Rosarno, arrestato ventiduenne. “Uccise la madre per punirla di una relazione con un boss avversario”

Lucio Musolino Ilfattoquotidiano.it ROSARNO – “Ho sbagliato. Perdonatemi”. Il tribunale della ndrangheta però non ha appello. Francesco Barone, di 22 anni, le regole tra le famiglie mafiose di Rosarno le conosceva bene. Il figlio di Francesca Bellocco aveva già deciso di lavare il sangue l’onta della relazione extraconiugale tra la madre e Domenico Cacciola, appartenente a un’altra famiglia di ndrangheta. È così ha fatto. Il corpo di Francesca, nipote del boss ergastolano Gregorio Bellocco, non è mai stato ritrovato. Una “lupara bianca” della quale oggi la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria ha delineato i contorni. Tutti interni alla cosca Bellocco. Stamattina, infatti, il figlio ventiduenne della donna è stato arrestato dalla Squadra mobile e dai carabinieri di Reggio Calabria con l’accusa di omicidio, occultamento di cadavere e detenzione di armi.

Nell’estate del 2013 Francesco Barone, residente a Pedenghe sul Garda, si trovava a Rosarno per un periodo di vacanza con la madre mentre il padre Salvatore era rimasto in provincia di Brescia dove stava scontando la sorveglianza speciale. La notte tra il 17 e il 18 agosto, il giovane rientra a casa e sorprende la madre con l’amante Domenico Cacciola, cugino di Michele Cacciola il padre di Maria Concetta, la testimone di giustizia che, dopo un periodo di collaborazione con la magistratura, è rientrata a Rosarno dove è morta per avere ingerito acido. Domenico Cacciola riesce a scappare e di lui, da un anno e mezzo, non si hanno notizie, né è mai stata presentata una denuncia di scomparsa dai familiari. Francesca Bellocco, invece, no. Stando alla ricostruzione della squadra mobile e dei carabinieri, avrebbe tentato di telefonare al marito al quale riuscirà solo a dire “ho sbagliato” prima che il figlio le strappi il telefono dalle mani. Francesco Barone organizza, quindi, l’omicidio grazie all’aiuto di almeno altri due sicari, armati e con il passamontagna, che all’alba lo raggiungono nell’abitazione.

Nel garage di Francesca Bellocco entra una Fiat Panda dove la donna viene caricata e portata via dal figlio Francesco che dopo tre giorni torna a Pedenghe sul Garda per raccontare tutto al padre. È lì che Salvatore e Francesco Barone denunciano la scomparsa della congiunta sostenendo che si sarebbe allontanata volontariamente. “Perdonatemi”. Francesca urlava prima che la uccidessero. Le grida sono state ascoltate da un vicino di casa, un vigile urbano che ha assistito ai movimenti dei sicari e, dopo mesi di travaglio interiore, ha deciso di testimoniare e denunciare tutto alla magistratura. Il coraggio di quest’uomo, oggi inserito nel programma di protezione testimoni assieme alla sua famiglia, è stato più volte sottolineato nel corso della conferenza stampa dal procuratore della Repubblica Federico Cafiero De Raho: “La figura di questo testimone è l’esempio di un’omertà che viene frantumata dal senso dello Stato. La sua decisione è stata dolorosissima ma è una persona che si è reso conto di cosa è più importante. L’omicidio di Francesca Bellocco è un fatto di una gravità inaudita che dimostra come il tessuto ndranghetista sia di una tale spietatezza da arrivare a un’eliminazione impensabile”.

“È un omicidio ispirato alla logica della sottomissione, dell’omertà e della regola di punire l’onta all’interno della propria famiglia” aggiunge l’ex procuratore aggiunte Ottavio Sferlazza, oggi a capo della Procura di Palmi. Gli fa eco il questore Raffaele Grassi secondo cui “l’inchiesta che ha portato all’arresto di Barone dimostra quello che è il Dna della ndrangheta: regole arcaiche a tal punto che un figlio uccide la madre perché fedifraga”. “Tutti i protagonisti di questa storia – ha aggiunto il capo della Mobile Francesco Rattà – sono stati passati al setaccio. Le analisi che abbiamo fatto sui cellulari e sulle celle telefoniche utilizzate ci sono servite per contraddire l’alibi del figlio assassino”. Un figlio che non ha avuto pietà per la madre “colpevole” di avere avuto una relazione extraconiugale con un esponente di un’altra famiglia mafiosa.

