Petrolio, spie e affari di Stato

Pao­lo Bion­da­ni e Gian­fran­ce­sco Tura­no L'Espresso PETROLIO E STATO pro­fon­do van­no a brac­cet­to da sem­pre. Il caso del­la Napag mostra con qua­le faci­li­tà socie­tà mini­ste­ria­li e mana­ger pub­bli­ci con un pie­de nel pri­va­to pos­sa­no pren­de­re una pic­co­la azien­da cala­bre­se da qual­che miglia­io di euro e tra­sfor­mar­la nel giro di pochi mesi in una mac­chi­na da guer­ra capa­ce di fat­tu­ra­re 269 milio­ni di euro nel solo bien­nio 2017–2018. Ad accom­pa­gna­re que­sta cre­sci­ta c’è una socie­tà che fa capo ai mini­ste­ri dell’Economia (Mef) e del­lo Svi­lup­po (Mise). È la Sime­st del grup­po Sace-Cdp, con 245 par­te­ci­pa­zio­ni in por­ta­fo­glio a soste­gno del­le impre­se ita­lia­ne all’estero. Fra que­ste, Napag Midd­le East, una socie­tà con sede a Dubai, negli Emi­ra­ti Ara­bi. Ma pro­ce­dia­mo in ordi­ne di tem­po.

Napag Ita­lia nasce nell’ottobre del 2012 a Gio­ia Tau­ro, sede del mag­gio­re por­to di tran­shi­p­ment ita­lia­no. La fon­da Roc­co Maz­za­gat­ti, clas­se 1950, da Vara­po­dio, pae­si­no a pochi chi­lo­me­tri da Oppi­do Mamer­ti­na, tito­la­re del­la Pascal tra­sport. Con lui c’è il figlio Fran­ce­sco, nato nel 1986, atti­vo nell’ultradestra alla gui­da del Fron­te nazio­na­le di Adria­no Til­gher in Cala­bria. La fami­glia pro­du­ce e com­mer­cia­liz­za bevan­de a base di frut­ta che pun­ta a espor­ta­re nei pae­si del Gol­fo. Nel set­tem­bre 2014 Napag ottie­ne il soste­gno del­la Sime­st, che si con­cre­tiz­za nel giu­gno 2016 dopo la pre­sen­ta­zio­ne di una fide­ius­sio­ne assi­cu­ra­ti­va per 500 mila euro. Napag, che ha otte­nu­to la cer­ti­fi­ca­zio­ne halal richie­sta dal­la leg­ge isla­mi­ca, s’impegna con la socie­tà sta­ta­le a espor­ta­re frut­ta e bevan­de in Medio Orien­te. Nel 2015 il giro d’affari è anco­ra da bar di provin­cia: 28 mila euro. È qui che arri­va la ricon­ver­sio­ne dal­le aran­ce all’oro nero. L’uomo del mira­co­lo si chia­ma Pie­ro Amara, fa l’avvocato e ha entra­tu­re di altis­simo livel­lo. Il sira­cu­sa­no Ama­ra scom­mette sul gio­va­ne Maz­za­gat­ti e lo fa entra­re nel cir­cui­to inter­na­zio­na­le dell’Eni.

