Valle del Marro, i volontari non si arrendono. Don Pino : «Il cambiamento spaventa»

Miche­le Alba­ne­se Quo­ti­dia­no del Sud POLISTENA – Anche sta­ma­ni i ragaz­zi del Val­le del Mar­ro sono tor­na­ti a lavo­ro nel­le ter­re libe­re che furo­no del­la ndran­ghe­ta del­la Pia­na di Gio­ia Tau­ro. La Pau­ra? «Cer­to che c’è, ma è pau­ra per la liber­tà» dice Dome­ni­co, uno dei soci del­la coop. Ed ha ragio­ne, per­ché, qui, dopo i nume­ro­si atten­ta­ti, la vera posta in gio­co è la tute­la degli spa­zi ricon­qui­sta­ti dal­la socie­tà civi­le. Il vero mes­sag­gio, dopo quel­lo che è acca­du­to, è che qui, in fon­do, l’attacco è sta­to por­ta­to allo Sta­to che con la con­fi­sca ave­va libe­ra­to quel­le ter­re. La Val­le del Mar­ro, dopo anni di sacri­fi­ci, sen­za mez­zi, ades­so è una real­tà che sta dimo­stran­do che la Cala­bria può risor­ge­re e che i pro­dot­ti pos­so­no costi­tui­re una gran­de val­vo­la di sfo­go per l’economia del ter­ri­to­rio. «Ricor­do tan­ti anni fa, quan­do ini­ziam­mo, che mol­ti ci pre­se­ro per paz­zi. Anda­va­mo a mani nude in quei ter­re­ni tra le pian­te di uli­vo avvol­ti dai rovi per ridar­gli nuo­va vita. Tan­ti pen­sa­ro­no che non ce l’avremmo fat­ta ed inve­ce, gior­no dopo gior­no, abbia­mo dimo­stra­to che è pos­si­bi­le riscat­tar­si ritor­nan­do alla ter­ra, che da frut­ti stu­pen­di. Noi sia­mo sta­ti bra­vi, a pro­dur­re e a tro­va­re part­ner che han­no apprez­za­to i nostri sfor­zi». C’è pau­ra ma que­sta non impe­di­sce loro di con­ti­nua­re il lavo­ro.

Don Pino Dema­si, l’ispiratore ed in fon­do il custo­de del­la coop, inver­te la logi­ca: «E’ il cam­bia­men­to che fa pau­ra» dice il sacer­do­te che è il refe­ren­te di Libe­ra nel­la Pia­na. «In agri­col­tu­ra soprat­tut­to nel­la com­mer­cia­liz­za­zio­ne dei pro­dot­ti abbia­mo instau­ra­to un nuo­vo meto­do. E in un ambien­te come il nostro dove a det­ta­re le rego­le sono sta­te sem­pre le stes­se per­so­ne lega­te alla cri­mi­na­li­tà orga­niz­za­ta que­sto fa pau­ra». In un ter­ri­to­rio a for­te voca­zio­ne agri­co­la, nel qua­le in mon­do del lavo­ro ha subi­to e con­ti­nua subi­re feri­te san­gui­nan­ti da par­te di colo­ro che a par­ti­re dal­la fine degli anni ’70 han­no ini­zia­to a con­trol­la­re il mer­ca­to degli agru­mi, impo­nen­do prez­zi per costrui­re truf­fe o con­trol­la­re il set­to­re fino ai gran­di cen­tri dell’ortofrutta, sape­re che oggi, un grup­po di gio­va­ni che rie­sce e col­ti­va­re otte­nen­do riscon­tri su nuo­vi mer­ca­ti soli­da­li che gli con­sen­to­no di man­da­re avan­ti la coop, sen­za altri aiu­ti, o finan­zia­men­ti pub­bli­ci, è moti­vo di pre­oc­cu­pa­zio­ne. Per­ché se mol­ti, riu­scis­se­ro a fare quel­lo che fan­no que­sti ragaz­zi, e ad otte­ne­re risul­ta­ti apprez­za­bi­li, l’influenza del­le cosche del­la ndran­ghe­ta nel con­trol­lo del set­to­re sce­me­reb­be. E ciò da fasti­dio. Don Pino, que­sto lo sa da tem­po, lo imma­gi­na: «La let­tu­ra che pos­so dare – spie­ga il sacer­do­te – è pro­prio que­sta: bloc­ca­re il cam­bia­men­to, inti­mi­di­re i ragaz­zi in modo tale che que­sto muta­men­to in atto non abbia un segui­to né in loro, né in altre per­so­ne. Ma han­no fat­to i con­ti male per­ché il cam­bia­men­to con­ti­nua ». Oggi al lavo­ro anco­ra nei cam­pi per ripa­ra­re gli impian­ti irri­gui mano­mes­si o ruba­ti. «Nes­sun pas­so indie­tro – dice anco­ra Anto­nio – per­ché per noi, col­ti­va­re la ter­ra signi­fi­ca col­ti­va­re le coscien­ze».

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