Rino Barillari, il paparazzo calabrese della Dolce vita

Jesper Stor­gaard Jen­sen NPho­to­gra­phy "È IMPOSSIBILE ESSERE come voi. Sie­te peg­gio­ri del­le iene. Non rispet­ta­te nien­te o nes­su­no». Così urla una don­na, pra­ti­ca­men­te sin­ghioz­zan­do, con­tro un papa­raz­zo in La Dol­ce Vita, il cele­bre film di Fede­ri­co Fel­li­ni del 1960. Quan­do la pel­li­co­la fu pre­sen­ta­ta in ante­pri­ma mon­dia­le nel cine­ma roma­no Fiam­ma, era il feb­bra­io del 1960, piac­que così tan­to che si con­clu­se con una stan­ding ova­tion di ben ven­ti minu­ti. Pochi gior­ni dopo, a Mila­no, non andò altret­tan­to bene. Ver­so la fine del film mol­ta gen­te comin­ciò a lascia­re il cine­ma Capi­tol, urlan­do “ver­go­gna”, “vigliac­co” e “comu­ni­sta”. A Fel­li­ni, che quel­la sera era pre­sen­te alla pri­ma mila­ne­se, fu per­fi­no riser­va­to uno spu­to che lo col­pì sul col­lo. La fama del film si dif­fu­se rapi­da­men­te, e nei gior­ni suc­ces­si­vi, duran­te le pro­ie­zio­ni a Roma e a Mila­no, i cine­ma furo­no pre­si d’assalto da fol­le incu­rio­si­te, e a Napo­li bigliet­ti fal­si veni­va­no ven­du­ti al mer­ca­to nero. Nel film Mar­cel­lo, fru­stra­to e disil­lu­so gior­na­li­sta di gos­sip inter­pre­ta­to da un gio­va­ne e splen­di­do Mastro­ian­ni, si but­ta a capo­fit­to nel­la vita not­tur­na roma­na in cer­ca di sto­rie inte­res­san­ti da vive­re e rac­con­ta­re. Qui, in appar­ta­men­ti di lus­so, duran­te biz­zar­ri buf­fet e feste vol­ga­ri, incon­tra intel­let­tua­li depres­si, ari­sto­cra­ti­ci affet­ta­ti, gen­te del cine­ma pie­na di sé.

Il tut­to è avvol­to da un’atmosfera di stan­chez­za esi­sten­zia­le e deca­den­za uma­na in cui una com­po­nen­te fon­da­men­ta­le sono le scap­pa­tel­le ero­ti­che dei pro­ta­go­ni­sti: sem­pli­ce­men­te trop­po per la mora­le cat­to­li­ca di allo­ra, e pre­sto sia Fel­li­ni sia il suo film si tro­va­ro­no in mez­zo a un’impressionante tem­pe­sta. La Chie­sa dichia­rò guer­ra al capo­la­vo­ro di Fel­li­ni e, con un arti­co­lo che si inti­to­la­va sem­pli­ce­men­te “Basta”, L’Osservatore Roma­no mos­se una spie­ta­ta cri­ti­ca con­tro il film arri­van­do a scri­ve­re che era “un incen­ti­vo al vizio”. Diver­si uomi­ni del­la Chie­sa dichia­ra­ro­no che non inten­de­va­no più accet­ta­re con­fes­sio­ne da chi ave­va visto «la por­che­ria di Fel­li­ni», e alcu­ni onorevo­li del­la Demo­cra­zia Cri­stia­na, pro­po­se­ro addi­rit­tu­ra di con­fi­sca­re il pas­sa­por­to al regi­sta!

