Un ricco possidente, un omicidio insoluto: la spy story del barone Livio Musco

Gian­fran­ce­sco Tura­no L'Espresso GIOIA TAURO – Nel pome­rig­gio di saba­to 23 mar­zo 2013 un uomo cal­vo con la bar­ba bian­ca rien­tra ver­so la sua casa al cen­tro di Gio­ia Tau­ro. In pae­se lo cono­sco­no tut­ti. È il baro­ne Livio Musco, 74 anni, nato a Napo­li, pri­mo figlio del gene­ra­le Etto­re Musco, capo dei ser­vi­zi segre­ti mili­ta­ri (Sifar) dal 1952 al 1955. Sua non­na era la duches­sa Ser­ra di Car­di­na­le. Livio è l’erede di una fami­glia di feu­da­ta­ri bor­bo­ni­ci che ha avu­to in mano miglia­ia di etta­ri di lati­fon­do in Cala­bria, dal Tir­re­no allo Jonio. I Musco-Ser­ra di Car­di­na­le han­no pos­se­du­to, lot­tiz­za­to e ven­du­to le ter­re sul­le qua­li sor­ge Gio­ia Tau­ro, prin­ci­pa­le cit­ta­di­na del­la Pia­na. Han­no rac­col­to e ven­du­to le oli­ve e l’olio che nell’Ottocento anda­va ad illu­mi­na­re le stra­de del­le cit­tà euro­pee. In età moder­na, han­no cedu­to i ter­re­ni sui qua­li è sor­to il por­to di Gio­ia Tau­ro, l’autostrada Saler­no-Reg­gio Cala­bria o il fon­do vici­no allo svin­co­lo dell’A3 dove è sta­to rea­liz­za­to il cen­tro com­mer­cia­le Annun­zia­ta, un mall gigan­te­sco dove i 19400 abi­tan­ti di Gio­ia Tau­ro potreb­be­ro entra­re tut­ti stan­do­ci lar­ghi ma dove, in effet­ti, il traf­fi­co è raro. 

Il pome­rig­gio di saba­to 23 mar­zo il baro­ne è ripre­so di pas­sag­gio dal­le tele­ca­me­re di piaz­za Mat­teot­ti, cen­tro di gra­vi­tà che nel rag­gio di cen­to metri inclu­de il Muni­ci­pio, la sta­zio­ne dei cara­bi­nie­ri, la far­ma­cia e il palaz­zot­to dei Musco, all’inizio del­la disce­sa di via Val­lea­me­na. Lì la tele­ca­me­ra non arri­va. Eppu­re il 17 novem­bre 2012, un altro saba­to, davan­ti a casa dei Musco è esplo­sa una poten­te bom­ba car­ta che ha distrut­to i vetri del­la Pun­to del baro­ne e del palaz­zo al pian ter­re­no. Sull’altro mar­cia­pie­de c’è l’abitazione del capi­ta­no dei cara­bi­nie­ri, Fran­ce­sco Cin­ni­rel­la, che vive in affit­to pro­prio in un appar­ta­men­to di Livio Musco. In un pae­se dove le tele­ca­me­re han­no con­sen­ti­to la solu­zio­ne di tre omi­ci­di in pochi mesi, nes­su­no pen­sa di raf­for­za­re la sor­ve­glian­za in via Val­lea­me­na. Dopo l’attentato di novem­bre, del resto, il baro­ne è il pri­mo a tran­quil­liz­za­re tut­ti. «Non ho nemi­ci», dichia­ra. «Si è trat­ta­to cer­ta­men­te di uno sba­glio di per­so­na». È la dichia­ra­zio­ne di cir­co­stan­za che le vit­ti­me del rac­ket spes­so pre­sen­ta­no in segno di accet­ta­zio­ne del­la leg­ge d’omertà. E Livio Musco sa benis­si­mo che al cen­tro di Gio­ia Tau­ro una bom­ba si met­te sol­tan­to con l’autorizzazione dei veri padro­ni del­la cit­tà, la fami­glia Piro­mal­li. Teste cal­de e ini­zia­ti­ve pri­va­te a Gio­ia han­no vita bre­ve. For­se il baro­ne è dav­ve­ro con­vin­to di non ave­re nemi­ci. O for­se, più sem­pli­ce­men­te, se ne fot­te. Livio Musco non è mai sta­to famo­so per la sua pru­den­za.