Il pri­mo affa­re non dà nell’occhio. All’inizio del 2015 Ama­ra si pre­sen­ta alla Ver­sa­lis (con­trol­la­ta dall’Eni) come con­su­len­te di una socie­tà stra­nie­ra, Qatar Glo­bal Ener­gy and Resour­ces, inte­res­sa­ta a com­pra­re pro­dot­ti chi­mi­ci per 300 mila euro. L’azienda del Qatar, secon­do dati rac­col­ti dall’Espresso, appar­tie­ne a una fami­glia di indu­stria­li ira­nia­ni, rap­pre­sen­ta­ta da Arshiya Jahan­pour. Oggi, dopo l’embargo ame­ri­ca­no, la sede del grup­po a Tehe­ran risul­ta oscu­ra­ta su Inter­net. Nell’offerta alla Ver­sa­lis, l’avvocato chie­de spe­cia­li cata­liz­za­to­ri chi­mi­ci a dop­pio uso (dual use), civi­le o mili­ta­re, che pos­so­no ser­vi­re anche a fab­bri­ca­re esplo­si­vi. Quin­di c’è biso­gno di un’autorizzazione sta­ta­le. Che Ama­ra garan­ti­sce di ave­re già in tasca sot­to for­ma di nul­la osta dell’Aise (l’ex Sismi). È la pri­ma spia degli aggan­ci del­la cop­pia Ama­ra-Maz­za­gat­ti con le indu­strie petrol­chi­mi­che dell’Iran. E con set­to­ri dei ser­vi­zi segre­ti.

Fat­te le veri­fi­che, Ver­sa­lis auto­riz­za la ven­di­ta. Ma dopo aver trat­ta­to per la socie­tà degli ira­nia­ni in Qatar, Ama­ra chiu­de l’affare a nome del­la Napag di Maz­za­gat­ti. Per l’Eni, l’importante è che le auto­riz­za­zio­ni sia­no in rego­la e i paga­men­ti imme­dia­ti. Il con­trat­to da 300 mila euro apre alla cop­pia Ama­ra-Maz­za­gat­ti le por­te del colos­so petro­li­fe­ro sta­ta­le. Nel 2016 Eni Tra­ding & Ship­ping (Ets), la cen­tra­le che da Lon­dra gesti­sce le com­pra­ven­di­te di gas e petro­lio del colos­so sta­ta­le, accre­di­ta la Napag come ven­di­to­re. A gesti­re le trat­tative è Ales­san­dro Des Dori­des, un manager che ha rap­por­ti stret­tis­si­mi con Massimo Man­to­va­ni, capo dell’ufficio lega­le dell’Eni fino al 2016, poi diven­ta­to pre­siden­te del­la Ets e del­la sua con­trol­lan­te. Nel 2016 la Napag por­ta a casa il suo pri­mo milio­ne di euro di rica­vi. È l’anno del­la svol­ta stra­te­gi­ca, per­ché la pic­co­la socie­tà di Gio­ia Tau­ro rie­sce ad allear­si anche con la Sime­st, par­te­ci­pa­ta dal­la stes­sa Eni.

Allo­ra come oggi, Sime­st è pre­sie­du­ta dall’economista Sal­va­to­re Rebec­chi­ni, ex com­mis­sa­rio dell’antitrust (Agcm) e mem­bro del­la fon­da­zio­ne Magna Car­ta del par­la­men­ta­re di cen­tro-destra Gae­ta­no Qua­glia­riel­lo, ed era gui­da­ta sul pia­no ope­ra­ti­vo da Andrea Novel­li, oggi alle Poste. Sime­st dà il via libe­ra a un inan­zia­men­to in con­to capi­ta­le di 500 mila euro in favo­re del­la neo­na­ta Napag Midd­le East. Il soste­gno pub­bli­co, come per le altre par­te­ci­pa­zio­ni del­la galas­sia Sime­st, vie­ne con­ces­so dopo una veri­fi­ca sull’affidabilità con­ta­bi­le e sul­le pro­spet­ti­ve di svi­lup­po del­la socie­tà di Dubai. Il pri­mo atto del­la Napag Midd­le East è un finan­ziamen­to di 4 milio­ni di euro alla con­trol­lante Napag Ita­lia. Che negli stes­si mesi conqui­sta l’accesso a impor­tan­ti cen­tra­li di tra­ding petro­li­fe­ro: l’Eni a Lon­dra e le piat­ta­for­me ana­lo­ghe dell’Oman, Azerbai­jan, Emi­ra­ti, del­la Nato e di Trai­gu­ra, la socie­tà di Sin­ga­po­re che fu coin­vol­ta nel­lo scan­da­lo Oil for food con l’Iraq di Sad­dam Hus­sein.