Final­men­te, dopo tan­te tele­fo­na­te e vari ten­ta­ti­vi a vuo­to, sia­mo riu­sci­ti ad ave­re un appun­ta­men­to con “The King”. Ci tro­via­mo in Piaz­za Navo­na, nel cuo­re di Roma. è un tar­do pome­rig­gio, e la piaz­za è illu­mi­na­ta da una mor­bi­da luce. Ci guar­dia­mo attor­no ma non lo vedia­mo. Poi, dopo qual­che minu­to, sen­tia­mo qual­cu­no chia­mar­ci. Vedia­mo lui che fa segno di avvi­ci­nar­si. Entria­mo in un cor­ri­do­io buio e salia­mo le sca­le che con­du­co­no allo stu­dio di Baril­la­ri. Notia­mo subi­to un gran­de poster con Ani­ta Ekberg den­tro alla Fon­ta­na di Tre­vi, la più famo­sa sce­na di La Dolce Vita. Ci sono foto appe­se dove si vede Baril­la­ri insie­me a Syl­ve­ster Stallone, Bru­ce Wil­lis e diver­se altre stel­le di Hol­ly­wood. Una man­cia­ta di cra­vatte è but­ta­ta sopra la spal­lie­ra di una sedia e in giro nel­lo stu­dio si vedo­no diver­se mac­chi­ne foto­gra­fie. «Guar­da­te qua. Sono tut­ti scat­ti degli anni ’60 e ’70. Sono in bian­co e nero. Osser­va­te il con­tra­sto. Fan­ta­sti­co, no? Sto met­ten­do a posto due­mi­la scat­ti», spie­ga Baril­la­ri men­tre ci fa vede­re il moni­tor del com­pu­ter. Parla con entu­sia­smo, come un fiu­me in pie­na. Il suo roma­no è “verace”, spes­so accom­pa­gna­to da bre­vi affer­ma­zio­ni a effet­to in ingle­se. Si capi­sce che sia­mo a cospet­to di un “uomo di mon­do”.

«Sono arri­va­to a Roma dal­la Cala­bria nel 1959, quan­do ave­vo quat­tor­di­ci anni. Ero com­ple­ta­men­te solo in una nuo­va e gran­de cit­tà… “dif­fi­cult situè­scion”. Nel pri­mo perio­do ero una spe­cie di assi­sten­te per i foto­gra­fi che lavo­ra­va­no nei gran­di hotel. Poi, pia­no pia­no, anch’io ho comin­cia­to a fare del­le foto, pro­prio nel perio­do in cui la dol­ce vita sta­va pren­den­do for­ma», ci dice. Discu­tia­mo del­la famo­sa festa al Rugan­ti­no, che poi è pas­sa­ta ai libri di sto­ria, per capir­ne i retro­sce­na. «Sì, fu sicu­ra­men­te un even­to importan­te», ammet­te Baril­la­ri. «Ma anco­ra più impor­tan­te fu la mor­te di Papa Pio XII, nell’ottobre del 1958. Aveva impo­sto una mora­le ter­ri­bil­men­te oppres­si­va. Le don­ne, per esem­pio, non pote­va­no anda­re in giro truccate. E se era­no infe­de­li», dice Baril­la­ri miman­do un paio di manet­te, «venivano mes­se al fre­sco. Da par­te del­la Chie­sa c’era un’oppressione incre­di­bile ver­so tut­to ciò che era diver­ti­men­to. Per esem­pio, se i set­ti­ma­na­li pubbli­ca­va­no ser­vi­zi anche solo un po’ spin­ti, veni­va­no seque­stra­ti. Già verso la fine degli anni ’50 si per­ce­pi­va che i cam­bia­men­ti sta­va­no per arrivare. Poi, con la mor­te del papa e lo scan­da­lo del Rugan­ti­no, tut­ta la situazio­ne socia­le è, per così dire, esplo­sa».