Da ragaz­zo, ha sta­bi­li­to il record di not­ti di puni­zio­ne in cel­la all’Accademia mili­ta­re del­la Nun­zia­tel­la. Da adul­to si è mes­so in cen­to affa­ri, con gene­ro­si­tà e sen­za cri­te­rio, fal­si­fi­can­do la fir­ma del gene­ra­le Etto­re su asse­gni per 800 milio­ni di lire nel 1968 (equi­va­len­ti a cir­ca 8 milio­ni di euro di oggi). Lo han­no con­dan­na­to in via defi­ni­ti­va a cin­que anni, sbat­tu­to in cel­la a Vibo Valen­tia con il fior fio­re del­la delin­quen­za loca­le ma alla nipo­te che lo anda­va a tro­va­re face­va il bacia­ma­no. Oltre a tut­to que­sto, Livio Musco ave­va un difet­to leta­le. Par­la­va, par­la­va, par­la­va. A Gio­ia Tau­ro, dove mez­za fra­se è già di trop­po, lui si sen­ti­va al di sopra del­la leg­ge del silen­zio. Quel pae­se non sareb­be esi­sti­to sen­za la sua fami­glia, i suoi uli­vi, le sue vigne e la cen­tra­le elet­tri­ca costrui­ta dal non­no Adol­fo in fon­do a via Val­lea­me­na duran­te il fasci­smo. Per­ciò anche il pome­rig­gio del 23 mar­zo, come al soli­to, Livio Musco lascia il por­to­ne di casa aper­to. Quel saba­to nel pas­seg­gio pri­ma­ve­ri­le fra via Val­lea­me­na, piaz­za Mat­teot­ti e via Roma c’è qual­co­sa di diver­so.

In cit­tà il sin­da­co Rena­to Bel­lo­fio­re, ex Udc pas­sa­to al Pd ed elet­to dopo il com­mis­sa­ria­men­to del Comu­ne per mafia (apri­le 2008), ha pro­cla­ma­to il lut­to. Quan­do Musco tor­na a casa, si sono appe­na con­clu­si i fune­ra­li di Fabri­zio Pio­li, elet­trau­to gio­ie­se che si è inna­mo­ra­to del­la don­na sba­glia­ta. Un amo­re non pre­vi­sto dal­le rego­le loca­li per­ché la don­na, Simo­na Napo­li, era spo­sa­ta ed era figlia di uno ’ndran­ghe­ti­sta. Il padre del­la don­na ucci­de Pio­li nel feb­bra­io del 2012. Il cor­po vie­ne ritro­va­to un anno dopo, sot­to due metri di ter­ra. Il 23 mar­zo alle ore 16 miglia­ia di per­so­ne par­te­ci­pa­no al cor­teo fune­bre e poi alle ese­quie nel­la chie­sa di San Fran­ce­sco, vici­no alla sta­ta­le 18, in peri­fe­ria. Le stra­de del cen­tro sono chiu­se al traf­fi­co per il lut­to. Alle ore 19 il baro­ne Musco ha un appun­ta­men­to con il fra­tel­lo Giu­sep­pe, det­to Pino, 67 anni, l’altro dei sei figli del gene­ra­le Musco che è rima­sto in Cala­bria a fare l’agricoltore. Pino aspet­ta il fra­tel­lo mag­gio­re per anda­re all’hotel 501 di Vibo Valen­tia dove gli ex allie­vi del­la Nun­zia­tel­la han­no fis­sa­to un cena socia­le. Intor­no alle 19.30, Livio non si è anco­ra fat­to vede­re. Eppu­re ama la pun­tua­li­tà. Così Pino Musco deci­de di entra­re nel palaz­zo di fami­glia. Tro­va il fra­tel­lo sedu­to, come addor­men­ta­to. Poi vede un filo di san­gue dal­la nari­ce. Livio è anco­ra vivo, ma per poco. Mori­rà sull’ambulanza che, nel caos del­le stra­de bloc­ca­te per il lut­to, ci met­te ven­ti minu­ti ad arri­va­re.

