Voto Salvini che Gioia. L'inchiesta de l'Espresso sugli opachi legami della Lega in Calabria

Gio­van­ni Tizian e Ste­fa­no Ver­gi­ne L'Espresso IL VOLTO PIÙ noto del­la Lega a Rosar­no nascon­de un imba­raz­zan­te segre­to. Vin­cen­zo Giof­frè, 37 anni, è il regi­sta del suc­ces­so elet­to­ra­le di Mat­teo Sal­vi­ni nel pae­se del­la pia­na di Gio­ia Tau­ro, in pro­vin­cia di Reg­gio Cala­bria. Comu­ne sim­bo­lo del­lo sfrut­ta­men­to dei brac­cian­ti afri­ca­ni, sciol­to due vol­te per mafia, dove il pote­re del­la ndran­ghe­ta è capil­la­re. E dove la Lega ha rag­giun­to uno dei risul­ta­ti più sor­pren­den­ti del­le ulti­me ele­zio­ni, otte­nen­do il 13 per cen­to dei voti dopo che cin­que anni pri­ma il pal­lot­to­lie­re si era fer­ma­to a un mise­ro 0,25 per cen­to. Il segre­to di Giof­frè, dice­va­mo. Sul proi- lo Face­book, tra le deci­ne di foto che lo immor­ta­la­no abbrac­cia­to a Sal­vi­ni, non c’è trac­cia dei suoi rap­por­ti con un pez­zo del­la ndran­ghe­ta loca­le. Uffi­cial­men­te Giof­frè si pre­sen­ta come pic­co­lo impren­di­to­re atti­vo nel set­to­re del ver­de pub­bli­co. Un uomo che «ama il suo pae­se» e non tol­le­ra «la poli­ti­ca euro­pea di abbat­ti­men­to del­le fron­tie­re» defi­ni­ta cau­sa prin­ci­pa­le del­la «mas­sic­cia onda­ta d’immigrazione clan­de­sti­na da cui deri­va­no le ampie sac­che d’illegalità e di disa­gio socia­le che ben cono­scia­mo».

Esi­ste però una bio­gra­ia non auto­riz­za­ta del respon­sa­bi­le del­la Lega di Rosar­no, can­di­da­to alla Came­ra alle ulti­me ele­zio­ni. Un cur­ri­cu­lum riser­va­to che L’Espresso ha rico­strui­to gra­zie a visu­re came­ra­li e docu­men­ti giu­di­zia­ri. Si sco­pre così che il pala­di­no del­la lega­li­tà Giof­frè, allo scoc­ca­re del nuo­vo mil­len­nio ha fon­da­to una socie­tà coo­pe­ra­ti­va con Giu­sep­pe Artu­so. Per­so­nag­gio che la pro­cu­ra anti­ma­fia di Reg­gio Cala­bria ritie­ne vici­nis­si­mo al clan Pesce, una del­le cosche più poten­ti del­la ndran­ghe­ta, che da Rosar­no si è spin­ta fino a Mila­no e al Sud del­la Fran­cia. I Pesce, per dire, con­trol­la­no un’ampia fet­ta del mer­ca­to inter­na­zio­na­le del­la cocai­na, tan­to che uno dei capi clan, Anto­ni­no Pesce, due anni fa riu­scì per­si­no ad assol­da­re un coman­dan­te di un mer­can­ti­le per por­ta­re la dro­ga dal Suda­me­ri­ca al por­to di Gio­ia Tau­ro, regno incon­tra­sta­to del­le cel­lu­le mafio­se dei pae­si del­la Pia­na. La crea­zio­ne del­la coop agri­co­la non è l’unico affa­re che col­le­ga il capo dei leghi­sti rosar­ne­si alla cosca loca­le. Giof­frè ha crea­to infat­ti anche un altro con­sor­zio di coo­pe­ra­ti­ve agri­co­le al cui ver­ti­ce fino al 2013 c’era Anto­nio Fran­ce­sco Rao, uomo rite­nu­to dagli inve­sti­ga­to­ri mol­to vici­no al clan Bel­loc­co, ailia­to a quel­lo dei Pesce. Il mini­stro dell’Interno Mat­teo Sal­vi­ni è con­sa­pe­vo­le dei lega­mi d’affari che col­le­ga­no il suo rap­pre­sen­tan­te a que­sti per­so­nag­gi? Di sicu­ro il lea­der del­la Lega è sta­to ospi­te del­la sezio­ne di Rosar­no nei gior­ni imme­dia­ta­men­te suc­ces­si­vi al trion­fo del­lo scor­so 4 mar­zo.

