Rapporto Svimez 2019: nuovi temi di una questione antica

I NUOVI TEMI di un’antica que­stio­ne. Il dop­pio diva­rio Sud/Nord, Italia/Europa. La rot­tu­ra dell’equilibrio demo­gra­fi­co. La socie­tà del Mez­zo­gior­no e i dirit­ti di cit­ta­di­nan­za. Le tra­sfor­ma­zio­ni del siste­ma pro­dut­ti­vo. La debo­lez­za del­le poli­ti­che pub­bli­che. Il ruo­lo del Sud in una stra­te­gia di svi­lup­po soste­ni­bi­le.

I filoni di indagine e le proposte SVIMEZ

I nuo­vi temi dell’antica que­stio­ne meri­dio­na­le impon­go­no un cam­bio di pro­spet­ti­va nell’analisi del­la sta­gna­zio­ne ita­lia­na. Nell’ultimo ven­ten­nio, la poli­ti­ca eco­no­mi­ca nazio­na­le ha disin­ve­sti­to dal Mez­zo­gior­no, ha svi­li­to anzi­ché valo­riz­za­re le sue inter­di­pen­den­ze con il Cen­tro-Nord. Il pro­gres­si­vo disim­pe­gno del­la leva nazio­na­le del­le poli­ti­che di rie­qui­li­brio ter­ri­to­ria­le ha pro­dot­to con­se­guen­ze nega­ti­ve per l’intero Pae­se. I dati rive­la­no: il pro­nun­cia­to pro­ces­so di con­ver­gen­za spe­ri­men­ta­to dall’Europa dell’Est, l’allontanamento dei pae­si dell’Europa del Sud, Ita­lia inclu­sa, dai livel­li medi di teno­re di vita euro­pei; la cre­sci­ta ten­den­zia­le del red­di­to pro capi­te nell’Europa del Nord.

Il Nord Ita­lia non è più tra le loco­mo­ti­ve d’Europa, alcu­ne regio­ni dei nuo­vi Sta­ti mem­bri dell’Est supe­ra­no per PIL mol­te regio­ni ric­che ita­lia­ne, avvan­tag­gia­te dal­le asim­me­trie nei regi­ni fisca­li, nel costo del lavo­ro, e in altri fat­to­ri che deter­mi­na­no ampi dif­fe­ren­zia­li regio­na­li di com­pe­ti­ti­vi­tà. La sta­gna­zio­ne è aggra­va­ta da dina­mi­che demo­gra­fi­che avver­se che riguar­da­no tut­to il Pae­se e segna­ta­men­te il Mez­zo­gior­no. Per effet­to del­la rot­tu­ra dell’equilibrio demo­gra­fi­co (bas­sa nata­li­tà, emi­gra­zio­ne di gio­va­ni, invec­chia­men­to del­la popo­la­zio­ne), il Sud per­de­rà 5 milio­ni di per­so­ne e, a con­di­zio­ni date, qua­si il 40% del Pil. Solo un incre­men­to del tas­so d’occupazione, soprat­tut­to fem­mi­ni­le, può spez­za­re que­sto cir­co­lo vizio­so.

Per la SVIMEZ biso­gna tor­na­re a una visio­ne uni­ta­ria del­la sta­gna­zio­ne ita­lia­na, smar­can­do­si dal­la let­tu­ra dell’aumento del­le disu­gua­glian­ze esclu­si­va­men­te lega­ta al con­fi­ne immu­ta­bi­le tra Nord e Sud. Per que­sto moti­vo van­no valo­riz­za­te le com­ple­men­ta­rie­tà che lega­no il siste­ma pro­dut­ti­vo e socia­le del­le due par­ti del Pae­se. Le richie­ste di regio­na­li­smo dif­fe­ren­zia­to van­no valu­ta­te nel con­te­sto di un’attuazione orga­ni­ca, com­ple­ta, equi­li­bra­ta, del nuo­vo Tito­lo V. In quest’ottica il con­fron­to sul­la valo­riz­za­zio­ne del­le auto­no­mie e la ridu­zio­ne del­le disu­gua­glian­ze va depu­ra­to dal­le sco­rie riven­di­ca­zio­ni­ste pro­ve­nien­ti da Nord e da Sud e ripor­ta­to sui temi nazio­na­li del­la qua­li­tà del­le poli­ti­che di offer­ta dei ser­vi­zi pub­bli­ci e su quel­le neces­sa­rie per la ripre­sa del­la cre­sci­ta. Le even­tua­li con­ces­sio­ni di auto­no­mia raf­for­za­ta devo­no esse­re moti­va­te dall’interesse nazio­na­le, non da quel­lo par­ti­co­la­re del­le sin­go­le regio­ni richie­den­ti. La SVIMEZ stig­ma­tiz­za l’uso stru­men­ta­le del con­cet­to di resi­duo fisca­le, misu­ra del­la redi­stri­bu­zio­ne rife­ri­bi­le agli indi­vi­dui, non ai ter­ri­to­ri.