E poi arri­vò il film di Fel­li­ni… Che cosa com­por­tò? «Fu un perio­do fan­ta­sti­co. Era­va­mo qua­si sem­pre un grup­po di die­ci o quin­di­ci foto­gra­fi insie­me. Quan­do qual­co­sa sta­va per acca­de­re, era­va­mo pron­ti. All’epoca Via Vene­to, dove tut­ti anda­va­no, era sud­di­vi­sa in quat­tro set­to­ri. Pres­so il Cafè de Paris c’era la gen­te del cine­ma, tipi­ca­men­te di Cine­cit­tà, e mol­te bel­le ragaz­ze che era­no venu­te a Roma da una serie di Pae­si euro­pei per cer­ca­re for­tu­na. Poi, dall’altra par­te di Via Vene­to, al Cafè Doney, c’erano i poli­ti­ci, e in un altro posto anco­ra gli intel­let­tua­li, gen­te del­la TV, gli scrit­to­ri. In que­gli anni Roma e Cine­cit­tà atti­ra­ro­no un sac­co di stel­le di Hol­ly­wood e a vol­te Via Vene­to sem­bra­va un gran­dis­si­mo pal­co­sce­ni­co. Qui pote­vi incon­tra­re Liz Tay­lor, Ava Gar­de­ner, James Stewart, John Way­ne, Hit­ch­cock e mol­ti altri anco­ra. Tut­to il mon­do veni­va a Roma, era pra­ti­ca­men­te la Mec­ca del cine­ma! Nel dopo­ce­na tut­ti anda­va­no nei night club, e spes­sis­si­mo i came­rie­ri, le guar­die e per­fi­no i poli­ziot­ti ci chia­ma­va­no per dir­ci dove le per­so­na­li­tà si tro­va­va­no e con chi sta­va­no. E poi noi ini­zia­va­mo la cac­cia!». Chie­dia­mo a Baril­la­ri come veni­va­no per­ce­pi­ti i papa­raz­zi all’epoca. «Innan­zi­tut­to, se li chia­ma­vi papa­raz­zi, si inca­vo­la­va­no. Vole­va­no esse­re chia­ma­ti foto­re­por­ter. Per me è la stes­sa roba… Papa­raz­zo, gior­na­li­sta oppu­re foto­re­por­ter, non m’importa. Papa­raz­zo è un ter­mi­ne ita­lia­no… made in Ita­ly. Anco­ra oggi mi chiamano “King of Papa­raz­zi”, quin­di figu­ra­ti, per me va più che bene!».

Non sem­pre, però, i papa­raz­zi era­no popo­la­ri, anzi. I libri di sto­ria che rac­con­ta­no quel perio­do roma­no sono pie­ni di dram­ma­ti­ci reso­con­ti di famo­si per­so­nag­gi arrab­bia­ti che inse­gui­va­no i papa­raz­zi lun­go Via Vene­to… «(ride) Cata­stro­phic situè­scion! Sono fini­to all’ospedale o al pron­to soc­cor­so più di cen­to vol­te, tra cui con undi­ci costo­le frat­tu­ra­te. Una vol­ta sono sta­to accol­tel­la­to e quat­tro vol­te mi sono tro­va­to in mez­zo a scon­tri con armi da fuo­co, in par­ti­co­la­re duran­te gli Anni di piom­bo. La pri­ma vol­ta che qual­cu­no mi ha pre­so di mira ero anco­ra mino­ren­ne. Ave­vo visto l’attore Peter O’Toole in un bar. Era ubria­co e sta­va flir­tan­do con una tipa. Quan­do mi ha visto foto­gra­fa­re è usci­to fuo­ri dai gan­ghe­ri, e ha comin­cia­to a pren­der­mi a bot­te. Sono anda­to al pron­to soc­cor­so, mi han­no mes­so i pun­ti a un orec­chio e mio padre ha incas­sa­to un asse­gno dall’assicurazione. Da allo­ra mi sono tro­va­to in mez­zo a diver­si taf­fe­ru­gli, con Mar­lon Bran­do, Char­les Azna­vour e con le guar­die del cor­po di Bruce Wil­lis. E comun­que, la guer­ra è guer­ra, quan­do vedi che c’è il personag­gio tu devi por­ta­re lo scat­to a casa!».