D’altra par­te lui è sta­to elet­to pro­prio lì: sena­to­re del­la Repub­bli­ca gra­zie ai voti rac­col­ti in Cala­bria. Giof­frè era tra gli orga­niz­za­to­ri del­la festa-comi­zio nel liceo di Rosar­no. Even­to al qua­le, come ha scrit­to Repub­bli­ca e han­no con­fer­ma­to fon­ti inve­sti­ga­ti­ve all’Espresso, era­no pre­sen­ti espo­nen­ti dei clan. Un bagno di fol­la per il futu­ro tito­la­re del Vimi­na­le e vice­pre­mier. Un rin­gra­zia­men­to per­so­na­le a Giof­frè, l’uomo che ha fat­to affa­ri con pre­sun­ti ndran­ghe­ti­sti. Eppu­re non trop­po tem­po fa lo stes­so Sal­vi­ni dichia­ra­va: «Mi sen­to mol­to meglio se chi puz­za di mafia sta lon­ta­no da me». A paro­le, dun­que, il lea­der sovra­ni­sta dice di non voler ave­re nul­la a che fare con per­so­ne che han­no lega­mi con la cri­mi­na­li­tà orga­niz­za­ta. Sen­za fare distin­zio­ne tra inda­ga­ti e con­dan­na­ti, tra sospet­ti e cer­tez­ze. Discor­si da con­vin­to anti­ma­fio­so, da pre­fet­to di fer­ro. Tra la teo­ria e la pra­ti­ca, però, c’è una distan­za side­ra­le. Per­ché da quan­do è a capo del par­ti­to Sal­vi­ni ha già dovu­to fare i con­ti con le gra­ne giu­di­zia­rie dei leghi­sti del Sud. E non ha det­to una paro­la. Inda­gi­ni sul voto di scam­bio in Sici­lia. Fin­te minac­ce denun­cia­te dal suo vice­ré sull’isola, Ange­lo Atta­gui­le, che la pro­cu­ra di Cata­nia ha chie­sto di con­dan­na­re a una mul­ta sala­ta per esser­si inven­ta­to tut­to. Sen­za dimen­ti­ca­re l’appoggio in Cam­pa­nia di ex fede­lis­si­mi di Nico­la Cosen­ti­no, con­dan­na­to a nove anni per con­cor­so ester­no in asso­cia­zio­ne camor­ri­sti­ca. E il pac­chet­to di voti offer­ti alla Lega da Giu­sep­pe Sco­pel­li­ti, pez­zo da novan­ta del­la poli­ti­ca cala­bre­se, ex gover­na­to­re e già sin­da­co di Reg­gio, oggi in car­ce­re per il dis­se­sto del­le cas­se del muni­ci­pio e su cui pesa­no i sospet­ti del­la pro­cu­ra loca­le: secon­do pen­ti­ti e magi­stra­ti Sco­pel­li­ti è sta­to appog­gia­to nel­la sua asce­sa poli­ti­ca dal clan De Ste­fa­no.