La SVIMEZ è favo­re­vo­le alla costru­zio­ne di un fron­te uni­ta­rio intor­no ad un Sì con­vin­to ai prin­ci­pi del fede­ra­li­smo coo­pe­ra­ti­vo nell’interesse del Pae­se per ren­de­re soste­ni­bi­li le richie­ste di auto­no­mia. La vera sfi­da è un’attuazione ordi­na­ta del fede­ra­li­smo fisca­le per pri­va­re anche le clas­si diri­gen­ti meri­dio­na­li degli ali­bi dell’attuale cen­tra­li­smo ava­ro, uti­le per riven­di­ca­re più risor­se e per nascon­de­re le inef­fi­cien­ze. Una sfi­da che si basi sul­la defi­ni­zio­ne dei costi stan­dard e dei LEP (livel­li essen­zia­li del­le pre­sta­zio­ni), al fine di assi­cu­ra­re pari dirit­ti di cit­ta­di­nan­za e un Fon­do pere­qua­ti­vo per col­ma­re il defi­cit infra­strut­tu­ra­le.

La stagnazione dell’economia italiana, si consuma e si investe poco

La ria­per­tu­ra del diva­rio Cen­tro-Nord Mez­zo­gior­no riguar­da i con­su­mi, soprat­tut­to del­la PA. Crol­la­ti gli inve­sti­men­ti pub­bli­ci. Il PIL del 2018 al Sud è cre­sciu­to di +0,6%, rispet­to a +1% del 2017. Rista­gna­no soprat­tut­to i con­su­mi (+0,2%), anco­ra al di sot­to di ‑9 pun­ti per­cen­tua­li nei con­fron­ti del 2018, rispet­to al Cen­tro-Nord, dove cre­sco­no del +0.7%, recu­pe­ran­do e supe­ran­do i livel­li pre cri­si. Debo­le il con­tri­bu­to dei con­su­mi pri­va­ti del­le fami­glie con quel­li ali­men­ta­ri che cala­no del ‑0,5%, in con­se­guen­za alla cadu­ta dei red­di­ti e dell’occupazione. Ma soprat­tut­to la spe­sa per con­su­mi fina­li del­la PA ha segna­to ‑0,6% nel 2018. Gli inve­sti­men­ti resta­no la com­po­nen­te più dina­mi­ca del­la doman­da inter­na (+3,1% nel 2018 nel Mez­zo­gior­no, a fron­te di +3,5% del Cen­tro-Nord). In par­ti­co­la­re, cre­sco­no gli inve­sti­men­ti in costru­zio­ni (+5,3%), men­tre si sono fer­ma­ti quel­li in mac­chi­na­ri e attrez­za­tu­re (+0,1% con­tro +4,8% del Cen­tro-Nord). Alla ripre­sa degli inve­sti­men­ti pri­va­ti fa da con­tral­ta­re il crol­lo degli inve­sti­men­ti pub­bli­ci: nel 2018, sti­ma la SVIMEZ, la spe­sa in con­to capi­ta­le è sce­sa al Sud da 10,4 a 10,3 miliar­di, nel­lo stes­so perio­do al Cen­tro-Nord è sali­ta da 22,2 a 24,3 miliar­di.

La sta­gna­zio­ne eco­no­mi­ca nel trien­nio 2018/2020 al Cen­tro-Nord e al Sud
Le pre­vi­sio­ni macroe­co­no­mi­che del­la SVIMEZ sti­ma­no il Pil ita­lia­no a +0,9% nel 2018, + 0,2% nel 2019 e +0,6% nel 2020. In par­ti­co­la­re, il Cen­tro-Nord sareb­be al +0,9% nel 2018, al +0,3% nel 2019, al +0,7% nel 2020. Una cre­sci­ta, come si può vede­re, mol­to mode­sta anche nel­le aree più svi­lup­pa­te del Pae­se. Al Sud nel 2018 l’aumento sareb­be del +0,6%, cale­reb­be a ‑0,2% nel 2019 e risa­li­reb­be leg­ger­men­te a +0,2% nel 2020. L’occupazione ita­lia­na, a sua vol­ta, segne­reb­be +0,9% quest’anno, +0,07% il pros­si­mo e +0,30 nel 2020. Al Cen­tro-Nord sareb­be +0,9% nel 2018, +0,13% nel 2019, +0,35% nel 2020. Al Sud +0,7% quest’anno, scen­de­reb­be a ‑0,14 il pros­si­mo per risa­li­re a +0,14% nel 2020.