Dopo il Capo­dan­no 2017 la dit­ta cala­bre­se diven­ta un grup­po inter­na­zio­na­le. Dal­la Napag Ita­lia, che aumen­ta il capi­ta­le dal­la soglia mini­ma (10 mila) fino a 300 mila euro, esce la socie­tà Pascal ed entra con una pic­co­la quo­ta Nadia Fai­sal Ali Al Matrook, figlia di un milio­na­rio del Bah­rein. I docu­men­ti giu­di­zia­ri la pre­sen­ta­no come la moglie di Maz­za­gat­ti junior, anche se nel regi­stro del­le impre­se bri­tan­ni­che i due gio­va­ni risul­ta­no domi­ci­lia­ti a indi­riz­zi diver­si di Dubai, dove la leg­ge vie­ta la con­vi­ven­za alle cop­pie non spo­sa­te. L’8 feb­bra­io 2017 Napag Ita­lia si tra­sfe­ri­sce da Gio­ia Tau­ro a Roma, nel­lo stu­dio di Ama­ra in via del­la Frez­za 70. Da qui due gio­va­ni pra­ti­can­ti lega­li invia­no mes­sag­gi di posta elet­tro­ni­ca con il domi­nio del­la Napag, come se lo stu­dio Ama­ra e la socie­tà petro­li­fe­ra fos­se­ro la stes­sa cosa. Una del­le due pra­ti­can­ti ha paren­te­le impor­tan­ti nell’Eni: è la nipo­te (figlia del­la sorel­la) di Anto­nio Vel­la, uno dei top manager del colos­so sta­ta­le, sici­lia­no come Ama­ra.

A feb­bra­io del 2017 vie­ne anche nomi­na­to un nuo­vo con­si­glio d’amministrazione: una sor­ta di dream team dove non com­pa­re il pro­fes­sio­ni­sta sira­cu­sa­no. Il pre­si­den­te è il napo­le­ta­no Gian­car­lo Lan­na, avvo­ca­to a sua vol­ta. Pre­si­den­te di Sime­st fino al luglio 2012, Lan­na ha una car­rie­ra ben mar­ca­ta poli­ti­ca­men­te. È sta­to mem­bro del­la Fon­da­zio­ne Fare futu­ro di Gian­fran­co Fini e del­la segre­te­ria poli­ti­ca di Futu­ro e liber­tà, sem­pre con l’ex pre­si­den­te del­la Came­ra. Lan­na è sta­to anche uno dei pro­ta­go­ni­sti, con altri colon­nel­li finia­ni come l’ex mini­stro Adol­fo Urso, del­lo scan­da­lo Coral­lo-Tul­lia­ni, che ha mes­so fine alla car­rie­ra poli­ti­ca del lea­der che sogna­va di gui­da­re il cen­tro­de­stra dopo Sil­vio Ber­lu­sco­ni. Die­tro le off­sho­re che acqui­sta­ro­no dal par­ti­to il famo­so appar­ta­men­to di Mon­te­car­lo c’era il cogna­to di Fini, Gian­car­lo Tul­lia­ni, costret­to a una lun­ga lati­tan­za pro­prio a Dubai. Mentre Fran­ce­sco Coral­lo è il re del­le slot machi­ne, ora sot­to pro­ces­so a Roma per una maxi-fro­de fisca­le da oltre 200 milioni di euro: suo padre Gae­ta­no fu con­dannato come gesto­re dei casi­nò con­trol­la­ti dal boss del­la mafia cata­ne­se Nit­to San­tapao­la. Lan­na, come lega­le, aiu­tò Coral­lo junior a fon­da­re il suo impe­ro off­sho­re nel­le Antil­le olan­de­si.