Che dire poi del depu­ta­to di Lame­zia Ter­me Dome­ni­co Fur­giue­le, il pri­mo leghi­sta cala­bre­se doc a fini­re in Par­la­men­to, sul cui con­to si som­ma­no i sospet­ti di una paren­te­la ingom­bran­te e di vicen­de poco chia­re. Fur­giue­le è sta­to il pri­mo ad acco­glie­re Giof­frè nel­le fila leghi­ste. Del resto è meri­to del neo depu­ta­to se Sal­vi­ni ha potu­to con­ta­re su una rete di con­sen­so difu­so in Cala­bria. In rete si può leg­ge­re anco­ra il discor­so con cui Fur­giue­le dà il ben­ve­nu­to al gio­va­ne rosar­ne­se, descrit­to dal respon­sa­bi­le regio­na­le del­la Lega come un «impren­di­to­re one­sto e uomo impe­gna­to nel socia­le, già can­di­da­to alle ulti­me ammi­ni­stra­ti­ve con­se­guen­do l’apprezzabile risul­ta­to di oltre 300 pre­fe­ren­ze per­so­na­li». Cor­re­va l’anno 2016, Giof­frè ave­va appe­na lascia­to Fra­tel­li d’Italia per unir­si al leghi­smo non più pada­no. In cima all’agenda poli­ti­ca, man­co a dir­lo, la que­stio­ne immi­gra­zio­ne. Rosar­no è nota per la pre­sen­za di un alto nume­ro di stra­nie­ri, nel 2010 le imma­gi­ni del­la rivol­ta dei brac­cian­ti afri­ca­ni fece­ro il giro del mon­do. All’epoca mini­stro dell’Interno era Rober­to Maro­ni, il col­le­ga di par­ti­to dell’attuale capo del Vimi­na­le. È la ter­ra, Rosar­no, dei brac­cian­ti che lavo­ra­no dall’alba al tra­mon­to nei cam­pi per pochi euro l’ora. Sfrut­ta­ti come schia­vi. E vit­ti­me di anghe­rie, col­pi­ti spes­so nel tra­git­to di ritor­no ver­so le barac­che da ragaz­zi­ni in cer­ca di fama cri­mi­na­le e ono­re. La soglia di indi­gna­zio­ne di Giof­frè sull’immigrazione è mol­to bas­sa. Ben più tol­le­ran­te si è inve­ce dimo­stra­to con la ndran­ghe­ta. Un esem­pio? La giun­ta dell’ex sin­da­co di Rosar­no, Eli­sa­bet­ta Tri­po­di, qual­che anno fa ave­va pen­sa­to di rea­liz­za­re, su un ter­re­no con­fi­sca­to ai clan, alcu­ni pre­fab­bri­ca­ti da desti­na­re ai migran­ti. Alla fine l’opera è rima­sta incom­piu­ta, anche per­ché la dit­ta che sta­va facen­do i lavo­ri è sta­ta bloc­ca­ta dal­la pre­fet­tu­ra con un’interdittiva anti­ma­fia (l’impresa sareb­be sta­ta con­di­zio­na­bi­le dal­le cosche). Nell’ottobre del 2016, al gri­do di “Pri­ma gli ita­lia­ni”, la strut­tu­ra è sta­ta occu­pa­ta da un grup­po di cit­ta­di­ni rosar­ne­si. Giof­frè era dal­la loro par­te, e il “vil­lag­gio del­la soli­da­rie­tà” è sta­to pre­sto tra­sfor­ma­to nel “vil­lag­gio Ita­lia”.