Male l’agricoltura al Sud, bene il terziario, l’industria stenta

Il valo­re aggiun­to dell’agricoltura è cala­to nel 2018 al Sud di ‑2,7%, nel Cen­tro-Nord è aumen­ta­to di +3,3%. Il valo­re aggiun­to dell’industria in sen­so stret­to è aumen­ta­to di +1,4% nel 2018 al Sud, in calo rispet­to al 2017 (+2,7%). Nel Cen­tro Nord è cre­sciu­to di +1,9%. Il valo­re aggiun­to del ter­zia­rio al Sud nel 2018 è aumen­ta­to di +0,5%, meno che al Cen­tro-Nord (+0,7%).

Le diverse velocità delle Regioni

Nel 2018 Abruz­zo, Puglia e Sar­de­gna sono sta­te le regio­ni che han­no regi­stra­to il più alto tas­so di cre­sci­ta, rispet­ti­va­men­te +1,7%, +1,3% e +1,2%. Nel Moli­se e in Basi­li­ca­ta il PIL è cre­sciu­to del +1%. In Sici­lia ha segna­to +0,5%. Cam­pa­nia a cre­sci­ta zero nel 2018. Cala­bria uni­ca regio­ne meri­dio­na­le che ha visto una fles­sio­ne del PIL di ‑0,3%.

L’eccessivo ricorso al part time involontario

Si rial­lar­ga il gap occu­pa­zio­na­le tra Sud e Cen­tro-Nord, nell’ultimo decen­nio è aumen­ta­to dal 19,6% al 21,6%: ciò com­por­ta che i posti di lavo­ro da crea­re per rag­giun­ge­re i livel­li del Cen­tro-Nord sono cir­ca 3 milio­ni. La cre­sci­ta dell’occupazione nel pri­mo seme­stre del 2019 riguar­da solo il Cen­tro-Nord (+137.000), cui si con­trap­po­ne il calo nel Mez­zo­gior­no (-27.000). Al Sud aumen­ta la pre­ca­rie­tà che si ridu­ce nel Cen­tro-Nord, ripren­de a cre­sce­re il part-time (+1,2%), in par­ti­co­la­re quel­lo invo­lon­ta­rio che nel Mez­zo­gior­no si riav­vi­ci­na all’80% a fron­te del 58% nel Cen­tro-Nord.

La società, tra crisi demografica, spreco delle potenzialità delle donne e divario nei servizi pubblici