E l’attrezzatura? «Mam­ma mia, cata­stro­phic situè­scion! Mi han­no fra­cas­sa­to le mac­chi­ne foto­gra­fi­che più di 80 vol­te!». La dol­ce vita a Roma andò avan­ti per qual­che anno. «Direi fino a 1966–67, poi ini­ziò la ribel­lio­ne gio­va­ni­le, il ’68. L’agitazione socia­le, tut­to il bac­ca­no, il perio­do del ter­ro­ri­smo, la vita poli­ti­ca cam­biò. Sì, direi che tut­ta l’atmosfera socia­le cam­biò, com­pre­so quell’ambiente che c’era intor­no al mon­do del cinema. Le stel­le di Hol­ly­wood han­no smes­so di veni­re a Roma. Ma è stato un perio­do fan­ta­sti­co. Era­va­mo pove­ri ma feli­ci. Ho sem­pre det­to: “Ho vis­su­to come un milio­na­rio, sen­za una lira in tasca, per­ché c’era sem­pre qual­che per­so­nag­gio pron­to a paga­re per me”». Inve­ce, nel­la Roma oggi, sessant’anni dopo, come è Via Vene­to? «Via Veneto oggi? Total fal­li­ment! Sem­bra Roma dopo la guer­ra… Pie­na di mon­nezza. è come una car­to­li­na sbia­di­ta. Quan­do arri­va­no i turi­sti dico­no “Oh my god” (met­te le mani sul­la fronte miman­do un mal di testa). L’unico posto inte­res­san­te rima­sto dove vengono i per­so­nag­gi è l’Harry’s Bar».

Poco dopo il foto­gra­fo ci invi­ta a pran­zo, vici­no a Cam­po dei Fio­ri. «Cam­mi­no più di die­ci chi­lo­me­tri al gior­no», ci dice. Notia­mo che zop­pi­ca e gli chie­dia­mo per­ché. «Duran­te una par­ti­ta del­la Roma ero allo sta­dio per scat­ta­re. Sono sta­to coin­vol­to in un taf­fe­ru­glio e mi han­no accol­tel­la­to». Comin­cia­mo a man­gia­re e gli chie­dia­mo di Lady Dia­na. Cos’ha signi­fi­ca­to la sua mor­te, nel 1997, per la cate­go­ria dei papa­raz­zi? «Mam­ma mia, cata­stro­phic situèscion! è cambia­to tut­to. Tut­to. Per stra­da mi han­no chia­ma­to “assas­si­no” e sot­to casa mi han­no scrit­to pure “assas­si­no”. Dopo la mor­te di Dia­na, por­ta­vo il lut­to sul­la mia mac­chi­na foto­gra­fi­ca, un fioc­chet­to nero per­ché lei era amica dei foto­gra­fi, era gen­ti­lis­si­ma. Maga­ri fos­se­ro tut­ti come lei! Poi, in Ita­lia la leg­ge sul­la pri­va­cy fu subi­to resa più restrit­ti­va. Come dice­vo prima: tut­to è cam­bia­to». Ma c’è sta­to qual­che esa­me di coscien­za da par­te dei papa­raz­zi? «è chia­ro che un evento così for­te non può che pro­vo­ca­re rea­zio­ni. Ma devo dire che que­sta cosa dell’inseguimento con le mac­chine oppu­re del foto­gra­fa­re gen­te nel­le loro abi­ta­zio­ni con teleo­biet­ti­vi non è mai sta­to nel mio sti­le». Quin­di esi­ste una spe­cie di codi­ce eti­co nel mestiere? «Cavo­lo, sì! Devi rispet­ta­re cer­te rego­le. Se non lo fai, non lavo­ri più. Finish! Se non rispet­ti que­ste rego­le fai un solo scoop e poi non lavo­ri più.La gen­te si deve poter fida­re di te». Chie­dia­mo a Baril­la­ri come deve lavo­ra­re il bra­vo papa­raz­zo. «Devi esse­re serio e poi non devi fare ami­ci­zia con le per­so­na­li­tà. Se fai ami­ci­zia è la fine. Finish! Incon­tra­vo spes­so Fel­li­ni. Abi­ta­va in Via Margut­ta con la moglie. Ogni tan­to mi met­te­vo lì ad aspet­tar­lo. Però era solo que­stio­ne di “buon­gior­no” e “buo­na­se­ra”. Nien­te di più». Oggi il mestie­re è cam­bia­to… «C’è una con­cor­ren­za paz­ze­sca. Vedo mol­ta gen­te che vuo­le fare il papa­razzo con mac­chi­ne digi­ta­li e cel­lu­la­ri. Però la mag­gior par­te di loro non ha la tes­se­ra da gior­na­li­sta. E quin­di… cata­stro­phic situèscion! Il pro­ble­ma è che que­sto mestie­re è aper­to a tut­ti. è diven­ta­to più duro negli ulti­mi anni, anche a cau­sa di Insta­gram. Il per­sonag­gio stes­so met­te la pro­prio foto sui social e così non c’è più la notizia. Total fal­li­ment!».

