala­bria, sarem­mo già a metà dell’opera».

Ha col­la­bo­ra­to Ales­sia Can­di­to

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*


Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.