I cara­bi­nie­ri, che devo­no fare pochi pas­si dal­la sta­zio­ne di via Vit­to­rio Ema­nue­le, sono già sul­la sce­na del delit­to. I cro­ni­sti loca­li ricor­da­no l’aria di estre­mo ner­vo­si­smo degli inve­sti­ga­to­ri: il baro­ne è sta­to ammaz­za­to qua­si sot­to i loro occhi. Ma i cro­ni­sti rife­ri­sco­no anche due par­ti­co­la­ri che segna­no la sor­te media­ti­ca del caso Musco. Pri­mo: il baro­ne è sta­to ucci­so con due soli col­pi, al col­lo e allo zigo­mo, spa­ra­ti da una 6,35, una pisto­la di pic­co­lo cali­bro. Qui sul­la Pia­na, dove spa­ra­re è una cosa seria, da uomi­ni, la 6,35 è l’arma dei “fis­sa”, dei fes­si e del­le don­ne, anche se il kil­ler ha mostra­to di ave­re una mira ad alta pre­ci­sio­ne. Secon­do: nell’arco di poche ore dopo il delit­to e nel­la capi­ta­le sto­ri­ca del­la ’ndran­ghe­ta, si scar­ta l’ipotesi di un omi­ci­dio mafio­so per­ché, appun­to, i sica­ri del­le ’ndri­ne non use­reb­be­ro una 6,35. D’altronde, il baro­ne pas­sa­va gran par­te del­le gior­na­te da solo in mez­zo agli uli­vi appar­te­nu­ti al gene­ra­le Etto­re. C’era tem­po e modo di spa­rar­gli due bot­te di lupa­ra lon­ta­no da orec­chie indi­scre­te. Non che in pie­no cen­tro a Gio­ia Tau­ro, in un’affollata sera di saba­to, qual­cu­no abbia sen­ti­to nien­te. Ma la lupa­ra in cam­pa­gna fa trop­po “Gior­no del­la civet­ta”, lo sbar­co di invia­ti e tele­ca­me­re è garan­ti­to. Inve­ce, con Musco mor­to da poco, si deru­bri­ca il moven­te del delit­to. Il silen­zia­to­re media­ti­co fun­zio­na alla per­fe­zio­ne: pochi arti­co­li nel­la cro­na­ca loca­le, per due o tre gior­ni. Nem­me­no una riga sul­la stam­pa nazio­na­le. La delin­quen­za cala­bre­se ha pro­spe­ra­to sui silen­zi stam­pa. Ma il caso Musco è cla­mo­ro­so. L’ucciso è un pos­si­den­te ter­rie­ro napo­le­ta­no, discen­den­te di una fami­glia nobi­lia­re e figlio del pre­de­ces­so­re al Sifar del gene­ra­le Gio­van­ni De Loren­zo. Livio Musco è sta­to un ber­sa­glio del­le lot­te sin­da­ca­li con­tro gli agra­ri degli anni Set­tan­ta con tan­to di slo­gan di piaz­za dedi­ca­to («Musco e Dia­na fuo­ri dal­la Pia­na!»).

Ha soste­nu­to i moti dei Boia chi mol­la per Reg­gio capo­luo­go con l’altro napo­le­ta­no sce­so in Cala­bria Ame­deo Mata­ce­na e l’altro baro­ne don Fefè Zer­bi. Eppu­re, nien­te. Sol­tan­to chiac­chie­re di pae­se. E nei pae­si del Sud l’elaborazione dei moven­ti è tut­ta un’arte. A par­ti­re dai dati uffi­cia­li, cioè il cali­bro del­la pisto­la, la radi­ce non mafio­sa del delit­to, il pro­ba­bi­lis­si­mo rap­por­to di cono­scen­za fra l’assassino e la vit­ti­ma che l’ha accol­to sen­za timo­re, la vox popu­li ela­bo­ra tre ipo­te­si clas­si­che: fem­mi­ne, usu­ra, con­tro­ver­sie fami­lia­ri. La pista fem­mi­ni­le è raf­for­za­ta dal cali­bro dell’arma e, for­se, dal­la stes­sa pros­si­mi­tà tem­po­ra­le con il caso di Fabri­zio Pio­li, ucci­so sì da un mafio­so ma per que­stio­ni d’onore. Il baro­ne Musco, alla fac­cia dei suoi 74 anni, era un sati­ro che ha fini­to per insul­ta­re chi non dove­va. Ele­men­ti a soste­gno, nes­su­no. Anche l’usura è un clas­si­co per infa­ma­re la vit­ti­ma e for­ni­re atte­nuan­ti all’assassino. Eppu­re, Musco era in for­te dif­fi­col­tà eco­no­mi­ca. A par­te l’immobile affit­ta­to al capi­ta­no dei cara­bi­nie­ri, il secon­do­ge­ni­to del gene­ra­le Etto­re non ave­va, di fat­to, più una vite, né un uli­vo. Le sue pro­prie­tà risul­ta­no pigno­ra­te per cen­ti­na­ia di miglia­ia di euro e il baro­ne, che vive­va in modo sem­pli­ce, dove­va rivol­ger­si ad ami­ci per pic­co­li pre­sti­ti. Il suo acces­so al cre­di­to ban­ca­rio era com­pro­mes­so anche dal­la con­dan­na pena­le in giu­di­ca­to per un cumu­lo di pena com­pren­den­te pro­te­sti, asse­gni sco­per­ti, truf­fe all’Inps e alla Comu­ni­tà Euro­pea con assun­zio­ni fasul­le di brac­cian­ti. Per que­sta sen­ten­za, con­fer­ma­ta dal­la Cor­te d’appello di Vene­zia nel 2002, il baro­ne ave­va anche subì­to una pena acces­so­ria di die­ci anni di ini­bi­zio­ne dall’esercizio di atti­vi­tà com­mer­cia­li. Più che usu­ra­io, avreb­be potu­to esse­re sta­to lui in mano agli usu­rai. Ma gli stroz­zi­ni non avreb­be­ro avu­to mol­to da spre­mer­gli.