L’occupazione non è dura­ta mol­to, ma la pro­pa­gan­da ha fun­zio­na­to. Con un nemi­co così pros­si­mo, per la Lega di Rosar­no è sta­to un gio­co da ragaz­zi cre­sce­re e radi­car­si. Per­ché secon­do i respon­sa­bi­li del par­ti­to, qui il pro­ble­ma prin­ci­pa­le sono i lavo­ra­to­ri afri­ca­ni. Non cer­to le ndri­ne, non il pote­re dei padri­ni che sofo­ca l’intera ilie­ra dell’agroindustria sui cui si reg­ge la cit­tà del­la pia­na di Gio­ia Tau­ro. Un set­to­re eco­no­mi­co stra­te­gi­co per tut­ta l’area, for­te­men­te con­di­zio­na­to dall’inluenza del­la cri­mi­na­li­tà. Il dato emer­ge dal­le deci­ne di inda­gi­ni dell’antimafia di Reg­gio Cala­bria, che negli anni ha spic­ca­to man­da­ti di cat­tu­ra per nume­ro­si impren­di­to­ri e otte­nu­to seque­stri di ter­re­ni e azien­de agri­co­le. È pro­prio nell’ambito dell’agroindustria che Giof­frè muo­ve i pri­mi pas­si, gio­va­nis­si­mo. Clas­se ’81, a soli 19 anni costi­tui­sce la Agri 2000. Davan­ti al nota­io, oltre a lui si pre­sen­ta come fon­da­to­re del­la coo­pe­ra­ti­va socia­le anche Giu­sep­pe Artu­so. Nel 2011 le cimi­ci degli inve­sti­ga­to­ri lo inter­cet­ta­no men­tre par­la con un ami­co. È Bia­gio Del­mi­ro, affi­lia­to al clan Pesce e con­dan­na­to a 10 anni per mafia. Del­mi­ro e Artu­so discu­to­no di lati­tan­ti. Di più: par­la­no del fug­gi­ti­vo all’epoca più ricer­ca­to d’Italia, Fran­ce­sco Pesce det­to “Testu­ni”. Una coin­ci­den­za? Non sem­bra pro­prio. Artu­so – ha rac­con­ta­to un col­la­bo­ra­to­re di giu­sti­zia, affi­da­bi­le secon­do i detec­ti­ve – è insie­me a Del­mi­ro un com­po­nen­te dell’ala del clan che cura la custo­dia del­le armi per i Pesce. Insom­ma, l’artefice del suc­ces­so elet­to­ra­le del­la Lega nel­la Pia­na di Gio­ia Tau­ro sareb­be sta­to per oltre die­ci anni in affa­ri con l’armiere di una del­le più poten­ti cosche del­la ndran­ghe­ta.

Non solo. Secon­do gli inve­sti­ga­to­ri, «il nipo­te di Artu­so è tale Ber­ri­ca, uomo a dispo­si­zio­ne del­la fami­glia Pesce». Va det­to che Artu­so non è mai sta­to con­dan­na­to per mafia, né è mai ini­to in una reta­ta con­tro la cosca Pesce. C’è però un det­ta­glio che emer­ge dai ver­ba­li di un pro­ces­so in cui tra gli impu­ta­ti c’era pro­prio Del­mi­ro. Il 24 luglio 2012, al tri­bu­na­le di Pal­mi vie­ne chia­ma­to a testi­mo­nia­re Artu­so. Pri­ma che ini­zi la depo­si­zio­ne, il pub­bli­co mini­ste­ro gli dice: «La devo avvi­sa­re che lei è inda­ga­to per favo­reg­gia­men­to del­la cosca Pesce». Dun­que Artu­so, per lo meno ino a cin­que anni fa, era sospet­ta­to di aver aiu­ta­to la ndran­ghe­ta. La vicen­da non ha avu­to fino­ra uno sboc­co pro­ces­sua­le, ma aggiun­ge un indi­zio ulte­rio­re sul­la vici­nan­za a cer­ti ambien­ti dell’uomo con cui Giof­frè ha fon­da­to una coo­pe­ra­ti­va orto­frut­ti­co­la, la Agri 2000, chiu­sa per deci­sio­ne del mini­ste­ro del­lo Svi­lup­po eco­no­mi­co nel 2013, dopo tre­di­ci anni di atti­vi­tà svol­ta sen­za mai depo­si­ta­re un bilan­cio. Ambien­ti, quel­li dell’agroindustria cala­bre­se inil­tra­ta dal­la ndran­ghe­ta, di cui fa par­te anche un altro per­so­nag­gio lega­to nel busi­ness al capo del­la Lega di Rosar­no. In una secon­da azien­da, infat­ti, oltre ad Artu­so e Giof­frè tro­via­mo anche Anto­nio Fran­ce­sco Rao. Si chia­ma O.p. Citrus Espe­ri­dio, una “orga­niz­za­zio­ne di pro­dut­to­ri” agri­co­li con sede nel pae­se del­la Pia­na. Fino alla data di chiu­su­ra, avve­nu­ta meno di un anno fa, il pre­si­den­te del con­si­glio di ammi­ni­stra­zio­ne era Rao, pre­sen­te anche all’atto di fon­da­zio­ne dell’impresa al ian­co di Giof­frè e Artu­so. Il nome di Rao, clas­se ’53, com­pa­re spes­so negli atti giu­di­zia­ri. In par­ti­co­la­re nell’operazione Arca, quel­la sul­la spar­ti­zio­ne tra le cosche degli appal­ti per l’autostrada Saler­no-Reg­gio Cala­bria. Ebbe­ne, in quei docu­men­ti Rao è indi­ca­to come uno dei pre­sen­ti all’incontro con un’ex super­la­ti­tan­te, Gre­go­rio Bel­loc­co, al ver­ti­ce dell’omonima fami­glia allea­ta dei Pesce. Ma c’è di più.