 

 

Intercettazioni e collaboratori: l'intreccio sull'omicidio di Franca Bellocco

 

Claudio Cordova Ildispaccio.it REGGIO CALABRIA – Ci sono anche le dichiarazioni dell'avvocato Vittorio Pisani (nella foto) tra il materiale indiziario che la Dda di Reggio Calabria ha raccolto su Francesco Barone, accusato dell'omicidio e dell'occultamento del cadavere della madre, Francesca Bellocco, uccisa per la relazione extraconiugale intrattenuta con Domenico Cacciola a Rosarno. Pisani avrebbe appreso dalla zia Maria Concetta Napoli che Patrizia Bellocco le aveva confidato che l'omicidio della sorella era stato motivato dalla necessità di "lavare l'onore delle famiglie Cacciola e Bellocco, onore che era stato gravemente offeso dalla relazione sentimentale tra Bellocco Francesca e Cacciola Domenico, relazione che andava avanti da anni". L'avvocato Pisani ha deciso alcuni mesi fa di collaborare con la giustizia, dopo essere stato coinvolto e condannato per le pressioni effettuate su Maria Concetta Cacciola, testimone di giustizia morta per ingestione di acido muriatico dopo essere stata costretta a ritrattare le accuse fatte sulla propria famiglia e sul clan Bellocco di Rosarno:

"Bellocco Patrizia… piangendo le aveva detto che sperava che la sorella Francesca, prima di essere sotterrata, fosse stata almeno seppellita in maniera adeguata". Ma Pisani è solo uno dei dichiaranti a riferire sul caso. A parlare, infatti, è anche il collaboratore di giustizia Salvatore Facchinetti: "Mi hanno detto che Cacciola Domenico è stato ucciso a causa di una relazione extraconiugale che lo stesso aveva con una delle figlie di Bellocco Pietro e, precisamente, con quella sposata con Barone Salvatore […] il Cacciola sarebbe stato ucciso insieme alla Bellocco dal figlio di quest'ultima che li avrebbe sorpresi a letto". Fatti che vengono confermati anche dalla testimone di giustizia Giuseppina Multari. Mimmo Cacciola, infatti, era suo suocero: "Era nota a tutti in famiglia, tanto che si sospettava che il suo ultimo figlio fosse stato concepito con mio suocero". Sulla vicenda appaiono importanti anche le comunicazioni captate tra Rita Barone, sorella di Francesco Barone, arrestato oggi, e una compagna. Le due commentano infatti gli articoli stampa pubblicati nell'ottobre 2013. In particolare, a scrivere per primo della vicenda sarà il giornalista Michele Inserra su "Il Quotidiano della Calabria": "E' una puttana! Basta non voglio più sentire il suo nome".

La sorella si dimostrerà anche piuttosto certa circa la responsabilità del fratello, che avrebbe "ereditato" la ferocia dalla parentela con i Bellocco: "Non torna perché se è viva sa che mio fratello l'ammazza, non tanto mio papà perché mio papà non l'ammazzerebbe mai, perché mio papà è davvero innamorato di mia mamma… Quindi mio papà non l'amma… Cioè non l'ammazzerà mai, nonostante la mentalità, è mio fratello che è nato con quel sangue dei Bellocco!".

 

 

Ha violato leggi di ndrangheta: testimone racconta l' uccisione di Francesca Bellocco

 

Valeria Guarniera Ildispaccio.it REGGIO CALABRIA –  "Pirdunatimi!" – Sarebbe stata questa l'ultima parola di Francesca Bellocco prima di morire, nell'agosto del 2013, per mano di suo figlio, Francesco Barone, in testa ad un commando di sicari. Una madre che implora il figlio di lasciarla vivere: "Pirdunatimi" ha detto, nell'estremo e disperato tentativo di sopravvivere all'aver violato le leggi arcaiche della ndrangheta. Lei, colpevole di aver intrattenuto una relazione fedigrafa con Domenico Cacciola, esponente di rilievo dell'omonima famiglia di ndrangheta operante a Rosarno. Di lui, da quel momento, nessuna notizia (nessun familiare ne ha denunciato la scomparsa). Poi il tentativo di confondere le acque con la denuncia della scomparsa della donna presentata, qualche giorno dopo, proprio dal figlio, a Padenghe sul Garda (BS) dove il padre, Salvatore Barone, stava scontando la Sorveglianza Speciale.