La ter­za pista è quel­la dell’eredità, la più inte­res­san­te. I beni del­la fami­glia Musco inclu­do­no, oltre ai lati­fon­di cala­bre­si di Gio­ia Tau­ro, Riz­zi­co­ni, Pla­ca­ni­ca e Cau­lo­nia, una vil­la a Cava de’ Tir­re­ni (Saler­no) e la casa del gene­ra­le Etto­re, 500 metri qua­dri ai Pario­li. È una dop­pia ere­di­tà, in effet­ti. La pri­ma riguar­da la suc­ces­sio­ne del fra­tel­lo del gene­ra­le, Mario Dome­ni­co Musco det­to Mimì, che non ha avu­to figli e alla sua mor­te (1977) ha lascia­to i beni in par­ti ugua­li ai sei nipo­ti (in ordi­ne di anzia­ni­tà, Edoar­do, Livio, Rug­gie­ro, Maria Eli­sa­bet­ta, Giu­sep­pe e Maria Ida). Que­sta pri­ma ere­di­tà è sta­ta divi­sa. Par­te dei ter­re­ni di don Mimì è sta­ta acqui­sta­ta da Rug­gie­ro Musco, il fra­tel­lo avvo­ca­to che è anche la figu­ra for­te degli affa­ri di fami­glia. Poli­ti­ca­men­te più a destra di Livio, Rug­gie­ro è sta­to pre­si­den­te del­la Gio­ie­se cal­cio all’inizio degli anni Ottan­ta, quan­do il pre­si­den­te ono­ra­rio del club alle­na­to dal pro­fes­so­re Fran­co Sco­glio era Gioac­chi­no Piro­mal­li, nipo­te del capo­clan Giu­sep­pe, det­to Pep­pi­no “mus­su stor­tu”. Anche il cen­tro com­mer­cia­le Annun­zia­ta, rea­liz­za­to da un ambu­lan­te di San Giu­sep­pe Vesu­via­no col­to da improv­vi­so benes­se­re finan­zia­rio, è sta­to costrui­to sui ter­re­ni di don Mimì Musco. Tre mesi dopo la ces­sio­ne (1998), il Comu­ne appro­vò la varia­zio­ne d’uso con gran­de bene­fi­cio per l’acquirente. La media­zio­ne fu fat­ta dall’avvocato Pino Maci­no che oggi è il lega­le di Rug­gie­ro Musco e di altri fami­lia­ri nel­la vicen­da dell’omicidio del 23 mar­zo. Maci­no, ex vice­se­gre­ta­rio del Pci loca­le, ha segui­to anche la vicen­da del­la secon­da ere­di­tà, quel­la del gene­ra­le, rima­sta indi­vi­sa a cau­sa di una lite fra i figli in sede civi­le e pena­le. «Sull’eredità di Etto­re Musco», dice Maci­no, «sono subi­to sor­ti pro­ble­mi inter­per­so­na­li fra gli ere­di. I beni, cir­ca 200 etta­ri, sono bloc­ca­ti sot­to custo­dia giu­di­zia­ria da oltre vent’anni e per que­sto Livio ave­va qual­che dif­fi­col­tà eco­no­mi­ca. Sul suo omi­ci­dio c’è gran­de len­tez­za nel­le inda­gi­ni. Basti dire che la casa del delit­to è sot­to sigil­li e chiu­sa da sei mesi. Nes­su­no ci ha più mes­so pie­de den­tro».