Dai bilan­ci del­la Citrus Espe­ri­dio emer­go­no i nomi di alcu­ni soci del con­sor­zio. Tra que­sti c’è la Cle­m­ki­wi del­lo stes­so Anto­nio Rao, che dun­que non era solo un mana­ger dell’azienda. E c’è anche La Rosar­ne­se, tra i cui fon­da­to­ri spic­ca il nome di Vin­cen­zo Cac­cio­la, mem­bro di una fami­glia che, secon­do il pen­ti­to Vin­cen­zo Alba­ne­se, è un vero e pro­prio clan vici­no alla cosca Bel­loc­co. È dun­que que­sto il con­te­sto in cui Giof­frè, il leghi­sta del­la Pia­na, l’artefice dell’exploit elet­to­ra­le di Sal­vi­ni a Rosar­no, ha mos­so i pri­mi pas­si da impren­di­to­re. Sep­pu­re sen­za mai inciam­pa­re in osta­co­li giu­di­zia­ri, resta­no scol­pi­ti negli atti le fre­quen­ta­zio­ni e la con­ti­gui­tà dei suoi part­ner d’affari con il male peg­gio­re del­la Cala­bria, la ndran­ghe­ta. Una puz­za di com­mi­stio­ni tra impre­sa e mafia dal­la qua­le Sal­vi­ni non ha anco­ra pre­so le distan­ze. O meglio: dal pal­co di Pon­ti­da, il mini­stro dell’Interno ha loda­to l’antimafia che lavo­ra lon­ta­na dai riflet­to­ri. Ha ricor­da­to il magi­stra­to Rosa­rio Liva­ti­no, il giu­di­ce ragaz­zi­no ucci­so dal­le cosche nel ’90. E cita­to Gio­van­ni Fal­co­ne e Pao­lo Bor­sel­li­no come gli esem­pi da segui­re. Poi ha chiu­so con uno slo­gan, uno dei suoi: per i mafio­si, ha urla­to, «la pac­chia è ini­ta». Var­rà anche per i part­ner d’affari dei leghi­sti cala­bre­si?