La popo­la­zio­ne dell’Italia ha smes­so di cre­sce­re dal 2015, da quan­do con­ti­nua a cala­re a rit­mi cre­scen­ti, soprat­tut­to nel Mez­zo­gior­no. L’esaurimento del lun­go perio­do di tran­si­zio­ne si è tra­dot­to, infat­ti, in una vera e pro­pria trap­po­la demo­gra­fi­ca nel­la qua­le una nata­li­tà in decli­no soc­com­be a una cre­scen­te mor­ta­li­tà. La cri­si demo­gra­fi­ca e le emi­gra­zio­ni accen­tua­no i diva­ri tra Sud e Cen­tro-Nord. Dall’inizio del seco­lo a oggi la popo­la­zio­ne meri­dio­na­le è cre­sciu­ta di soli 81 mila abi­tan­ti, a fron­te di cir­ca 3.300.000 al Cen­tro-Nord. Nel­lo stes­so perio­do la popo­la­zio­ne autoc­to­na del Sud è dimi­nui­ta di 642.000 uni­tà, men­tre al Nord è cre­sciu­ta di 85.000. Nel cor­so dei pros­si­mi 50 anni il Sud per­de­rà 5 milio­ni di resi­den­ti: ‑1,2 milio­ni sono gio­va­ni e ‑5,3 milio­ni per­so­ne in età da lavo­ro. A fron­te di un Cen­tro-Nord che con­ter­rà le per­di­te a 1,5 milio­ni. Secon­do la SVIMEZ, le immi­gra­zio­ni con­tri­bui­sco­no ad accen­tua­re gli squi­li­bri tra le due aree del Pae­se. Nel 2018 gli stra­nie­ri con 4,4 milio­ni, sono qua­si l’11% del­la popo­la­zio­ne del Cen­tro-Nord e solo il 4,4% di quel­la meri­dio­na­le. Nel 2018 si è rag­giun­to un nuo­vo mini­mo sto­ri­co del­le nasci­te, poco più di 439 mila nati vivi, oltre 18 mila in meno rispet­to al 2017. Nel Sud sono nati l’anno scor­so qua­si 157 mila bam­bi­ni, cir­ca 6 mila in meno del 2017. La novi­tà è che il con­tri­bu­to garan­ti­to dal­le don­ne stra­nie­re non è più suf­fi­cien­te a com­pen­sa­re la bas­sa pro­pen­sio­ne del­le ita­lia­ne a fare figli. Il peso demo­gra­fi­co del Sud con­ti­nua a dimi­nui­re e ora è pari al 34,1%. In tut­ti gli sce­na­ri pre­vi­sti, il Pil ita­lia­no, ipo­tiz­zan­do una inva­rian­za del tas­so di pro­dut­ti­vi­tà, dimi­nui­reb­be nei pros­si­mi 47 anni a livel­lo nazio­na­le da un mini­mo del 13% ad un mas­si­mo del 44,8%, cali di inten­si­tà dif­fe­ren­ti inte­res­se­reb­be­ro il Nord e il Sud del Pae­se: si ridur­reb­be­ro così le risor­se per finan­zia­re una spe­sa pub­bli­ca in aumen­to per il mag­gior nume­ro di pen­sio­ni e per l’assistenza socia­le e sani­ta­ria.

Intanto i giovani continuano a fuggire

Il Mez­zo­gior­no con­ti­nua a per­de­re gio­va­ni fino a 14 anni (-1.046 mila) e popo­la­zio­ne atti­va in età da lavo­ro da 15 a 64 anni (-5.095 mila) per il calo del­le nasci­te e la con­ti­nua per­di­ta migra­to­ria. Il sal­do migra­to­rio ver­so l’estero ha rag­giun­to i ‑50mila nel Cen­tro-Nord e i ‑22 mila nel Sud. La nuo­va migra­zio­ne riguar­da mol­ti lau­rea­ti, e più in gene­ra­le gio­va­ni, con ele­va­ti livel­li di istru­zio­ne, mol­ti dei qua­li non tor­na­no più. Dall’inizio del nuo­vo seco­lo han­no lascia­to il Mez­zo­gior­no 2.015 mila resi­den­ti, la metà gio­va­ni fino a 34 anni, qua­si un quin­to lau­rea­ti. Un’alternativa all’emigrazione è il pen­do­la­ri­smo di lun­go perio­do, che nel 2018 dal Mez­zo­gior­no ha inte­res­sa­to cir­ca 236 mila per­so­ne (10,3% del tota­le). Di que­sti 57 mila si muo­vo­no sem­pre all’interno del Sud, men­tre 179 mila van­no ver­so il Cen­tro-Nord e l’estero.

Il mondo del lavoro tra donne senza occupazione e working poor

Le regio­ni meri­dio­na­li sono agli ulti­mi posti in Euro­pa per tas­so di atti­vi­tà e occu­pa­zio­ne fem­mi­ni­le: nel 2018 il Sud ha per­du­to ulte­rio­re ter­re­no, supe­ra­ta per­fi­no da Ceu­ta e Melil­la, dal­la Guya­ne fran­ce­se e dal­la Mace­do­nia. La bas­sa occu­pa­zio­ne del­le don­ne meri­dio­na­li riflet­te anche la caren­za di doman­da di lavo­ro e ciò spie­ga per­ché il tas­so di disoc­cu­pa­zio­ne fem­mi­ni­le al Sud sia intor­no al 20% su valo­ri più che dop­pi rispet­to al Cen­tro-Nord. La gra­vis­si­ma emer­gen­za riguar­da soprat­tut­to le gio­va­ni tra 15 e 34 anni, che si sono ridot­te di oltre 769 mila uni­tà. Aumen­ta signi­fi­ca­ti­va­men­te per le don­ne il part time (+22,8%) men­tre cala il lavo­ro a tem­po pie­no (-1,3%). In par­ti­co­la­re quel­le occu­pa­te con part time invo­lon­ta­rio aumen­ta­no nel decen­nio di qua­si 1 milio­ni pari a +97,2%. In aumen­to i lavo­ra­to­ri pove­ri (wor­king poor), soprat­tut­to al Sud: l’incidenza del­la pover­tà asso­lu­ta nel 2018 è cre­sciu­ta al Sud all’8%: nel caso in cui il capo­fa­mi­glia occu­pa­to ha un con­trat­to di ope­ra­io la quo­ta di nuclei in pover­tà asso­lu­ta è sali­ta nel Mez­zo­gior­no al 14,7%