I beni del gene­ra­le sono for­mal­men­te custo­di­ti da un noto com­mer­cia­li­sta di Reg­gio Cala­bria, Alber­to Por­cel­li, ani­ma­to­re del Rota­ry loca­le e fra­tel­lo di uno dei prin­ci­pa­li soste­ni­to­ri poli­ti­ci del gover­na­to­re Giu­sep­pe Sco­pel­li­ti, Aldo Por­cel­li del­la lista Reg­gio Futu­ra. In pra­ti­ca, però, i ter­re­ni ven­go­no ammi­ni­stra­ti da Pino Musco, il fra­tel­lo che ha tro­va­to Livio ago­niz­zan­te. Anche Pino ha una sto­ria movi­men­ta­ta alle spal­le. Il quin­to figlio del gene­ra­le ha pas­sa­to un anno in car­ce­re a Pal­mi con l’accusa, poi sfu­ma­ta, di traf­fi­co inter­na­zio­na­le di stu­pe­fa­cen­ti. Che sia un con­su­ma­to­re abi­tua­le di cocai­na, a Gio­ia Tau­ro, è il segre­to di Pul­ci­nel­la. Nes­su­no in pae­se si è quin­di mera­vi­glia­to del suo arre­sto saba­to 20 apri­le 2013, quat­tro set­ti­ma­ne esat­te dopo l’assassinio del fra­tel­lo. La poli­zia gli ha tro­va­to in mac­chi­na 1,2 gram­mi di coca, l’equivalente del­la dose quo­ti­dia­na, e gli ha fat­to pas­sa­re un fine set­ti­ma­na in car­ce­re con l’accusa di spac­cio. Inol­tre, gli inve­sti­ga­to­ri stan­no cer­can­do una pisto­la appar­te­nu­ta al gene­ra­le. La pisto­la, pre­sa in con­se­gna da Rug­gie­ro Musco dopo la mor­te del padre, sareb­be sta­ta tro­va­ta in pos­ses­so del fra­tel­lo Pino. E c’è una novi­tà cla­mo­ro­sa. L’arma che i cara­bi­nie­ri stan­no cer­can­do è una Beret­ta 7,65. Non un’arma da don­na. Gian­do­me­ni­co Musco, 25 anni, il quin­to e ulti­mo figlio di Livio, con­fer­ma il cam­bio di cali­bro e respin­ge dura­men­te l’idea di un coin­vol­gi­men­to di qual­cu­no del­la fami­glia. «Non è vero, come si è scrit­to e come gli stes­si cara­bi­nie­ri mi han­no det­to duran­te i miei due inter­ro­ga­to­ri, che mio padre sia sta­to col­pi­to con una 6,35. L’arma del delit­to è una 7,65. Quin­di nien­te sto­rie di don­ne. In quan­to alla fai­da fami­lia­re, non avreb­be sen­so risol­ve­re a col­pi di pisto­la una que­stio­ne ere­di­ta­ria. Se è già intri­ca­ta, si com­pli­ca di più. La mia idea su chi pos­sa esse­re sta­to me la ten­go per me, per­ché io devo vive­re qui. Ma biso­gna vede­re il con­tor­no. Que­sta è la Cala­bria. È Gio­ia Tau­ro, non la Sviz­ze­ra».