L’onorevole Furgiuele tiene famiglia

G.Tiz. e S.V. SUL SACRO PRATO di Pon­ti­da, e pure sul sacro pal­co a fian­co di Mat­teo, dome­ni­ca scor­sa c’era anche lui, Dome­ni­co Fur­giue­le. Il pri­mo depu­ta­to cala­bre­se del­la Lega di Sal­vi­ni. Con il suo­ce­ro, Sal­va­to­re Maz­zei, rin­chiu­so in car­ce­re per estor­sio­ne aggra­va­ta dal meto­do maio­so. E con i beni coni­sca­ti in pri­mo gra­do dal tri­bu­na­le di Catan­za­ro, su richie­sta del pub­bli­co mini­ste­ro anti­ma­fia Elio Roma­no che la ora nel­la pro­cu­ra gui­da­ta dall’esperto magi­stra­to Nico­la Grat­te­ri. Ma que­sti sono evi­den­te­men­te det­ta­gli di poco con­to per il lea­der sovra­ni­sta. Per­ché le col­pe dei suo­ce­ri, si sa, non pos­so­no rica­de­re sui gene­ri. E allo­ra ben ven­ga il 35 enne Fur­giue­le, un pas­sa­to in Allean­za Nazio­na­le e ne La Destra di Fran­ce­sco Sto­ra­ce, impren­di­to­re edi­le con lau­rea in Scien­ze dell’educazione, vol­to gio­va­ne scel­to quat­tro anni fa da Sal­vi­ni come coor­di­na­to­re del par­ti­to in Cala­bria e artei­ce dell’inatteso 6 per cen­to rag­giun­to alle ulti­me ele­zio­ni nazio­na­li. A Pon­ti­da, ave­va scrit­to Fur­giue­le qual­che gior­no pri­ma del tra­di­zio­na­le radu­no, «por­re­mo le fon­da­men­ta per la costi­tu­zio­ne imme­dia­ta di una task-for­ce che rilan­ci le spe­ran­ze di un Sud tra­di­to da decen­ni di poli­ti­che fal­li­men­ta­ri».

Col­pa del­la poli­ti­ca, dun­que, se la Cala­bria è la regio­ne più pove­ra d’Italia. Nes­sun accen­no all’invadenza del­la cri­mi­na­li­tà orga­niz­za­ta, allo stra­po­te­re eco­no­mi­co del­le cosche. E nem­me­no al suo­ce­ro Maz­zei che, come si leg­ge nel decre­to di seque­stro, «non ha fat­to altro negli anni se non vei­co­la­re som­me inqui­na­te nel­le socie­tà di fami­glia». A Sal­vi­ni non impor­ta nep­pu­re se in que­sta vicen­da di pro­mi­scui­tà con la mafia a ini­re nei guai per col­pa del padre è sta­ta anche la moglie di Fur­giue­le, Ste­fa­nia Maz­zei, iglia, appun­to, di Sal­va­to­re. Alla don­na gli inqui­ren­ti han­no infat­ti seque­stra­to un immo­bi­le e le quo­te del­la socie­tà For­na­ce Mari­cel­lo. Una sto­riac­cia per Ste­fa­nia, spe­ran­zo­sa che alla fine, in secon­do gra­do, i giu­di­ci dia­no ragio­ne a papà Sal­va­to­re, il qua­le con­ti­nua a riget­ta­re con for­za l’accostamento ai clan di Lame­zia ben­ché gli inqui­ren­ti defi­ni­sca­no «strut­tu­ra­le» la con­ti­gui­tà del suo­ce­ro del par­la­men­ta­re alle cosche del ter­ri­to­rio. I rap­por­ti tra Fur­giue­le e la fami­glia Maz­zei van­no oltre la sem­pli­ce paren­te­la. Per capir­lo meglio è neces­sa­rio tor­na­re al feb­bra­io cor­so, quan­do L’Espresso pub­bli­ca l’inchiesta dal tito­lo “Lega­mi peri­co­lo­si”. Si rac­con­ta­va, tra le altre cose, di quan­do nell’estate 2012 tre kil­ler di ndran­ghe­ta, subi­to dopo aver com­mes­so un omi­ci­dio, furo­no ospi­ti nell’hotel del­la fami­glia Maz­zei. Ospi­ti non pagan­ti, per­ché il per­not­ta­men­to fu offer­to da Fur­giue­le in per­so­na. Il depu­ta­to leghi­sta era igna­ro che quel­li fos­se­ro dei sica­ri: si era ida­to di un ami­co, ha assi­cu­ra­to. Di cer­to l’hotel era lo stes­so dove tre anni dopo si reche­rà Sal­vi­ni per annun­cia­re lo sbar­co del­la Lega in Cala­bria.