Lan­na è con­su­len­te di azien­de che inve­sto­no all’estero. In una del­le sue socie­tà (Inter­na­tio­nal part­ners) si tro­va­no l’ex diri­gen­te dell’Ice Mas­si­mo Mam­ber­ti, mem­bro del comi­ta­to scien­ti­fi­co del­la fon­da­zio­ne Leo­nar­do, pre­sie­du­ta da Lui­sa Todi­ni, e l’ex segre­ta­rio gene­ra­le del­la Nato, oltre che con­si­glie­re di Fin­mec­ca­ni­ca, l’ambasciatore Ales­san­dro Minu­to Riz­zo. Nel 2018 Lan­na è sta­to bre­ve­men­te ammi­ni­stra­to­re del Bari Cal­cio avvia­to ver­so il fal­li­men­to. «La nomi­na di un cda di cor­po­sa e di pro­va­ta espe­rien­za», come si leg­ge nei docu­men­ti di Napag Ita­lia, inclu­de anche Clau­dio Zac­chi­gna, per anni pre­si­den­te del­la raf­fi­ne­ria Eni di Gela. Zac­chi­gna con altri mana­ger è sta­to accu­sa­to da un comi­ta­to di resi­den­ti per mal­for­ma­zio­ni e lesio­ni da inqui­na­men­to. Con lui è fini­to a pro­ces­so anche l’allora capo dei lega­li dell’Eni, Mas­si­mo Man­to­va­ni. Tut­ti i mana­ger del grup­po sta­ta­le, dife­si dall’avvocato Ama­ra, han­no otte­nu­to la pre­scri­zio­ne nel giu­gno 2018. Il ter­zo neo-con­si­glie­re del­la Napag è Ore­ste Dani­lo Brog­gi. Ex mana­ger di Con­sip, la socie­tà degli appal­ti pub­bli­ci, Brog­gi è poi pas­sa­to al ver­ti­ce dell’Atac, su nomi­na del sin­da­co Gian­ni Ale­man­no, ed è sta­to con­dan­na­to in pri­mo gra­do a due anni per ave­re fat­to assu­me­re il suo auti­sta per­so­na­le nell’azienda pub­bli­ca dei tra­spor­ti.

Gli efet­ti del­la “cor­po­sa e pro­va­ta esperien­za” si vedo­no subi­to. Napag Ita­lia porta a ter­mi­ne affa­ri di peso. Nel 2017 i ricavi schiz­za­no a 162 milio­ni di euro, anche se il pro­fit­to dichia­ra­to in Ita­lia è modestis­si­mo: meno di 30 mila euro. Tut­to quel­lo che entra se ne va in costi. Il 9 novem­bre 2017 Napag Ita­lia aumen­ta il capitale fino a 13 milio­ni di euro e, il 18 dicembre 2017, costi­tui­sce la Napag Uk con sede a Lon­dra in Old Bond Street, nel­la ric­ca zona di May­fair.