Man­gia­mo men­tre Rino ci rac­con­ta i segre­ti del mestie­re. Nel suo archi­vio si tro­va­no più di due milio­ni di foto. Gli dicia­mo: «Rino, dovre­sti fare un libro. Sei un archi­vio viven­te. Hai più di 50 anni di vita roma­na sul­le spal­le». Si scher­mi­sce e dice: «Fac­cio solo il mio lavo­ro. Non ho inven­ta­to nien­te». Men­tre par­lia­mo gli arri­va­no diver­si SMS. Sono i suoi infor­ma­to­ri che gli dico­no di per­so­nag­gi e spo­sta­men­ti. Si zit­ti­sce, con­trol­la e poi ripren­de a par­la­re. Arri­va il secon­do. Intan­to Rino si è mes­so d’accordo con i tavo­li intor­no al nostro. Vuo­le fuma­re, e loro dico­no OK. «Rino, ma quan­to fumi?», gli chie­do. «Boh, una qua­ran­ti­na al gior­no», dice e tira fuo­ri la bor­sa foto­gra­fi­ca. Den­tro c’è la Nikon D5 e in uno scom­par­timen­to accan­to ci sono sei o set­te pac­chet­ti di siga­ret­te. Baril­la­ri è sem­pre sta­to ele­gan­te. I capel­li impo­ma­ta­ti, l’abito ges­sa­to, il gilet e il fou­lard che spun­ta dal taschi­no. «Cavo­lo Rino, sem­pre così ele­gan­te», gli dicia­mo. Ci guar­da perples­so e dice: «Ma cer­to, non sai mai cosa por­ta la sera. Se all’improvviso ti tro­vi davan­ti al per­so­nag­gio devi esse­re pre­sen­ta­bi­le. Tut­to qua!». Insom­ma, sia­mo sedu­ti con Rino Baril­la­ri, The King, e cer­chia­mo il momen­to giu­sto per capi­re l’essenza del­la dol­ce vita roma­na anno domi­ni 2018. «Sape­te una cosa? Mi man­ca Ani­ta. I suoi capel­li, lo stile, la bel­lez­za… era una bel­lis­si­ma vichin­ga nor­di­ca», dice seris­si­mo. Gli chie­dia­mo se non ci sia un nuovo Mar­cel­lo all’orizzonte. «Beh, Mastro­ian­ni era uni­co. Ha fer­mato la sto­ria del cine­ma ita­lia­no. Un nuo­vo Mastro­ian­ni pote­va essere Luca Argen­te­ro. Ma sai qual è il pro­ble­ma in gene­ra­le? Non c’è più il per­so­nag­gio di una vol­ta. La gen­te non esce più. Roma è morta. Mila­no decol­la. Napo­li decol­la. Ma Roma è mor­ta. Ogni sera c’è una par­ti­ta su Sky e la gen­te non esce più». Dopo que­sta sen­ten­za di mor­te Baril­la­ri ci fis­sa, qua­si volesse dire… dif­fi­cult situèscion!