E a distan­za di un anno dal­la visi­ta del lea­der, anche la socie­tà che gesti­sce l’albergo è ini­ta nell’elenco dei beni seque­stra­ti dall’antimafia a Maz­zei. Tut­ta acqua pas­sa­ta? Fur­giue­le ha deci­so di ridur­re al mini­mo i suoi lega­mi peri­co­lo­si da quan­do è diven­ta­to ono­re­vo­le? Non pro­prio. Fino a mag­gio scor­so il depu­ta­to leghi­sta era azio­ni­sta di un’azienda di inge­gne­ria, la Teri­na, sede lega­le a Lame­zia. Due mesi dopo l’elezione in Par­la­men­to, il segre­ta­rio del­la Lega in Cala­bria ha lascia­to ogni cari­ca e ha tra­sfe­ri­to le sue quo­te. L’obiettivo non era però quel­lo di evi­ta­re pos­si­bi­li con­lit­ti d’interesse. Il con­trol­lo dell’azienda è infat­ti pas­sa­to nel­le mani del figlio di Sal­va­to­re Maz­zei, Arman­do. Non pro­prio una scel­ta lun­gi­mi­ran­te, visto che anche quest’ultimo era inte­res­sa­to dal seque­stro dell’antimafia. Sul­la pagi­na Face­book del par­la­men­ta­re una foto li ritrae insie­me a cena, subi­to dopo le ele­zio­ni. Arman­do Maz­zei e Dome­ni­co Fur­giue­le sor­ri­den­ti. E un com­men­to: «Alla con­qui­sta di Roma».

Tutte le bugie di Matteo sui soldi

G.Tiz. e S.V. «QUEI SOLDI NON ci sono, non li ho mai visti. Pos­so­no seque­strar­mi la cami­cia, le scar­pe, il tele­fo­ni­no, i cap­pel­li­ni, le spil­let­te». Così ha rispo­sto mar­te­dì scor­so Sal­vi­ni a chi gli chie­de­va dei 48,9 milio­ni di euro frut­to del­la truf­fa leghi­sta. Sol­di pub­bli­ci, che dun­que dovreb­be­ro tor­na­re allo Sta­to, ma che ino­ra la magi­stra­tu­ra non è riu­sci­ta a seque­stra­re se non in mini­ma par­te (3,1 milio­ni). Que­sto per­ché sui con­ti del­la Lega non c’è più nien­te, ripe­te da mesi Sal­vi­ni. Come dire: mi dispia­ce, cari magi­stra­ti e cit­ta­di­ni truf­fa­ti da Bos­si, ma sia­mo un par­ti­to con tan­ti voti e pochi sol­di. Dai bilan­ci appe­na pub­bli­ca­ti emer­ge però una real­tà un po’ diver­sa da quel­la descrit­ta dal mini­stro dell’Interno. E pure dal teso­rie­re leghi­sta Giu­lio Cen­te­me­ro, che ha rispo­sto alla sen­ten­za del­la Cas­sa­zio­ne (cer­ca­re «ovun­que» e «pres­so chiun­que» i milio­ni del­la truf­fa) affer­man­do che sui con­ti del par­ti­to alla ine del 2017 c’erano solo 41 mila euro. Cen­te­me­ro è un esper­to com­mer­cia­li­sta. È sta­to pro­prio lui qual­che anno fa a deci­de­re di dota­re ogni sezio­ne regio­na­le del par­ti­to di un pro­prio codi­ce isca­le, e dun­que di auto­no­mia patri­mo­nia­le. Che que­sto sia sta­to fat­to per met­te­re al ripa­ro dal pos­si­bi­le seque­stro i dena­ri leghi­sti dovrà esse­re sta­bi­li­to dai magi­stra­ti, i qua­li intan­to stan­no con­ti­nuan­do la cac­cia al teso­ro in Ita­lia e Lus­sem­bur­go. Di sicu­ro Cen­te­me­ro non dice la pie­na veri­tà quan­do cita i 41 mila euro in cas­sa.