Il 2018 pro­met­te­reb­be anco­ra meglio, ma il 6 feb­bra­io Ama­ra vie­ne arre­sta­to come capo di un’associazione per delin­que­re che cor­rom­pe da anni magi­stra­ti, peri­ti e giu­di­ci ammi­ni­stra­ti­vi, dal­la Sici­lia a Roma. Sot­to accu­sa ini­sco­no anche le sen­ten­ze sui maxi-appal­ti del­la Con­sip, men­tre un pm di Sira­cu­sa, Gian­car­lo Lon­go, con­fes­sa di aver inta­sca­to tan­gen­ti da Ama­ra per inven­ta­re una fal­sa inchie­sta su un ine­si­sten­te com­plot­to con­tro i vertici dell’Eni. Pre­sun­to obiet­ti­vo: fer­ma­re le inda­gi­ni mila­ne­si sul caso Eni-Nige­ria, che coin­vol­go­no Descal­zi e il suo pre­deces­so­re Pao­lo Sca­ro­ni. L’incidente giu­di­zia­rio non fer­ma la Napag. Il cda con­ti­nua a por­ta­re a segno otti­mi col­pi, chiu­den­do l’anno con rica­vi a quo­ta 106 milio­ni. Negli stes­si mesi, tre pro­cu­re (Mes­si­na, Roma e Mila­no) ini­ziano a inda­ga­re sul­la socie­tà. Il 27 apri­le 2018 Napag sigla il pri­mo affa­re incri­minato dai pm di Mila­no, dove ora sono indaga­ti per cor­ru­zio­ne Ama­ra, Maz­za­gatti, Des Dori­des, Man­to­va­ni e altri. È la com­pra­ven­di­ta di un pro­pi­le­ne (Hdpe), pro­dot­to da una fab­bri­ca ira­nia­na. Il regime di Tehe­ran non è anco­ra sot­to embar­go e l’avvocato Ama­ra ofre a Eni/Ets una maxi-for­ni­tu­ra da 25 milio­ni di euro. La socie­tà di tra­ding dell’Eni, di rego­la, com­pra solo gas o petro­lio, non pro­dot­ti chi­mi­ci. E non fa media­zio­ni per altri. Il mana­ger Des Dori­des però spon­so­riz­za l’affare, anche gra­zie al suo rap­por­to con Man­to­va­ni, spie­gan­do che c’è già un compra­to­re fina­le: quin­di Ets fareb­be solo da inter­me­dia­ria (in ger­go, «back to back»), incas­san­do una prov­vi­gio­ne sicu­ra.

Poi lo sche­ma sal­ta. La socie­tà dell’Eni a Lon­dra anti­ci­pa il paga­men­to alla Napag, che incas­sa subi­to i 25 milio­ni. Però il com­pra­to­re fina­le non c’è più, per­ché si è riti­ra­to davan­ti alle pri­me minac­ce di san­zio­ni ame­ri­ca­ne sui pro­dot­ti ira­nia­ni. Ne nasce un con­ten­zio­so, che si chiu­de mol­ti mesi dopo. La Napag s’impegna a resti­tui­re una par­te del prez­zo in con­tan­ti e il resto con pro­dot­ti del­la stes­sa fab­bri­ca ira­nia­na. Men­tre Des Dori­des zit­ti­sce le cri­ti­che tro­van­do un nuo­vo com­pra­to­re, che garan­ti­sce all’Eni l’atteso mar­gi­ne di pro­fit­to. Lo scan­da­lo esplo­de quan­do le inda­gi­ni accer­ta­no che la Napag, con quei 25 milio­ni, ha com­pra­to pro­prio quel­la fab­bri­ca del polo petrol­chi­mi­co ira­nia­no chia­ma­to Mehr. La stes­sa che pro­du­ce il pro­pi­le­ne. Il risul­ta­to dell’affare, insom­ma, è una sca­la­ta a debi­to (leve­ra­ge buy­out) fat­ta con i sol­di pre­sta­ti dall’Eni. E ripa­ga­ta con pro­dot­ti del­la stes­sa azien­da ira­nia­na acqui­si­ta. Un’operazione che nascon­de una pre­sun­ta mega tan­gen­te. Secon­do i pm di Mila­no, Ama­ra è socio occul­to del­la Napag e i sol­di dell’Eni sareb­be­ro ser­vi­ti a com­pra­re il silen­zio dell’avvocato, arre­sta­to per altre gra­vi cor­ru­zio­ni, che in car­ce­re sta­va comin­cian­do a con­fes­sa­re.