Sul­le tra­di­zio­ni poco elve­ti­che del­la zona non c’è mol­to da aggiun­ge­re alle deci­ne di volu­mi e cen­ti­na­ia di inda­gi­ni giu­di­zia­rie che han­no indi­vi­dua­to nel­la capi­ta­le del­la Pia­na la madre patria del­la ’ndran­ghe­ta moder­na, quel­la nata dai lati­fon­di e la più simi­le a Cosa nostra anche per la gran­de cura dedi­ca­ta ai rap­por­ti con chi gover­na. Gio­ia Tau­ro signi­fi­ca Piro­mal­li, uno dei clan più anti­chi e allo stes­so tem­po più capa­ci di sta­re al pas­so con i tem­pi, a costo di sacri­fi­ca­re al loro pote­re asso­lu­to allea­ti sto­ri­ci come i Molè, il loro brac­cio arma­to. Qui non affon­da foglia sen­za il con­sen­so dei Piro­mal­li e chi si allar­ga paga di per­so­na, come Roc­co Molè che vole­va diven­ta­re re del por­to ed è sta­to ucci­so nel feb­bra­io 2008. I Piro­mal­li signi­fi­ca­no poli­ti­ca. Sono loro che accol­go­no Giu­lio Andreot­ti per inau­gu­ra­re il por­to, come rac­con­ta l’ex pre­si­den­te del­la Com­mis­sio­ne anti­ma­fia Fran­ce­sco For­gio­ne. Sono loro che abbat­to­no il sin­da­co Vin­cen­zo Gen­ti­le nel mag­gio del 1987. Lo stes­so ex sin­da­co Udc Gior­gio Dal Tor­rio­ne, che ha pro­vo­ca­to il com­mis­sa­ria­men­to del Comu­ne nell’aprile 2008, è sta­to arre­sta­to e poi assol­to pro­prio per con­cor­so ester­no in asso­cia­zio­ne mafio­sa con i Piro­mal­li nel pro­ces­so “Cent’anni di sto­ria”. A lui, come rega­lo per l’assoluzione, nell’aprile del 2012 han­no bru­cia­to la mac­chi­na davan­ti alla sta­zio­ne dei cara­bi­nie­ri, una palaz­zi­na gial­la di pro­prie­tà del­la moglie di Dal Tor­rio­ne. Nien­te tele­ca­me­re, nes­su­no ha visto, non si sa chi è sta­to. I Piro­mal­li signi­fi­ca­no impren­di­to­ria. Deci­do­no chi rac­co­glie le oli­ve, chi non le rac­co­glie, a chi si ven­do­no e a che prez­zo, come han­no sem­pre fat­to con i Musco e con tut­ti gli altri pro­prie­ta­ri, fin­ché loro stes­si han­no rim­piaz­za­to la vec­chia ari­sto­cra­zia e sono diven­ta­ti i mag­gio­ri pos­si­den­ti. Sul­la Pia­na i ter­re­ni dei feu­da­ta­ri sce­si da Napo­li sono sem­pre sta­ti sot­to­po­sti a guar­dia­nia da par­te del clan domi­nan­te.

Il custo­de sto­ri­co dei lati­fon­di Musco è sta­to Dome­ni­co Stil­li­ta­no, nipo­te di Pep­pi­no “mus­su stor­tu” Piro­mal­li. Mico Stil­li­ta­no è sta­to accu­sa­to di ave­re ucci­so nel 1987 Vin­cen­zo Gen­ti­le, l’ex sin­da­co di Gio­ia Tau­ro che era anche il medi­co di fami­glia dei Piro­mal­li. Con­dan­na­to in pri­mo gra­do, assol­to in appel­lo. E il riva­le sto­ri­co del­la fami­glia Stil­li­ta­no, Dome­ni­co Mai­sa­no det­to la Bel­va di Dro­si, è quel­lo che ferì gra­ve­men­te a fuci­la­te il baro­ne Mimì Musco dopo aver­gli chie­sto il piz­zo. Poco dopo, Mai­sa­no fu eli­mi­na­to dai Piro­mal­li. Da tem­po i padro­ni del­la Pia­na non limi­ta­no gli inve­sti­men­ti al ter­ri­to­rio di Gio­ia. La casa roma­na del gene­ra­le Musco in via Gio­suè Bor­si ai Pario­li è sta­ta trat­ta­ta dall’agenzia Ital Immo­bi­lia­re di Teo­do­ro Maz­za­fer­ro, mem­bro di una del­le fami­glie sto­ri­che che gra­vi­ta­no attor­no all’orbita dei Piro­mal­li. Maz­za­fer­ro è un uomo all’antica che non dice mai “io”. Dice “noi”. E par­la coi fat­ti: 5 milio­ni di euro per la casa di via Bor­si pro­po­sti e ripro­po­sti nel cor­so di varie rico­gni­zio­ni nell’appartamento, vuo­to e bloc­ca­to dal­le liti fra gli ere­di. Un sopral­luo­go si è tenu­to a sor­pre­sa il 13 ago­sto di qual­che anno fa con la cit­tà deser­ta. Ma una degli ere­di, Maria Ida, si è oppo­sta e la tran­sa­zio­ne non è anda­ta a buon fine. Fa nien­te. Loro san­no aspet­ta­re. Se con le buo­ne non pas­sa­no, ci sono siste­mi più diret­ti, più con­ge­nia­li ai loro cent’anni di sto­ria. Si è visto con l’omicidio Musco. Una sto­ria di fem­mi­ne, for­se di usu­ra. E, chi sa, doma­ni di dro­ga. Basta cam­bia­re cali­bro.