Som­man­do la liqui­di­tà del par­ti­to nazio­na­le a quel­la del­le varie sezio­ni regio­na­li, si giun­ge infat­ti a un tota­le di 1,9 milio­ni di euro. Non pro­prio il valo­re di una man­cia­ta di cap­pel­li­ni e qual­che spil­let­ta. Ma a smen­ti­re la tesi di una Lega pove­ris­si­ma non c’è solo que­sto. Ci sono i dena­ri dell’associazione Più Voci, la por­ta gire­vo­le crea­ta da Cen­te­me­ro quan­do l’inchiesta per truf­fa era già avvia­ta. I 3,5 milio­ni incas­sa­ti dal par­ti­to quest’anno gra­zie alle dona­zio­ni dei suoi par­la­men­ta­ri. E un patri­mo­nio immo­bi­lia­re che la Lega stes­sa valu­ta 7,1 milio­ni di euro. Insom­ma, se Sal­vi­ni voles­se pro­prio resti­tui­re agli ama­ti ita­lia­ni i sol­di truf­fa­ti, o alme­no una par­te, potreb­be far­lo subi­to. I bilan­ci aiu­ta­no anche a capi­re la stra­te­gia scel­ta per evi­ta­re il seque­stro. Nel 2015, con Sal­vi­ni segre­ta­rio, il patri­mo­nio net­to del­la Lega nazio­na­le pas­sa infat­ti da 13,1 milio­ni dell’anno pre­ce­den­te a 6,7 milio­ni. Moti­vo: la liqui­di­tà è sta­ta tra­sfe­ri­ta alle sezio­ni loca­li. Una par­ti­ta di giro pro­se­gui­ta anche negli anni suc­ces­si­vi. Resta poi da chia­ri­re la pole­mi­ca sul­le respon­sa­bi­li­tà del lea­der sovra­ni­sta nel­la truf­fa fir­ma­ta Bos­si-Bel­si­to. «Non ho mai visto i 49 milio­ni», con­ti­nua a ripe­te­re Sal­vi­ni. Fal­so. I docu­men­ti rive­la­ti per la pri­ma vol­ta da L’Espresso nell’ottobre 2017 dimo­stra­no un fat­to: sia Rober­to Maro­ni che l’attuale vice­pre­mier han­no usa­to i sol­di del­la truf­fa. E lo han­no fat­to ino a quat­tro anni fa, quan­do per quel rea­to Bos­si e Bel­si­to era­no già sta­ti rin­via­ti a giu­di­zio.

L’Espresso ha anche pub­bli­ca­to in esclu­si­va una let­te­ra del 29 otto­bre 2014, rice­vu­ta da Sal­vi­ni e Cen­te­me­ro, in cui lo sto­ri­co avvo­ca­to di Bos­si, Mat­teo Bri­gan­dì, sug­ge­ri­va ai nuo­vi ver­ti­ci leghi­sti di non usa­re i sol­di del­la truf­fa depo­si­ta­ti sul con­to. Per­ché, spie­ga­va Bri­gan­dì, se lo aves­se­ro fat­to avreb­be­ro com­mes­so il rea­to di ricet­ta­zio­ne. La con­fer­ma, dun­que, che il mini­stro da alme­no quat­tro anni è a cono­scen­za dell’origine crmi­na­le di quel dena­ro. E del rischio che avreb­be cor­so usan­do­lo.

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