Il 19 apri­le 2018, alla vigi­lia dell’affare pro­pi­le­ne, in Inghil­ter­ra vie­ne costi­tui­ta la Napag Tra­ding Ltd. Anche que­sta ha sede in cen­tro, die­tro Vic­to­ria Sta­tion (Buc­kin­gham Pala­ce road 111) ma a dif­fe­ren­za del­la qua­si omo­ni­ma Napag Uk ha la fun­zio­ne di hol­ding di tut­to il grup­po gesti­to dal­la cop­pia Maz­za­gat­ti-Al Matrook. L’8 mag­gio Napag Tra­ding acqui­si­sce Napag Ita­lia e por­ta il capi­ta­le, fra dena­ro e azio­ni, da 100 ster­li­ne a 64 milio­ni. Poche set­ti­ma­ne dopo la Finan­za per­qui­si­sce lo stu­dio di Ama­ra a Roma e sca­te­na il pani­co. Il 18 luglio si dimet­te in bloc­co il cda di Napag Ita­lia gui­da­to da Lan­na, che non ha volu­to com­men­ta­re que­sto arti­co­lo. Nuo­vo pre­si­den­te diven­ta il reg­gi­no Giu­sep­pe Cam­ba­re­ri, men­tre la sede del­la socie­tà si spo­sta in via Tosca­na 1 a Roma. Il 27 luglio le car­te di Napag Tra­ding Lon­dra, che a tutt’oggi non ha anco­ra deposi­ta­to un bilan­cio con­so­li­da­to, tan­to che gli uffi­ci del regi­stro bri­tan­ni­co hanno man­da­to un avvi­so di ritar­do, rife­risco­no di una ces­sio­ne dei cre­di­ti (assi­gn­ment of claims) alla filia­le gine­vri­na del­la Ing, una del­le ban­che di appog­gio del grup­po. Fuo­ri dai tec­ni­ci­smi signi­fi­ca che Ing diven­ta respon­sa­bi­le del dare e ave­re del grup­po di Maz­za­gat­ti, che a set­tembre chiu­de l’altra lon­di­ne­se Napag Uk.

