Si pente Marino Belfiore. L’armiere della Piana collabora da mesi con la Dda reggina

Ange­la Pan­ze­ra Strill.it REGGIO CALABRIA – La Pia­na ha un nuo­vo col­la­bo­ra­to­re. Ad annun­ciar­lo è sta­to ieri il sosti­tu­to pro­cu­ra­to­re gene­ra­le Ful­vio Riz­zo impe­gna­to a soste­ne­re l’accusa nel pro­ces­so di secon­do gra­do per l’omicidio di Giu­sep­pe Prio­lo, con­su­ma­to a Gio­ia Tau­ro il 26 feb­bra­io del 2012, in uno scon­tro tra fazio­ni mafio­se con­trap­po­ste. A col­la­bo­ra­re con la Dda di Reg­gio Cala­bria, ed in par­ti­co­la­re con i pm anti­ma­fia Rober­to di Pal­ma e Giu­lia Pan­ta­no è Mari­no Bel­fio­re , il “cor­rie­re” del­le armi dei clan del­la Pia­na, quel­li che, secon­do la Pro­cu­ra del­lo Stret­to sta­va­no orga­niz­zan­do un atten­ta­to «con­tro uomi­ni del­lo Sta­to». Al momen­to- è ripor­ta­to dal­le colon­ne de “Il Garan­ti­sta”- non si cono­sce il con­te­nu­to del­le dichia­ra­zio­ni rese dal nuo­vo col­la­bo­ra­to­re ma ieri in udien­za il pre­si­den­te del­la Cor­te d’Assise Rober­to Luci­sa­no nell’ordinanza in cui ha ammes­so la sua testi­mo­nian­za nel pro­ces­so ha sot­to­li­nea­to «l’assoluta neces­si­tà di pro­ce­de­re all’esame del col­la­bo­ra­to­re» il pros­si­mo 10 giu­gno, assie­me ad un altro pen­ti­to, Arcan­ge­lo Fur­fa­ro, altro neo-col­la­bo­ra­to­re del­la Pia­na.

Bel­fio­re, amma­net­ta­to lo scor­so anno dopo esse­re sta­to bec­ca­to a Riz­zi­co­ni con l’auto cari­ca di armi e muni­zio­ni, si sareb­be pen­ti­to dopo la recen­te con­dan­na a 16 anni di car­ce­re, invian­do una let­te­ra alla Dda e chie­den­do di poter col­la­bo­ra­re con il sosti­tu­to pro­cu­ra­to­re Rober­to Di Pal­ma. Bel­fio­re, pri­ma di fini­re in cel­la, sta­va tra­spor­tan­do «un arma­men­to da guer­ra» che era «chia­ra­men­te desti­na­to ad orga­niz­za­zio­ni mafio­se», un vero e pro­prio arse­na­le in mano ad un tren­ta­cin­quen­ne incen­su­ra­to e, fino a quel momen­to, inso­spet­ta­bi­le. Nel baga­glia­io del­la sua “Peu­geot “ven­ne­ro tro­va­ti die­ci mitra­glia­to­ri Kala­sh­ni­kov, due mitra­gliet­te e cin­que pisto­le, oltre a cari­ca­to­ri e car­tuc­ce. Insom­ma, una vera e pro­pria “San­ta Bar­ba­ra”. «Nell’ottica di una ndri­na, come, ad esem­pio, i Molè, che si sta­va­no rior­ga­niz­zan­do dopo la per­di­ta del capo Roc­co Molè, la dispo­ni­bi­li­tà di armi è stru­men­to coes­sen­zia­le alla pro­pria ope­ra­ti­vi­tà mafio­sa. Sic­ché, quel vero e pro­prio arse­na­le non pote­va che esse­re desti­na­to ad un’articolazione del­la ndran­ghe­ta ope­ran­te sul­la Pia­na e, dun­que, ad incre­men­tar­ne la poten­zia­li­tà offen­si­va, così favo­ren­do­la», scri­ve­va­no le for­ze dell’ordine in rela­zio­ne a quel ritro­va­men­to, anche in con­si­de­ra­zio­ne del fat­to che il padre Giu­sep­pe ave­va ammes­so di aver «pre­sta­to la sua atti­vi­tà per con­to del­la ndran­ghe­ta».

Entram­bi sono coin­vol­ti nell’indagine “Medi­ter­ra­neo”, dal­la qua­le emer­ge­va la pia­ni­fi­ca­zio­ne di un traf­fi­co inter­na­zio­na­le di armi sem­pre in seno all’organizzazione mafio­sa. Non arri­va­no con­fer­me uffi­cia­li al momen­to ma è mol­to pro­ba­bi­le che Bel­fio­re dopo aver scel­to di col­la­bo­ra­re con la Dda abbia già spie­ga­to a cosa ser­vi­va­no quel­le armi e soprat­tut­to per qua­le clan “lavo­ra­va”. Un’altra gola pro­fon­da quin­di si aggiun­ge nel­lo “schie­ra­men­to” del man­da­men­to tir­re­ni­co del­la Dda reg­gi­na che in meno di un anno ha acqui­si­to altri tre nuo­vi col­la­bo­ra­to­ri.

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