Nelle carte il “grande imbroglio” di Mortara: il Centro Integrato è da abbattere

Claudio Cordova Ildispaccio.it REGGIO CALABRIA – "In concorso con pubblici funzionari in corso di identificazione". E' una delle parti del capo d'imputazione che la Procura di Reggio Calabria contesta ad Alberto Pagliuca, indagato per frode nelle pubbliche forniture con riferimento ai lavori del Centro Integrato di Mortara, che avrebbe previsto la costruzione del mercato alimentare, del mattatoio, della sede ATAM e del canile municipale. Un'opera mai realizzata ma foraggiata negli anni dal Comune di Reggio Calabria. Quella frase, "in concorso con pubblici funzionari in corso di identificazione", lascia aperti nuovi scenari nell'inchiesta condotta dal procuratore aggiunto, Gaetano Paci, e dal sostituto Antonio Cristillo.

Un'indagine con cui gli inquirenti hanno provato a mettere un argine alle continue elargizioni incassate dall'ATI composta dalla Lafatre di Pagliuca e dalla Co.For. S.r.l. Il decreto di sequestro urgente disposto dal pm Cristillo e convalidato dal Gip Barbara Bennato, ha evitato la corresponsione di ulteriori 16 milioni di euro da parte del Comune di Reggio Calabria alle ditte aggiudicatarie. Quattro milioni di euro l'ammontare del sequestro operato presso la Banca d'Italia del Conto ove sono depositati i crediti, titoli e/o valori, azioni e/o obbligazioni derivanti dallo stanziamento sul "Fondo per il risanamento e lo sviluppo dell'Area Urbana di Reggio Calabria" previsto dal Bilancio dello Stato. Un contratto, quello stipulato dall'ATI Lafatre-Co.For. nel lontano 1998. La Lafatre subentrerà dopo i guai giudiziari della Co.For., ritenuta vicina alle cosche di 'ndrangheta e successivamente fallita. Il Centro Integrato di Mortara avrebbe dovuto concorrere a modernizzare la città. In realtà, quell'appalto sarebbe stato solo una mammella cui gli appaltatori riusciranno a spremere l'impossibile. Il provvedimento di sequestro preventivo si è infatti reso necessario al fine di evitare che un lodo arbitrale, avviato nel 2009 e attualmente in pendenza presso la Corte d'Appello di Roma, tra il Comune di Reggio Calabria e la LAFATRE S.R.L., potesse spiegare i propri effetti, consistenti nel riconoscimento a favore dell'impresa di un ulteriore credito pari a euro 16.370.649,50 centesimi, sul già precario stato finanziario del Comune di Reggio Calabria, atteso che lo stesso ha già corrisposto per l'opera mai realizzata (alla data del 31 dicembre 2011) la somma di euro 25.501.788,30.

Per lo svolgimento dei lavori in argomento la ditta laziale LAFATRE S.R.L. avrebbe fornito una falsa polizza fideiussoria a garanzia degli impegni assunti ed avrebbe utilizzato, per la costruzione dell'opera, calcestruzzo non conforme per difetto, omettendo di fornire, ad ogni stato di avanzamento dei lavori, i relativi campioni di prova: tutti fattori concorrenti a rendere non collaudabile ed inagibile la struttura realizzata. "Emerge una condotta da parte della ditta appaltatrice volta a dissimulare e a impedire ogni forma di controllo in ordine ai materiali impiegati per la costruzione, condotta che ha consentito di ottenere significativi risparmi in ordine ai costi sostenuti, di ritardare il momento della scoperta dei vizi delle opere e di ottenere pronunce giurisdizionali favorevoli" è scritto nelle carte d'indagine. Era una delle opere pubbliche più importanti del "Decreto Reggio", il pozzo senza fondo cui ha attinto, per anni, il Comune di Reggio Calabria. La consegna dei lavori avverrà nel 2004 con termine contrattuale stabilito per l'ultimazione delle opere entro l'8 marzo 2006. Nove anni fa. Il Centro Integrato di Mortara, però, non vedrà mai la luce. Al momento della risoluzione del contratto, disposta dal Comune di Reggio Calabria per inadempimento (l'abbandono del cantiere) dopo l'instaurazione della procedura di lodo, le opere appaltate risulteranno ancora in gran parte ineseguite. E le opere edificate e le strutture annesse oggetto di appalto risulterebbero prive di certificazione, prevista per legge al fine di attestare la loro sicurezza anche dal punto di vista statico e sismico, e quindi la loro utilizzabilità: "In definitiva – è scritto nelle carte d'indagine – tutte le opere realizzate previste in appalto risultano prive di certificati di collaudo, di idoneità statica e sismica, e di agibilità".