Men­tre su Ama­ra pio­vo­no mil­le accu­se, le car­te dell’afare chi­mi­co ira­nia­no resta­no chiu­se negli archi­vi dell’Eni di Lon­dra ino al 19 feb­bra­io scor­so, quan­do la pro­cu­ra di Roma, per la pri­ma vol­ta, chie­de al grup­po sta­ta­le tut­ti i con­trat­ti con la Napag. Da gen­na­io lo staff di oltre 200 avvo­ca­ti del colos­so sta­ta­le è gui­da­to da un pro­fes­sio­ni­sta ester­no, Ste­fa­no Spe­ro­ni, che ha l’incarico di chiu­de­re la sta­gio­ne degli scan­da­li. La pri­ma vit­ti­ma è Des Dori­des, che si vede licen­zia­re tra apri­le e mag­gio per le pre­sun­te vio­la­zio­ni del­le rego­le azien­da­li sul “back to back” con la Napag. Il mana­ger respin­ge ogni accu­sa e impu­gna il licen­zia­men­to in tri­bu­na­le. Nel mag­gio 2019 però scop­pia una gra­na anco­ra più gros­sa, che por­ta il ver­ti­ce dell’Eni a denun­ciar­lo addi­rit­tu­ra per fro­de con­trat­tua­le. Un altro affa­re milio­na­rio tra Ets e Napag, che puz­za di petro­lio ira­nia­no. Con l’aggravante che, pro­prio in quei mesi, la Repub­bli­ca isla­mi­ca è sta­ta col­pi­ta dall’embargo ame­ri­ca­no. Al cen­tro dell’intrigo inter­na­zio­na­le c’è un maxi-cari­co di greg­gio fer­mo dal 23 mag­gio davan­ti alla rafi­ne­ria dell’Eni a Milaz­zo. La petro­lie­ra Whi­te Moon, noleg­gia­ta da una socie­tà nige­ria­na, dove­va con­se­gna­re greg­gio ira­che­no, ma non può sca­ri­ca­re per­ché il colos­so ita­lia­no lo rifiu­ta. Le ana­li­si dell’Eni mostra­no che è un petro­lio diver­so, di qua­li­tà mol­to miglio­re, simi­le a quel­lo ira­nia­no. Se il grup­po ita­lia­no aves­se accet­ta­to quel­la for­ni­tu­ra, avreb­be rischia­to un gra­ve inci­den­te diplo­ma­ti­co con Usa e Israe­le per il sospet­to con­trab­ban­do di petro­lio proi­bi­to. L’ufficio lega­le apre subi­to un’indagine inter­na. Chi ha deci­so di ven­de­re all’Eni quel petro­lio costo­so a prez­zi strac­cia­ti? Era una trap­po­la per inca­stra­re il colos­so ita­lia­no, quo­ta­to a New York? Le veri­fi­che por­ta­no anco­ra una vol­ta alla Napag. È la socie­tà di Maz­za­gat­ti e Ama­ra che ha com­pra­to quel greg­gio e l’ha riven­du­to ai for­ni­to­ri nige­ria­ni dell’Eni, incas­san­do 41 milio­ni di euro, fini­ti subi­to a Dubai. E anche que­sto affa­re, secon­do la rico­struzio­ne dell’accusa, è sta­to gesti­to dal solito Des Dori­des in date mol­to sospet­te, tra apri­le e mag­gio, quan­do sta­va già rischian­do il licen­zia­men­to per il pre­ceden­te maxi-con­trat­to con la Napag. Non solo. Secon­do le car­te inter­ne dell’Eni, lo stes­so Des Dori­des avreb­be gesti­to anche le pri­me ana­li­si in mare sul greg­gio incrimina­to: nel­le car­te non è regi­stra­ta nessuna ano­ma­lia, da lì par­te il via libe­ra alla petro­lie­ra, poi bloc­ca­ta a Milaz­zo dagli uffi­ci ita­lia­ni dell’Eni. Il 13 giu­gno scor­so, l’indagine azien­da­le è ulti­ma­ta. L’ufficio lega­le dell’Eni denun­cia alla procura di Mila­no tut­to l’intrigo Ets-Napag, alle­gan­do anche i docu­men­ti e mes­sag­gi estrat­ti dai com­pu­ter azien­da­li. Lo stes­so gior­no, il Fat­to Quo­ti­dia­no sve­la per la pri­ma vol­ta il gial­lo del­la petro­lie­ra bloccata. E quel­la stes­sa mat­ti­na nel­la raf­fineria dell’Eni scat­ta un bli­tz dei ser­vi­zi segre­ti ita­lia­ni. I dipen­den­ti avvi­sa­no i ver­ti­ci dell’Eni che sono arri­va­ti due agen­ti dell’Aisi (l’ex Sisde), pre­an­nun­cia­ti da una tele­fo­na­ta del coman­dan­te dei carabi­nie­ri di Milaz­zo. Fuo­ri dall’Eni, in quel momen­to, nes­su­no sa che il grup­po ita­lia­no ha già rii­fu­ta­to il petro­lio sospetto, chie­sto risar­ci­men­ti milio­na­ri e denun­cia­to tut­to alla pro­cu­ra. Quin­di il caso di con­trab­ban­do è mor­to pri­ma di nasce­re. Ma i ser­vi­zi, che non lo san­no, si mobi­li­ta­no subi­to dopo il pri­mo arti­co­lo, con ecce­zio­na­le tem­pi­smo, invian­do due agen­ti segre­ti a Milaz­zo per esa­mi­na­re d’urgenza le car­te dell’Eni. E accer­ta­re se il pri­mo grup­po indu­stria­le ita­lia­no possa esse­re accu­sa­to di aver vio­la­to l’embar­go con­tro l’Iran deci­so uni­la­te­ralmen­te dall’amministrazione Trump (e non dal nostro gover­no, né dall’Onu). Ce n’è abba­stan­za per ipo­tiz­za­re una nuo­va tra­ma spio­ni­sti­ca nel­le guer­re inter­ne all’Eni, dopo gli scon­tri tra l’attuale numero uno Descal­zi, desi­gna­to dal governo Ren­zi, e i fede­lis­si­mi del suo pre­de­cessore Pao­lo Sca­ro­ni, nomi­na­to da Ber­lusco­ni. Scon­tri che riguar­da­va­no anche il ruo­lo di Ets. Di cer­to i pro­ta­go­ni­sti del­lo scan­da­lo Eni-Napag han­no for­ti entra­ture nei ser­vi­zi. Des Dori­des è figlio di un colon­nel­lo dei Cara­bi­nie­ri, con­ge­da­to come gene­ra­le, che era distac­ca­to al Sismi. Vin­cen­zo Arman­na, ex diri­gen­te dell’Eni in Afri­ca, ora impu­ta­to e testi­mo­ne d'accusa (a fasi alter­ne) nei pro­ces­si mila­ne­si, non­ché part­ner di Ama­ra in affa­ri inconfes­sa­bi­li, ha dichia­ra­to in tri­bu­na­le di ave­re rap­por­ti stret­tis­si­mi, tra­mi­te il padre, con il gene­ra­le Alber­to Manen­ti, ex capo dell’Aise.