Padre e figlio hanno parlato di "allontanamento" della donna dall'abitazione di Rosarno, luogo in cui stava trascorrendo le vacanze estive. Tesi esclusa fin da subito dagli inquirenti: la scomparsa di Francesca Bellocco, nipote del boss ergastolano Gregorio Bellocco e di Domenico Cacciola, posto ai vertici dell'omonima ndrina di Rosarno, doveva leggersi nell'ambito delle dinamiche della criminalità organizzata di Rosarno. Di qui la decisione di affidare le indagini alla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria; agli investigatori della locale Squadra Mobile sul fronte Bellocco e del Nucleo Investigativo dei Carabinieri su quello dei Cacciola. Questa mattina l'arresto di Francesco Barone, localizzato e catturato all'interno dell'aeroporto di Lamezia Terme, proprio mentre stava per imbarcarsi per un volo diretto in Lombardia e la conferenza stampa, in Procura a Reggio Calabria, per illustrare i dettagli di un'operazione molto delicata che ha richiesto tempo, attenzione e grande sforzo investigativo e che ha trovato il suo punto di forza nella testimonianza di un uomo che, volontariamente, ha deciso – dopo un lungo travaglio interiore – di dire cosa aveva visto e sentito.

Il tormento interiore non lo faceva dormire. Ha avuto un ruolo fondamentale la testimonianza dell'uomo che, dopo visto un commando di tre uomini incappucciati arrivare su un auto scura ed entrare nell'abitazione dei Bellocco, ha capito che qualcosa non andava. Quella parola urlata – "Pirdunatimi"- che probabilmente ancora gli rimbomba nella testa e poi il silenzio. "In questa triste vicenda c'è un aspetto che è fondamentale – ha detto il procuratore Ottavio Sferlazza – una volta tanto ci troviamo di fronte ad un testimone, e non ad un collaboratore di giustizia, cioè di una persona che ha sentito il dovere morale e civico di denunciare quello che aveva visto e che – ha più volte ribadito – non riusciva a tenersi dentro. Si tratta di una scelta dolorosa che accredita ancora di più l'attendibilità di questo teste, che ha dovuto sconvolgere la propria vita e quella dell'intero nucleo familiare e che ovviamente si trova già in una località protetta. Non è stato facile per lui – ha spiegato Sferlazza – la paura di sconvolgere le vite dei suoi familiari e di essere abbandonato dallo Stato lo tormentava. Ha vinto il senso civico: un dramma umano superato solo grazie al profondo senso di giustizia che lo animava".

L'analisi minuziosa del traffico telefonico e dei dati memorizzati dalle utenze cellulari hanno consentito di operare una prima ricostruzione degli eventi che hanno portato all'omicidio della donna: l'improvviso rientro nell'abitazione di Francesco Barone mentre la madre era con l'amante. Il disperato tentativo della donna di parlare al telefono con il marito – al quale riuscirà a dire solamente "ho sbagliato" – e la sua sostanziale impotenza di fronte al figlio con lucida furia omicida a capo di un commando di sicari da lui stesso capeggiato. "Un fatto di una gravità inaudita – ha detto il Procuratore Cafiero de Raho – che rappresenta veramente come il tessuto ndranghetista sia di una tale spietatezza e al di fuori di qualunque sentimento umano. Siamo rrivati a questo risultato grazie allo sforzo investigativo e al grandissimo impegno che Carabinieri e Polizia di Stato hanno portato avanti per fare luce su un fatto che è senza precedenti. Testimonianza della sinergia che c'è tra gli organi investigativi che ha consentito un risultato di grandissima importanza. Siamo arrivati a questa soluzione grazie a un testimone che si è trovato a percepire e vedere alcune immagini che, unitamente agli altri elementi, ci ha consentito di richiedere la misura cautelare". A sottolineare l'importanza del lavoro di squadra anche il Questore di Reggio Calabria, Raffaele Grassi: "Un'indagine complessa e articolata fatta congiuntamente tra Polizia di Stato e Carabinieri – ha detto – che dimostra sostanzialmente due cose: qual è il DNA di questa organizzazione, fondata su regole arcaiche che – in quell'assurdo modo di pensare e di concepire l'esistenza – arrivano a giustificare l'uccisione di una madre da parte del figlio. E il lavoro sinergico delle Forze dell'Ordine per il contrasto alla criminalità organizzata. La squadra Stato – ha sottolineato – è unita nel contrasto, serrato e senza esclusione di colpi, alla ndrangheta".

 

 

Uccisa e fatta scomparire: le parole del supertestimone sul caso Francesca Bellocco

 

Claudio Cordova ildispaccio.it REGGIO CALABRIA – "Disonore e vergogna". Parole che sembrano uscite dai cliché più classici delle dinamiche mafiose. Parole che, però, sono centrali nelle carte d'indagine che portano in carcere Francesco Barone (nella foto singola), accusato di aver ucciso, unitamente ad altri soggetti, la madre, Francesca Bellocco, donna dell'omonima e storica cosca di Rosarno, "colpevole" di aver intrattenuto una relazione extraconiugale con Domenico Cacciola, esponente di un altro clan di ndrangheta. I due scompariranno nell'agosto del 2013. Un fatto strano e inquietante che accenderà l'attenzione degli inquirenti, soprattutto a causa della comune appartenenza ad ambienti criminali dei due. Ma grazie alla testimonianza di un vicino di casa (di cui si omettono le generalità) che la Dda di Reggio Calabria è convinta di essere venuta a capo della drammatica vicenda.