«Il vero papa­raz­zo ha digni­tà, talen­to e fan­ta­sia. E poi scat­ta con il cuo­re», dice. Gli chie­dia­mo chi sia­no gli altri papa­raz­zi sul­la sce­na roma­na. «Non esi­sto­no», rispon­de e aggiun­ge: «Ho fat­to di tut­to, non solo cine­ma. Ho lavo­ra­to come foto­re­por­ter, ho foto­gra­fa­to magi­stra­ti, delin­quen­ti, poli­ti­ci, spor­ti­vi, gen­te famo­sa quan­do si spo­sa­va e qual­che anno dopo quan­do divor­zia­va. Ho sem­pre det­to: “Rino, ricor­da­ti, è impor­tan­te che la foto diven­ti sto­ria di un Pae­se”. Mi coc­co­lo con il pen­sie­ro che il lavo­ro del papa­raz­zo non spa­ri­sce. è qual­co­sa che rima­ne». Nel suo enor­me archi­vio, qua­li scat­ti gli piac­cia­no di più? «Dun­que, il papa che gio­ca a boc­ce, Frank Sina­tra che si arren­de ai papa­raz­zi in Via Vene­to e una mam­ma che abbrac­cia un figlio mor­to di dro­ga (qui accan­to). è una foto dura ma anche “neces­sa­ria” per­ché fa vede­re che la dro­ga può ucci­de­re. Poi ci sono anche del­le altre imma­gi­ni, ma dura­no di meno. Del­le set­ti­ma­ne e poi basta. Finish!» Pen­sia­mo alle paro­le di Baril­la­ri. For­se ha ragio­ne? Anzi, ha ragio­ne: la dol­ce vita di Roma non esi­ste più. Ha smes­so di esi­ste­re ver­so la fine degli anni Ses­san­ta. è sta­ta come una fiam­ma­ta vio­len­tis­si­ma che si è bru­cia­ta in poco tem­po. Ma sic­co­me gli even­ti di allo­ra han­no avu­to un imprin­ting tal­men­te for­te (dal pun­to di vista socio­lo­gi­co, antro­po­lo­gi­co, e anche del cine­ma) le riper­cus­sio­ni di que­gli even­ti sono addi­rit­tu­ra entra­te nei libri di sto­ria, e per que­sto moti­vo in un cer­to sen­so sono pre­sen­ti anco­ra oggi. Sì, la dol­ce vita è mor­ta. Però il foto­gra­fo che ne ave­va pre­so par­te sin dall’inizio è anco­ra in giro. è vivo e vege­to. Più che mai.

Il paparazzo calabrese

Save­rio Baril­la­ri, per gli ami­ci Rino, è nato a Lim­ba­di, in Cala­bria, nel 1945. è arri­va­to a Roma nel 1959: «Mi sem­bra­va dav­ve­ro l’America, c’era da impaz­zi­re!». Ha comin­cia­to come aiu­tan­te degli “scat­ti­ni” pres­so la Fon­ta­na di Tre­vi, per poi intra­pren­de­re una for­tu­na­ta car­rie­ra come foto­re­por­ter che con­ti­nua anco­ra oggi. Sopran­no­mi­na­to “The King of Papa­raz­zi”, ha foto­gra­fa­to tut­ti i vol­ti noti del cine­ma mon­dia­le, e non ha alcu­na inten­zio­ne di smet­te­re!

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