Un nuo­vo super­te­sti­mo­ne, l’ex diri­gen­te dell’Eni Sal­va­to­re Carol­lo, oggi diret­to­re di Asso­mi­ne­ra­ria, ha con­fer­ma­to ai pm mila­ne­si che l’avvocato Ama­ra, già nel 2015, gli con­fi­dò che «vole­va costi­tui­re una socie­tà di tra­ding petro­li­fe­ro» per fare affa­ri con l’Eni «insie­me a Maz­za­gat­ti, che ave­va un suo­ce­ro con diver­se impre­se in Iran», pro­po­nen­do­gli di diven­tar­ne il mana­ger. Inter­ro­ga­to il 30 mag­gio scor­so, il testi­mo­ne rive­la di esse­re sta­to ricon­tat­ta­to «die­ci gior­ni fa» da Ama­ra, che era «agi­ta­to»: «Mi dis­se che esi­ste­va un bloc­co di pote­re, di cui lui stes­so face­va par­te uni­ta­men­te a Sca­ro­ni, ai ser­vi­zi segre­ti e ad alcu­ne pro­cu­re non meglio iden­tii­ca­te, che ave­va­no come obiet­ti­vo di far fuo­ri Descal­zi». Ama­ra gli rac­con­ta che «i ver­ti­ci dell’Eni san­no che io non ho det­to tut­to quel­lo che sape­vo». E chie­de all’amico mana­ger di fare da tra­mi­te per l’ennesima tan­gen­te: «L’Eni deve sal­va­guar­da­re Man­to­va­ni è il mes­sag­gio di Ama­ra per con­ti­nua­re a far­mi gua­da­gna­re un milio­ne di euro all’anno attra­ver­so il tra­ding petro­li­fe­ro». L’avvocato Man­to­va­ni, che respin­ge ogni accu­sa, è sta­to licen­zia­to dall’Eni pro­prio per gli affa­ri tra Ets e Napag. Intan­to l’avventura del grup­po Napag si avvi­ci­na all’epilogo. Il 19 luglio 2019 Nadia Al Matrook si è dimes­sa dal cda di Napag Tra­ding Ltd. Nel­lo stes­so mese la Sime­st ha resti­tui­to la sua quo­ta in Napag Midd­le East per «man­ca­to rispet­to degli obbli­ghi con­trat­tua­li». Di Maz­za­gat­ti, che non ha rispo­sto alle richie­ste di com­men­to dell’Espresso, ci sono trac­ce sul sito Medium.com dove, con una foto che lo pre­sen­ta in veste da mana­ger inter­na­zio­na­le, pub­bli­ca inter­ven­ti in ingle­se sul­le con­di­zio­ni del mer­ca­to petro­li­fe­ro glo­ba­le. L’ultimo post è del 2 set­tem­bre e s’intitola “Wind power has beco­me the pri­me sour­ce of renewa­ble ener­gy in Sco­tland”. Anche lui si sta ricon­ver­ten­do dal petro­lio all’energia puli­ta.

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