Reddito di Cittadinanza, impatto nullo sul mercato del lavoro

La SVIMEZ giu­di­ca uti­le il Red­di­to di cit­ta­di­nan­za ma la pover­tà non si com­bat­te solo con un con­tri­bu­to mone­ta­rio, occor­re ride­fi­ni­re le poli­ti­che di wel­fa­re ed esten­de­re a tut­ti in egual misu­ra i dirit­ti di cit­ta­di­nan­za. Peral­tro l’impatto del RdC sul mer­ca­to del lavo­ro è nul­lo, in quan­to la misu­ra, inve­ce di richia­ma­re per­so­ne in cer­ca di occu­pa­zio­ne, le sta allon­ta­nan­do dal mer­ca­to del lavo­ro.

Il divario territoriale nei servizi pubblici, a partire dalla sanità e dalla scuola

Al Sud sono scar­si i ser­vi­zi a cit­ta­di­ni e impre­se. La spe­sa pro capi­te del­le Ammi­ni­stra­zio­ni pub­bli­che è pari nel 2017 a 11.309 nel Mez­zo­gior­no e a 14.168 nel Cen­tro-Nord. Un diva­rio che è cre­sciu­to negli anni Due­mi­la. Lo svan­tag­gio meri­dio­na­le è mol­to mar­ca­to per la spe­sa rela­ti­va a for­ma­zio­ne e ricer­ca e svi­lup­po e cul­tu­ra. Con­ti­nua l’emigrazione ospe­da­lie­ra ver­so le regio­ni del Cen­tro-Nord: cir­ca il 10% dei rico­ve­ra­ti per inter­ven­ti chi­rur­gi­ci acu­ti si spo­sta dal Sud ver­so altre regio­ni. Gra­ve il ritar­do nei ser­vi­zi per l’infanzia. La spe­sa in istru­zio­ne in Ita­lia si ridu­ce con una fles­sio­ne del 15% a livel­lo nazio­na­le, di cui il 19% nel Mez­zo­gior­no e il 13% nel Cen­tro-Nord. Le dif­fe­ren­ze Nord/Sud riguar­da­no soprat­tut­to l’offerta di scuo­le per l’infanzia e la for­ma­zio­ne uni­ver­si­ta­ria. Nel Mez­zo­gior­no solo poco più di 3 diplo­ma­ti e 4 lau­rea­ti su 10 sono occu­pa­ti da uno a tre anni dopo aver con­se­gui­to il tito­lo. Pro­se­gue l’abbandono sco­la­sti­co, nel 2018 gli ear­ly lea­vers meri­dio­na­li era­no il 18,8% a fron­te dell’11,7% del­le regio­ni del Cen­tro-Nord. Per di più al Sud il 56% del­le scuo­le ha biso­gno di manu­ten­zio­ne urgen­te.

Le linee guida indicate dalla SVIMEZ. Maggiori investimenti produttivi in un contesto di discontinuità nella politica industriale

Nel­la fase più acu­ta del­la cri­si la base indu­stria­le meri­dio­na­le si è assot­ti­glia­ta del ‑6%, con pic­chi supe­rio­ri in alcu­ne regio­ni. Per gli inve­sti­men­ti indu­stria­li, men­tre nel Sud la cre­sci­ta del perio­do 2015–2018 è arri­va­ta a mala­pe­na a recu­pe­ra­re poco più del 20% del­la cadu­ta sof­fer­ta duran­te la lun­ga cri­si, le regio­ni cen­tro-set­ten­trio­na­li han­no mes­so a segno un recu­pe­ro pari all’85%. Una signi­fi­ca­ti­va discre­pan­za tra Cen­tro-Nord e Sud riguar­da la quo­ta di impre­se “zom­bie”, le azien­de in vita da oltre 10 anni che per 3 anni con­se­cu­ti­vi, viven­do gra­vi dif­fi­col­tà finan­zia­rie, non sono sta­te in gra­do di paga­re nep­pu­re gli inte­res­si sui pre­sti­ti: al Sud quel­le indu­stria­li sono il 5,83%, il dop­pio che nel Cen­tro-Nord, 2,98%. Secon­do la SVIMEZ, ciò che ser­ve è una for­te discon­ti­nui­tà nel­la poli­ti­ca indu­stria­le, attra­ver­so stru­men­ti meno orien­ta­ti, come in pas­sa­to, a man­te­ne­re in vita ciò che non reg­ge alla pro­va del­la com­pe­ti­ti­vi­tà e più foca­liz­za­ti sul­la capa­ci­tà di attrar­re e atti­va­re nuo­ve ener­gie in set­to­ri inno­va­ti­vi.