In compenso, inoltre, la Lafatre sarebbe riuscita a ottenere dal Comune diversi fondi. Comportamenti anomali, quelli adottati da Palazzo San Giorgio, che Il Dispaccio raccontava già molti mesi fa. Nell'aprile 2004, infatti, l'Amministrazione appaltante ha concluso con la ditta Lafatre un accordo bonario in virtù del quale sono stati riconosciuti a favore della stessa ditta capogruppo dell'ATI oltre 4 milioni di euro per riserve iscritte. Fino all'abbandono del cantiere, avvenuto nel novembre 2008, la Lafatre, sostenendo ancora di aver diritto a maggiori compensi per fatti generatori di oneri non contrattualmente previsti a carico dell'impresa, ha iscritto una serie di riserve, con un complessivo ammontare di oltre 16 milioni di euro. Nel 2012 il Collegio Arbitrale accoglierà sostanzialmente tutte le domande proposte dalla ditta Lafatre, condannando il Comune al pagamento degli oltre 16 milioni. Una stangata per le già disastrate casse di Palazzo San Giorgio. A seguito del Lodo, comunque, la Lafatre farà valere l'esecutività della decisione e batterà cassa, avviando le procedure del caso. A fine febbraio, il Tribunale di Reggio Calabria depositerà il proprio provvedimento con cui riconoscerà l'elargizione di oltre due milioni di euro. Il Collegio Arbitrale deciderà sulla base delle risultanze della Consulenza Tecnica d'Ufficio (CTU) disposta, la quale sosterrà come l'andamento dell'appalto non fosse attribuibile alla ditta Lafatre, ma a difetti degli atti di predisposizione dell'appalto, difetti di cooperazione in corso d'opera, omesse o tardive approvazioni e determinazioni, carenza di provvedimenti tecnici e amministrativi e generale perplessità del volere da parte della stazione appaltante, il Comune. Non sarà oggetto di esame da parte del Collegio Arbitrale il livello di calcestruzzo utilizzato nelle opere realizzate.

Una vicenda su cui è ora la Procura della Repubblica di Reggio Calabria a volerci vedere chiaro. Un cantiere di misteri, quello di Mortara, come raccontato diversi mesi fa, in esclusiva, dal Dispaccio. La direzione dei lavori, infatti, ha più volte segnalato e diffidato l'ATI appaltratrice circa la "misteriosa" e certamente dolosa (dicono gli inquirenti) scomparsa/sottrazione dei campioni (provini) di materiali utilizzati dalla stessa appaltatrice per la costruzione degli edifici e delle strutture. Il mancato rinvenimento di tali campioni, infatti, avrebbe impedito l'esecuzione degli obbligatori controlli sulla qualità dei materiali di costruzione. Nel corso del giudizio arbitrale, quindi, non si potrà svolgere alcuna contestazione circa la corretta ed utile esecuzione delle opere, che costituisce evidentemente il presupposto fondamentale per il riconoscimento delle pretese economiche avanzate dalla Lafatre. Pagine e pagine, quelle messe nero su bianco dalla Direzione dei lavori e dal Responsabile Unico del Procedimento. Pagine in cui la Lafatre verrà inchiodata alle proprie responsabilità e alle proprie omissioni, soprattutto con riferimento al materiale utilizzato. E le risultanze degli accertamenti effettuati dalla direzione dei lavori sono allarmanti: si sarebbe infatti accertato come il calcestruzzo utilizzato dall'ATI appaltatrice sia di pessima qualità, depotenziato e notevolmente inferiore alla qualità prevista per legge e da progetto.

Da qui il duro monito: "Le opere realizzate nel corso dell'appalto, oltre ad essere ad oggi incompiute sono sostanzialmente inutilizzabili e debbono essere abbattute, o comunque essere oggetto di rilevanti opere di consolidamento strutturale, che potrebbero essere economicamente più gravose dell'opera di demolizione totale e ricostruzione". Pagine che descrivono impietosamente l'ennesima incompiuta reggina. L'ennesimo ammasso di cemento (scadente) finanziato con soldi pubblici ma mai concluso. Tutto, probabilmente, grazie a lassismo, incompetenza o, peggio, connivenza, di pezzi dell'Amministrazione: "Nel prosieguo investigativo dovrà essere verificato anche il contributo fornito, a titolo di concorso nel reato, dai dipendenti pubblici allora demandati alla vigilanza dei corretti adempimenti da parte della ditta nella fase esecutiva, nonché demandati a rendere edotti delle anomalie dei lavori, in modo tempestivo, gli organi comunali, in quanto la scoperta del vizio oggi lamentato (insufficienti livelli di calcestruzzo e conseguente impossibilità di collaudo delle opere) è avvenuta con significativo ritardo rispetto alla cessazione dei rapporti tra la ditta appaltatrice e la stazione appaltante" è scritto nelle carte d'indagine.

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