L'uomo, infatti, all'inizio del 2014, si presenterà ai Carabinieri di Gioia Tauro, iniziando a fornire, non in maniera ufficiale (quindi non con un verbale di sommarie informazioni testimoniali) importanti circostanze circa la relazione tra la Bellocco e Cacciola e, soprattutto, sul fatto che la donna non si sarebbe allontanata spontaneamente (come invece i familiari della donna diranno nelle proprie denunce strumentali), ma che sarebbe stata fatta scomparire. E' la mattina del 18 agosto quando l'uomo vedrà scendere dalla Fiat Panda di Francesca Bellocco tre uomini con un passamontagna sul capo. Armati. Una domenica mattina di metà agosto, tra le 7.15 e le 2.20. Proprio a questo punto, l'uomo, seguendo l'inquietante scena che si stava materializzando sotto i propri occhi, sentirà la drammatica implorazione che sarebbe fuoriuscita dalla bocca della Bellocco. "Perdunatemi!". A quel punto, l'autovettura sarebbe stata fatta entrare nel garage dell'abitazione della Bellocco. La saracinesca si abbassa e rimane abbassata per cinque minuti circa, dopodiché viene rialzata e l'autovettura si allontana.

Da qui il drammatico dubbio, che per Dda, Polizia e Carabinieri, è un sospetto più che fondato: la donna sarebbe stata uccisa in casa e nascosta all'interno dell'autovettura anche se lo stesso testimone afferma di non aver sentito né urla, né spari. Uno dei tre, peraltro, si sarebbe anche tolto il passamontagna. Da qui, dunque, la testimonianza del vicino, che individua la persone in Giuseppe Bellocco, classe 1987, attualmente latitante, nipote della donna. Un soggetto, figlio del noto boss Gregorio Bellocco, che, nonostante la giovane età, viene ritenuto tra i personaggi più pericolosi e violenti del panorama ndranghetista della provincia di Reggio Calabria. Il testimone oculare riconoscerà peraltro il giovane attraverso le fotografie che gli inquirenti gli mostreranno. Il vicino di casa fornirà agli investigatori anche una versione circa le motivazioni del delitto: interessi e non "corna", ma anche il fatto che la Bellocco risultasse totalmente fuori controllo, ormai decisa a non voler più avere nulla a che fare col marito Barone (qui nella foto). Ma parlerà anche delle motivazioni che porteranno i parenti a denunciare la scomparsa della Bellocco solo tre giorni dopo, peraltro al Nord: quando interverranno i RIS dei Carabinieri, che effettueranno i rilievi sull'abitazione, troveranno tutto pulito, perché la figlia di Francesca Bellocco (in quel periodo 43enne) avrebbe lavato ogni potenziale traccia.

L'opera sarebbe stata completata poi dal marito tradito, Salvatore Barone, avrebbe completato l'opera, smontando l'abitazione, ripitturandola e togliendo persino i materassi, dato che su quei materassi la donna sarebbe stata più volta trovata in compagnia del proprio amante, proprio dal figlio Francesco Barone: "Tutti, in famiglia, dal padre ai figli, erano d'accordo su come agire" dice il testimone. Da quel momento, infatti, sempre a detta del testimone tutti i parenti "arrivavano con il petto gonfio, quasi a voler far vedere ai vicini che avevano tolto le corna, che tra l'altro duravano ormai da dieci anni". Il testimone, nel proprio colloquio con i Carabinieri, continuerà dicendo che tutti in paese sapevano della relazione tra i due: "Si diceva che non fossero spariti ma che, al contrario, li avessero fatti fuori". Solo un mese fa, il 15 marzo 2015, l'uomo verrà escusso regolarmente a sommarie informazioni testimoniali: "Mi sono reso conto della gravità della scena cui avevo assistito, atteso che avevo visto tre uomini travisati da passamontagna di cui uno armato con una pistola semiautomatica di colore scuro. Con il trascorrere del tempo ho maturato l'idea di sentirmi in obbligo riferire quanto a mia conoscenza alle forze dell'ordine anche perché non ho più notato la presenza in Rosarno di Francesca Bellocco. Dopo averci pensato più volte ed aver accennato la vicenda a mia moglie ho deciso di togliermi questo peso dalla coscienza".

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