Investire più risorse pubbliche nel Mezzogiorno per far crescere il Sistema Paese

La SVIMEZ atten­de al più pre­sto che il Gover­no annun­ci le linee del pia­no straor­di­na­rio per il Mez­zo­gior­no. Al cen­tro del­la poli­ti­ca eco­no­mi­ca nazio­na­le va posto la valo­riz­za­zio­ne del­le com­ple­men­ta­rie­tà che lega­no il siste­ma pro­dut­ti­vo e socia­le del­le due par­ti del Pae­se. La sin­te­si del decli­no del­la spe­sa infra­strut­tu­ra­le in Ita­lia sta nel tas­so medio annuo di varia­zio­ne nel perio­do 1970–2018, pari a ‑2% a livel­lo nazio­na­le, di cui ‑4,6% nel Sud e ‑0,9% nel Cen­tro-Nord. Gli inve­sti­men­ti infra­strut­tu­ra­li nel Mez­zo­gior­no che negli anni ’70 era­no cir­ca la metà di quel­li com­ples­si­vi, negli anni più recen­ti sono cala­ti a un sesto di quel­li nazio­na­li. In que­sto qua­dro van­no raf­for­za­te le Poli­ti­che di Coe­sio­ne, che dopo il 2020 potran­no dispor­re di 60 miliar­di di cui il 70% al Sud e saran­no chia­ma­te a ope­ra­re i 7 e non più 5 regio­ni meno svi­lup­pa­te, con l’aggiunta di Moli­se e Sar­de­gna. Sono sta­ti accu­mu­la­ti trop­pi ritar­di nell’attuazione del ciclo in cor­so 2014–2020: la mag­gior par­te del­le risor­se euro­pee da cer­ti­fi­ca­re sono con­cen­tra­te in Cam­pa­nia, Puglia e soprat­tut­to Sici­lia. I paga­men­ti al Sud sono sta­ti fino­ra pari ad appe­na il 19,78% del tota­le. La spe­sa moni­to­ra­ta del Fon­do Svi­lup­po Coe­sio­ne, dove con­flui­sco­no le risor­se finan­zia­rie aggiun­ti­ve nazio­na­li desti­na­te al rie­qui­li­brio eco­no­mi­co e socia­le, è pari al 30 giu­gno 2019 a soli 37,6 miliar­di, di cui real­men­te paga­to sol­tan­to 1 miliar­do. Ciò dimo­stra un’evidente inca­pa­ci­tà del­le Ammi­ni­stra­zio­ni cen­tra­li, regio­na­li e loca­li, a uti­liz­za­re pie­na­men­te le risor­se.

Puntare sul Green New Deal, con al centro la Bioeconomia

La bio­e­co­no­mia rap­pre­sen­ta il 10,1% in ter­mi­ni di pro­du­zio­ne e il 7,7% in ter­mi­ni di occu­pa­ti sul tota­le dell’economia. La bio­e­co­no­mia meri­dio­na­le si può valu­ta­re tra i 50 e i 60 miliar­di di euro, equi­va­len­ti a un peso tra il 15% e il 18% di quel­lo nazio­na­le. Nel Mez­zo­gior­no è signi­fi­ca­ti­va la cre­sci­ta del­le fon­ti ener­ge­ti­che rin­no­va­bi­li. Tra i vari set­to­ri dell’economia cir­co­la­re pre­sen­ti al Sud, par­ti­co­la­re rilie­vo assu­me la chi­mi­ca ver­de. Dal Mez­zo­gior­no par­te una for­te doman­da di bre­vet­ti nel set­to­re del­la bio­e­co­no­mia. Le impre­se del bio­tech sono cre­sciu­te mol­tis­si­mo nel­le aree meri­dio­na­li, +61,1%, rispet­to a +34,5% su sca­la nazio­na­le.

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